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Un consiglio evangelico un po’ dimenticato

“…quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate…” (Matteo 6, 6-8).

In queste parole è nascosto un mare. Provare in un articolo a dischiuderne il senso à già decisamente arduo. Proviamoci.

La prima osservazione che siamo chiamati a fare è questa: questi versetti sono un invito a concepire la vita in Cristo come un rapporto non solo comunitario ma anche personale.

E già questo è uno scoglio da superare. Siamo sinceri, è tanto comodo liquidare la pratica “fede” limitandosi alla frequenza periodica della Liturgia Eucaristica. Beh, vabbè….poi ci si deve comportare onestamente…..rispettare i comandamenti, etc. Magari aggiungere qualche opera buona. Ma sì certo. Il di più è per i monaci ….

Ma in realtà il carisma dei monaci non è tanto la preghiera individuale, quanto la liturgia, dove il canto in comune realizza una delle forme più belle di preghiera del cuore. Nella liturgia, la lunghezza delle preghiere non genera distrazioni, proprio perché il canto, ed il canto liturgico in particolare, sposta il centro spirituale dell’uomo nel cuore. Ecco perché i monaci, soprattutto quando vivono in comune con altri, possono permettersi anche lunghe preghiere vocali.  E il laico? Chi vive nel mondo cosa potrebbe fare? Ecco che il consiglio evangelico di Matteo 6, sembra proprio calibrato per questi credenti.   Infatti Gesù consiglia: “entra nella tua camera….”

Qui è molto preciso. Gesù non consiglia di andare in Chiesa. Non dice “quando vuoi pregare vai nel tempio….”. Eppure potrebbe dirlo, era a quel tempo pratica comune, come faceva la vedova Anna. No, dice “… entra nella tua camera”. Certo, la camera può essere la cella del monaco, oppure il cuore stesso. Ma l’espressione nel suo significato letterale è molto chiara: vai a casa tua e prega là, nella tua stanza, là dove dormi. Si sottolinea in questo modo l’aspetto individuale, assolutamente individuale e personale, della preghiera. Questo non esclude l’orazione collettiva al tempio, in chiesa, ma la completa.

Quante cose verrebbe da dire su questo consiglio di Gesù! Non si finirebbe mai di sottolineare che la nostra storia di fede si misura sul tempo in cui noi affianchiamo la dimensione liturgica e collettiva con un momento quotidiano di dialogo con Dio. È lì soprattutto che la nostra vita spirituale nasce come esperienza e non come ideologia. Infatti, è soprattutto nella dimensione individuale che si fissa bene nel nostro cuore, la certezza che la fede è un rapporto. Un rapporto con Dio, come lo ha avuto Abramo, come lo hanno avuto i profeti, come lo ha avuto Mosè. Impariamo da loro. Essi dialogavano con il Signore. Mosè ci discuteva e Giobbe ci ha quasi litigato.

 

Una dimensione da scoprire

Eppure quante volte ci siamo sentiti raccomandare di dedicare quotidianamente uno spazio di tempo per il Signore? Poche volte. Poche, davvero poche. E noi siamo d’accordo. Non abbiamo tempo. Abbiamo da fare. Si deve correre. In fondo non ne abbiamo voglia e non vogliamo essere disturbati con doveri o impegni. C’è il lavoro, c’è la famiglia. Non c’è tempo. Cioè :

Tutto è più importante di Dio

Sì, perché alla fine è così che la pensiamo. Addirittura qualcuno pensa che pregare nella propria casa da solo sia roba da fanatici, mentre qualche fine teologo chiama in causa una setta protestante del ‘700: il “Pietismo”.

Pochi, davvero pochi, ricordano che c’è un comando evangelico: “Prega il padre tuo nel segreto!”  Una vita cristiana ben impostata potrebbe consistere in questo programma:

un’ora al giorno,

un giorno alla settimana,

una settimana all’anno.

E si dovrebbe considerare questo tempo dedicato al Signore come una gioia e non come un peso e, se così non è, dovremmo seriamente chiederci il perché. A volte si tratta di ostacoli superabili. C’è infatti un “piacere” nelle cose di Dio che se manca è da scoprire, valorizzare. A volte basta una seria visita ad un monastero per far ripartire un po’ di entusiasmo. Pensiamoci.

 

… chiudi la porta…

Dio prima di tutto si ascolta. Dunque è bene far cessare rumori, chiasso, conversazioni o altro. Il silenzio. Il silenzio è la condizione perfetta per ascoltare quel “vento leggero” in cui parla lo Spirito. Quel sottile amore per Dio che prende voce nel cuore, …quell’oscuro ma evidente sentimento di una Presenza Divina….tutto questo prende vita in ciò che i Padri chiamavano “Esichia”.  Pace, silenzio, raccoglimento, in questo consiste l’invito a chiudere la porta. Lasciamo da parte le preoccupazioni, gli affanni, le discussioni. Facciamo parlare Lui. A volte, imparare ad ascoltare gli uomini aiuta ad imparare ad ascoltare Dio. Noi invece vogliamo dire. Sì, perché crediamo di avere cose importanti da dire. Ci crediamo anche noi importanti. E quindi parliamo, parliamo. L’ascolto? Beh! Non abbiamo tempo. E la scusa sempre buona. Ma Dio non parla a chi gli copre la voce. O se parla lo fa senza essere sentito. Ne copriamo la voce. Eppure quanto è bello il silenzio. Nel silenzio, nella penombra, piano piano cominciamo ad educare il nostro senso spirituale all’ascolto…. Solo lui infatti è in grado di avvertire la dolce e sottile Presenza Divina.

 

…e prega il Padre tuo, che è nel segreto…

Il Padre è….nel segreto! Ma non è sconvolgente? Il Signore ci propone di scendere nel silenzio in fondo al cuore, nel segreto di noi stessi, nel fondo della nostra anima….perché lì Egli si manifesta, ed il nostro senso spirituale lo avverte, “sente” di stare alla presenza di Dio. Ma come succede questo? È difficile vivere questa esperienza del Signore “recitando preghiere”. La recita ci distrae, ci porta a stare attenti soprattutto alle parole da pronunciare, ci dispone così “nella testa” e non nel cuore, dove vuole Lui. Meglio cominciare con un salmo in cui cerchiamo di immedesimarci. Per qualche minuto dobbiamo pensare di essere noi il salmista. Le sue parole sono le nostre parole. Leggiamo sì, ma molto, molto lentamente, ripetendo più volte gli stessi versetti. Scegliamo un salmo corto, come il salmo 22 (o 23). Quello del Buon Pastore. Ripetiamolo lentamente. Poi, una volta “partiti”, proviamo ad usare le nostre parole. Non importa se pasticciamo, siamo nel segreto. Parliamo a Dio. Sì perché è così che la Bibbia ci insegna, perché è così che hanno fatto Abramo, i profeti, Giobbe e Mosè. Impariamo da loro. Parliamo con Dio dei nostri problemi, dei nostri affanni. Sì, è difficile all’inizio, ma poi ci si scioglie. Insistiamo per giorni, settimane, se occorre mesi. Poi ci accorgeremo che le nostre parole sono diventate inutili: … “non sprecate parole”…ci dice infatti il Signore. Perché….perché a quel punto c’è Lui.

 

…e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà….

La Sua Presenza, la Sua Gioia. Questa è la ricompensa. E ancora, lo Spirito che ci cambia, che divinizza, che ci trasforma, che lima i nostri difetti. Sì, saremo esauditi nella soluzione dei nostri affanni, ma….il primo premio è Lui. È allora che capiamo le parole di San Paolo: “Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14,17). Il Signore, infatti, non elimina per noi le difficoltà della vita, ma ci aiuta a superarle nella pace e nella gioia. Anzi, impariamo a benedire le tribolazioni. Accettarle e viverle con fede rappresenta la più alta forma di ascesi, ed il modo ordinario con cui Dio ci prepara alla Sua trasformazione, alla crescita in noi dell’ “uomo interiore”.

 

Conclusioni

Fare esperienza per almeno una settimana della vita di un monastero ci potrebbe aiutare a ritrovare la strada del colloquio quotidiano con Dio. A scoprirne i segreti e le gioie. Ad obbedire al Signore, imparando a pregare il Padre nostro nel segreto.