Dalla cultura greca alla cristianità
Non sono poche le espressioni e le sintesi filosofiche che i Padri della Chiesa hanno selezionato e raccolto dalla cultura greca per riproporle trasformate, al popolo di Dio. Essi seguivano il consiglio di San Paolo, in 1 Tessalonicesi 5,21: “esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”. E appunto essi furono attratti dal detto del poeta greco Pindaro: ”Diventa ciò che sei” o “diventa te stesso”. Il primo a servirsene fu Sant’ Ignazio di Antiochia nel I secolo, seguito da Ireneo di Lione nel II secolo. Perché erano stati colpiti da questa frase di Pindaro? Perché nella fede cristiana ciascun battezzato porta nel cuore un progetto inscritto nella Volontà di Dio fin dall’Eternità. Esso consiste nella modalità particolare per ogni individuo di raggiungere la “Somiglianza con Cristo”, cioè quella che la Chiesa chiama “santità”. Essi raccoglievano con questo detto quell’ansia segreta, quel moto nascosto dell’animo, per cui un po’ tutti sappiamo che la nostra vera personalità giace nel fondo del nostro cuore seppellita dalle nostre passioni. L’interesse di Ignazio e di Ireneo per la Sapienza rivelata da quella frase così secca, ed in un certo senso misteriosa, proveniva certamente da un illustre precedente scritturistico: in 1Pietro 3,4, l’apostolo esorta a cercare “L’uomo (o la persona) nascosto nel cuore”, così suona la traduzione letterale del versetto. Egli contrapponeva l’interiorità alla cura della bellezza esteriore. Purtroppo sappiamo bene che l’uomo “esteriore” non è fatto solo di aspetto fisico, ma anche della immagine intesa come personalità con cui vogliamo presentarci agli altri. E questa immagine non siamo noi. San Pietro ed i Padri ci esortano ad essere veri.
Un precedente oggi dimenticato
La ricerca “dell’uomo interiore”, è stata forse uno dei temi più dibattuti del secondo dopoguerra. A quel tempo fu ripreso da radici ancora più lontane. Chi ha vissuto il ventennio che va dal ‘60 all’’80, ricorderà senz’altro l’intensità di questo dibattito, in certi ambienti giovanili. Innumerevoli i testi dedicati. Citiamo tra i più noti “L’ uomo ad una dimensione”, di Herbert Marcuse, in cui l’uomo esteriore, ricordato da San Paolo come opposto all’uomo interiore, era descritto come frutto dell’oppressione sociale operata dal capitalismo. I giovani meno inclini alla ideologia marxista, trovavano fonte di ispirazione nelle opere letterarie degli scrittori appartenenti alla “Beat Generation”. Kerouac, Ginsberg e Burroughs, esaltavano come trasformanti il viaggio e la ricerca di quella spontaneità che nasce dal rifiuto delle sovrastrutture borghesi, e dalla ipocrisia.
Quasi contemporaneamente, ed a seguire per molti anni, profeti come Timothy Leary, assicuravano il realizzarsi di un profondo rinnovamento interiore grazie all’uso dell’LSD, e di altre droghe. Infine, a partire dalla metà degli anni ‘50, la California, divenne un centro di diffusione mondiale del Buddhismo e delle religioni orientali, grazie all’opera instancabile di Alan Watts. In tutto il mondo tra i giovani si diffuse l’idea che solo le filosofie provenienti dall’Asia avrebbero potuto portare alla vera scoperta di sé. Infine, sull’onda della necessità divenuta sempre più estrema, della ricerca del proprio “vero” essere, grande successo ebbe la psicoanalisi. Si andava in terapia non per guarire da una malattia mentale, ma per “conoscere sé stessi”. Ci fermiamo qui per non tediare il lettore, ma molti, veramente molti furono i tentativi, i “cammini”, le scuole, che sorsero di fronte alla esigenza imperiosa e quasi ossessiva, della “scoperta di sé”, del proprio “vero” essere. Per chi vuole approfondire il ricordo storico, consigliamo il Film attualmente fruibile gratuitamente su You Tube: ”Dillinger è morto” di Marco Ferreri. Girato nel 1969 è interessante soprattutto nelle primissime battute, ad iniziare da quando scorrono i titoli di testa.
Al di là degli errori, e delle tante false strade, rimane una constatazione: quella domanda, quella esigenza così imperiosa era giusta. Sì, assolutamente giusta. Giusta e santa. Negli anni molti dei giovani di quella generazione trovarono la vera strada nel cristianesimo. Ricordiamo Seraphim Rose, divenuto, dopo una parentesi Buddhista, monaco ortodosso in California. Oggi è reputato santo ed i suoi scritti sono ancora molto letti. A livello di massa, ricordiamo la nascita dal movimento Hippie, dei “Jesus People”, un fenomeno di conversione vastissimo, che dall’America arrivò anche in Italia ed in Europa, sotto il nome di “Cristo è la risposta”. Dunque, alla fine qualcuno approdò al vero uomo interiore, ma una domanda drammatica ora sorge:
dove è finita quella domanda di verità su sé stessi?
E ancora:
È facile condannare le droghe ed il sesso libero degli Hippies, ma a quella domanda, a quella esigenza di ricerca interiore, siamo davvero in grado oggi di dare una risposta veramente esaustiva?
Purtroppo, tutto sembra dimenticato. Tutto sembra rientrato nella ipocrisia, nel perbenismo, nel fariseismo. Eppure….Eppure non è così! La domanda sulla verità di sé stessi è ancora valida, ed ha una risposta profonda che merita di essere dissepolta! Sì, dissepolta, attualizzata, vivificata, rilanciata al seguito dei Santi Padri che ce l’anno proposta.
Disilludersi: non siamo quello che crediamo di essere: l’ascesi passiva e la contemplazione del progetto
La preghiera, e il rapporto personale con Dio, unitamente alla eucarestia frequente ed alla confessione, rimangono ovviamente la base di partenza della nostra trasformazione. Senza una solida base spirituale e sacramentale tutto ciò che segue rappresenta una ipotesi per il futuro e non l’attualità. Vedremo adesso che questo è indispensabile, non solo per renderci recettivi alla attività dello Spirito, ma anche per educarci al discernimento. Ciò che qui infatti chiameremo contemplazione del progetto comporta una lettura spirituale della nostra vita. Essa non può fare a meno del supporto della grazia, per poter distinguere con esattezza cosa negli anni di noi è emerso, che possa effettivamente rappresentare la nostra essenza profonda. In pratica, e questo va sottolineato, la “vita nel cuore”, come la contemplazione, ci aiuta a sviluppare nel tempo le virtù divine del nostro progetto. Proprio come una pianta che cresce innaffiata dalla nostra preghiera. Ma come riconoscere questa bella pianticella, tra molti rovi? Vediamo. Forse la guida più sicura per la nostra ricerca, può essere rappresentata dal congiunto tra il Vangelo e la Sapienza dei Padri della Chiesa, unitamente alla possibilità di un buon padre spirituale, esperto nel discernimento. Leggiamo infatti nel Vangelo di Marco: “Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli mette mano alla falce, perché è arrivata la mietitura»” (Marco 4,26-27). Tale è anche la realizzazione, lungo la vita, del nostro Logos, del nostro progetto. Si tratta di un seme che è cresciuto dall’infanzia all’età nostra attuale, confrontandosi con due grandi fattori: il nostro temperamento e l’ambiente esterno, culturale, educativo, storico etc. Per ora il concetto fondamentale da condividere è che questo seme, come dice il Vangelo, cresce da sé. Vediamo ora i Padri:
“Dio, che nel modo che lui ha voluto, ha determinato prima dei secoli la vita di ciascuno, conduce ciascuno, giusto o ingiusto, al fine proprio della sua vita” (San Massimo il Confessore, Capitoli vari seconda centuria, n°22, Filocalia, vol. 2, Gribaudi).
Massimo il Confessore ribadisce declinandola per le singole vite, la parabola del seme descritta da Gesù. Dunque, primo punto fondamentale: abbiamo la necessità di partire, come il bandolo di una matassa, dalla attività dello Spirito nella nostra vita. Come fare? Continuiamo ad ascoltare i Padri:
“Sforzati di entrare nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai quel tesoro che è in cielo. Questo e quello, infatti, sono uno solo e per una sola porta li vedrai entrambi. La scala di quel Regno è nascosta dentro di te, nella tua anima. Tu sprofondati in te, lontano dal peccato, e là troverai i gradini per i quali salire” (Isacco di Ninive, “Discorsi Ascetici” Ed. Città Nuova, Discorso II, pag. 52).
Dunque, prima di tutto dobbiamo ricordare ciò che abbiamo detto all’inizio. Il nostro Logos o progetto interiore, è caratterizzato da un insieme di virtù che, sviluppate, ci potranno rendere somiglianti al primogenito Gesù. Somiglianti per alcuni aspetti, come di solito succede tra fratelli. Queste virtù saranno declinate in modo unico ed individuale dalla nostra vita, poiché sbocceranno e si manifesteranno in una certa nazione e città, in un certo contesto culturale, in una certa famiglia, etc.
Come facciamo a scoprire le Virtù che rappresentano la nostra vocazione specifica? Per scoprirlo Sant’Isacco ci suggerisce: “Guarda dentro di te”, cioè cerca di conoscerti. Per gli antichi, conoscere sé stesso poteva anche voler dire: ascolta quello che gli altri ti dicono di te. A volte, infatti, gli altri, quando ci vogliono bene e sono in buona fede, ci danno suggerimenti inaspettati. Sanno “far scoprire Noi stessi a Noi stessi”. Possono farci notare che siamo pazienti o misericordiosi, quando noi stessi nemmeno lo sospettavamo. E poi, continua ancora Sant’Isacco: “Sforzati di entrare nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai”… ma per farlo “…sprofondati in te, lontano dal peccato”. Cioè, non farti condizionare dalle tue passioni, che stanno alla superficie della tua personalità. Nel tuo temperamento, come abbiamo già visto. Vai nel profondo, nel cuore e troverai…. Infatti se spesso non conosciamo il nostro Logos, la nostra vocazione spirituale, questo si verifica perché siamo troppo occupati ad assecondare le emozioni più forti e chiassose. Le nostre Passioni. Cioè il nostro peccato, come dice Sant’Isacco. Se non ne stiamo lontani, cioè se non pratichiamo un minimo di controllo sulle nostre passioni e pecchiamo, ecco che tutto si confonde. Dunque, dobbiamo riuscire a distinguere il piccolo virgulto delle nostre virtù abbozzate, dal nostro temperamento che cerca di soffocarlo. Stiamo quindi lontani dal peccato e scopriremo. Cosa vedremo? Continua Isacco: “Sforzati di entrare nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai quel tesoro che è in cielo. Questo e quello, infatti, sono uno solo e per una sola porta li vedrai entrambi”. Ecco il punto fondamentale che conferma il Figlio come nostro punto di riferimento per arrivare alla somiglianza. Attenzione, ripetiamo: “…nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai quel tesoro che è in cielo”. Cioè è sia dentro di te sia in Cielo. E cosa dentro di noi ha un valore Eterno? Appunto gli attributi Divini, le Virtù del Figlio che il Signore specificamente a noi chiede di interpretare, per essere immagini del Figlio suo. Dunque, la Sapienza, la Prudenza, la Fortezza, la Temperanza etc… Quei doni che la Grazia dello Spirito Santo, ci trova più preparati di altri ad interpretare. Dice ancora Isacco: “…e per una sola porta li vedrai entrambi”. Qui possiamo dire due cose. “Per una sola porta”, potrebbe essere una forma poetica che conferma quanto già detto: ciò che dentro di noi ha un valore eterno è anche in Cielo, proprio perché appunto ha un valore eterno. Ma forse si capisce tutto meglio se assumiamo che “Porta” il Vangelo di Giovanni ci dice che è il Salvatore stesso: “Io sono la Porta…” in Giovanni 10,9 (ma tutta la parabola chiarisce il termine “Porta”, Giovanni 10,1-21). E sappiamo che Isacco era un grande amante del Vangelo. Con tutta probabilità Sant’Isacco alludeva quindi, alla Porta del Vangelo di Giovanni, cioè al Cristo. Dunque agli attributi ed alle Virtù che sono in noi, ma che sono anche in Cielo perché attributi del Signore Gesù. A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare che non è bene cercare di conoscere le proprie virtù. Vi è grandissimo il rischio dell’orgoglio. Forse bisogna fissare lo sguardo sulle proprie miserie, per non montare in superbia. Per questa validissima obbiezione c’è la risposta di Sant’Isacco, che conclude”… e là troverai i gradini per i quali salire”. Altro punto fondamentale ed essenziale da meditare. Là troverai i gradini… Il Santo è ben consapevole che tutti noi partiamo da zero. Ci sono dei gradini di una scala da salire….altro che orgoglio! Certo, si può comprendere, per esempio, che la nostra vocazione è la Misericordia. Ma la luce dello Spirito non mancherà, prima o poi, di farci vedere, che nel praticarla ci sentiamo buoni. Che nel praticarla trattiamo i beneficiati con condiscendenza e superiorità. Purtroppo diventare coscienti di una vocazione non vuol dire essere già “arrivati”. Troviamo infatti dei gradini che DOBBIAMO SALIRE. Ogni Virtù infatti è una torre che arriva fino al Cielo. I gradini non si contano. Gli attributi divini sono un mare che una vita dedicata al Signore non basta ad esplorare. Quindi consapevolezza delle Virtù a cui siamo chiamati, è anche consapevolezza che ancora a questa chiamata abbiamo risposto debolmente. Troppo debolmente.
Questo il piano generale proposto dai Padri e dalla Scrittura. Per ragioni espositive, abbiamo infatti trattato in modo sintetico, l’aspetto cruciale toccato dal Santo e di cui abbiamo già parlato: il conoscere sé stessi. Abbiamo, nel corso della esposizione del pensiero di Isacco, un po’ sbrigativamente accennato al contributo che ci possono dare gli altri, parenti ed amici. Ma la cosa non può essere esaurita così. Occorre riprenderla un po’ più estesamente. Per sbrogliare questo punto importante, teniamo presente un triangolo con tre fattori decisivi:
- Il nostro temperamento
- Il progetto divino
- Il contesto familiare, educativo, culturale, lavorativo e storico in cui viviamo ed in cui il nostro percorso riceve la sua individualità ed unicità.
Vediamo allora che certe circostanze o un certo clima culturale e familiare, possono avversare il nostro temperamento. Colui che desidera in modo ossessivo il piacere, tende ad essere indisciplinato. Tuttavia, l’educazione scolastica, prima o poi, tenderà ad averne ragione con le sue regole. Esperienze concrete di vita, per esempio, ci hanno mostrato giovani scapestrati all’età del liceo, imparare un minimo di disciplina di fronte all’esigenza di preparare esami difficili, all’università. Ma può succedere il contrario, che un ragazzo insicuro e pignolo, ligio alla disciplina in una prima fase della vita, si trovi una fidanzata che lo sblocchi, e lo renda un po’ meno ossessivo. Il gioco delle circostanze è fondamentale. In esso si ravvisa la verità profonda affermata sopra da San Massimo il confessore. Dio, per mezzo della provvidenza, agisce su tutti, giusti o ingiusti, facendo lentamente emergere la spiga del Logos, grazie a circostanze che mitigano l’influenza negativa del temperamento. Questo può accadere o volgendo al bene le caratteristiche passionali, oppure contrastandole. Possiamo qui testimoniare il caso di un ragazzo, che affrontava la vita come un banchetto, non lesinando sesso droga e cibo a volontà. Fu obbligato dal padre, per ragioni puramente culturali, a studiare da infermiere. Cominciato il lavoro si trovò tutti i giorni a confrontarsi con ciò che aveva fino a quel momento scansato scrupolosamente: il dolore, ed il dolore degli altri. Ovviamente all’inizio insorsero difficoltà. Tuttavia col tempo, il germoglio del suo Logos cominciò a crescere, e ciò che apparentemente poteva ripugnare, si rivelò interessante, importante, ed alla fine coinvolgente. Era sbocciata in lui la virtù della misericordia. Può succedere che un ragazzo avaro e misantropo per tutta l’adolescenza, al momento di trovare lavoro vinca un concorso alle poste. Una volta allo sportello, sarà spinto ad aiutare persone anziane o disabili a completare i moduli necessari. Potrebbe scoprire che questa dimensione del suo lavoro, lo può arricchire e migliorare nell’intimo. Il collerico, sempre spinto dal proprio temperamento alla critica di tutto e di tutti, può trovarsi in un contesto lavorativo, dove è centrale il lavoro di squadra, cosa impossibile se si sta tutto il tempo a criticare. Ma non c’è solo il lavoro. Ci sono gli amici, c’è il coniuge, c’è la famiglia. L’unione tra due persone spesso riesce proprio per la diversità dei temperamenti. Non solo, ma l’innamoramento scatta, di solito, quando l’altro è in grado di offrire ciò che nell’intimo si desidera realizzare in noi stessi. La casistica è infinita e non è quindi possibile esaurirla in questa sede. Possiamo ricordare il detto di San Paolo: “La donna è la gloria dell’uomo” (e viceversa, 1 Corinzi 11,7). Giusto per fare un esempio, riportiamo una circostanza realmente accaduta, in cui la moglie, a seguito di avvenimenti fortuiti, fu in grado di evocare al marito la sua sensibilità verso la popolazione più povera. Da questo essere “specchio” della donna, quest’uomo trasse ispirazione per trasferire il suo lavoro nei quartieri più poveri di Roma, esercitando lì la sua indole all’ascolto ed alla misericordia. Naturalmente questo è uno dei tanti esempi possibili. L’importante è inquadrare il modo di operare delle circostanze della vita. Anche quando investiamo certe nostre caratteristiche temperamentali a fin di bene, alcuni avvenimenti apparentemente sgradevoli, possono aiutarci, a tenere saldo il timone verso il nostro centro. È il caso di coloro che, presi dall’entusiasmo di un lavoro svolto con passione, si trovano a fronteggiare la salutare “invidia” dei colleghi. Naturalmente non tutte le circostanze della vita sono costruttive, e per questo è necessaria molta meditazione ed un buon discernimento. Ci sono avvenimenti catastrofici, come la morte improvvisa di un familiare stretto, incidenti gravi etc., in cui la ragione interpretativa, sia pure ispirata, deve cedere il passo alla pura fede.
Riassumendo quindi, possiamo chiamare “ascèsi passiva” quella ascèsi che non è scelta dall’uomo, ma determinata dagli eventi della vita. È attraverso di essa che possiamo cominciare a trovare il “virgulto” del Logos, quel seme che cresce da solo e che noi possiamo coltivare, migliorare, accudire, perché cresca sano e forte nella nostra vita. Qui si svolge nel modo migliore il nostro ruolo paradossalmente attivo. Sì, perché una volta individuata la strada grazie alla ascèsi passiva, noi possiamo cominciare ad agire in modo mirato ed efficace. Prima di tutto non ostacolando le circostanze della vita ribellandoci. Smettendo di lamentarci, per il fatto che esse non assecondano il nostro temperamento. Aspetto questo molto importante, perché soprattutto da giovani, si è portati a ribellarci contro tutti i provvedimenti divini, che attraverso circostanze, cultura, famiglia o storia, avversano la nostra passione dominante. Possiamo invece agire, promuovendo attivamente la crescita della nostra vocazione spirituale. Cogliere le nostre virtù “sepolte”, dà un senso di pace, di gioia profonda, e di centratura. Quindi, sì, è bene smussare un poco il nostro temperamento e, quando è utile volgerlo al bene per controllarlo. Ma il grosso della nostra scoperta di ciò che siamo veramente, non corrisponde ad una dolorosa lotta. Non consiste in una sofferta rinuncia a noi stessi. Piuttosto, corrisponde alla gioia ed alla pace di far fruttificare in noi l’opera dello Spirito, collaborando attivamente alla sua trasformazione. Si tratta di seguire il consiglio di Sant’ Isacco: trovare le virtù che corrispondono alla nostra vocazione e coltivarle con dolcezza, salendo i gradini che il santo ci ha indicato. In pratica, vorremmo sottolineare che non sempre l’opera della nostra divinizzazione corrisponde ad un atto eroico della volontà. Esistono questi casi, e noi li rispettiamo. Ma non dimentichiamoci che, come dice San Paolo, “il regno di Dio non è questione di cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14,17).
Un ultimo punto: come interpretare la terza età? Quella in cui “si va in pensione”? Quando si cambia lavoro? La risposta è semplice e quasi inutile. La nostra vocazione corrisponde ad un insieme di virtù, non ad una specifica attività materiale. Quindi si può andare in pensione o cambiare lavoro, ma noi possiamo lo stesso coltivare e promuovere la nostra vocazione spirituale attraverso altre attività. Poiché non conta l’attività in sé, ma le virtù necessarie ad espletarla. Virtù che possono essere coltivate lo stesso, anche con altre attività.
Conclusione
Abbiamo cercato di tracciare una ricerca della nostra vocazione profonda. Qualcosa abbiamo forse cominciato a capire provando a fare una lettura spirituale della nostra vita, valorizzando quella che abbiamo chiamato ascesi passiva. Un ulteriore approfondimento è possibile realizzarlo prendendo coscienza della nostra passione dominante. Essa costituisce infatti il nostro temperamento che, come abbiamo visto entra alla grande nel gioco delle circostanze che determinano la crescita della nostra pianticella. Spesso con “false vocazioni”, facendoci considerare come spirituali aspetti invece puramente passionali. Altre volte la o le nostre passioni dominanti si oppongono fino a nascondere la nostra vera personalità spirituale, l’uomo o la donna che abita nascosto/a nel nostro cuore. Per trovare la nostra o le nostre passioni dominanti, possiamo meditare i tre seguenti articoli del blog gemello di “Parole dal deserto” “Adoratori in Spirito e Verità”: ecco titoli e link:
LE ANOMALIE DEL DESIDERIO: GOLA LUSSURIA E TRISTEZZA
https://adoratori.com/le-anomalie-del-desiderio-gola-lussuria-e-tristezza/
LE ANOMALIE DELLA POTENZA IRASCIBILE O IRA
https://adoratori.com/le-anomalie-della-potenza-irascibile-o-ira/
LE ANOMALIE DELL’INTELLETTO: VANAGLORIA, SUPERBIA, ORGOGLIO E ACCIDIA
https://adoratori.com/le-anomalie-dellintelletto-vanagloria-superbia-orgoglio-e-accidia/