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Una intervista del 2005

Questa intervista si svolse nel Novembre 2005 a Roma. Eugenio in quel momento viveva una vita più che dignitosa con la famiglia, nella sua casa di proprietà, ad Ostia. Incontrato per ragioni professionali, non ebbe difficoltà a rispondere ad alcune domande che riguardavano la sua infanzia e la sua gioventù nelle borgate romane degli anni ‘50 e ‘60.

Ecco il suo racconto.

“Quando ero piccolo la mia famiglia viveva nella borgata Gordiani, una delle borgate frequentate da Pier Paolo Pasolini. Vivevo nella povertà più profonda e non sempre c’era da mangiare. Stavamo in una baracca con il tetto di lamierino. Per i nostri bisogni andavamo nel prato vicino e d’inverno faceva molto freddo. Pasolini veniva spesso da noi a portare caramelle e giornalini e noi eravamo sempre 30 o 40 ragazzini. Correvamo tutti intorno a lui e lui ci faceva sempre dei regali. Lo spogliavamo e lui si lasciava spogliare e gli portavamo via tutto, anche i soldi.”  “Quegli anni hanno avuto un peso nella sua vita?”. “Sì. Quegli anni mi hanno segnato profondamente, non avevamo nulla ma le persone erano vere!”.  “Interessante, continui” . “ Pasolini descrivendo il nostro mondo descriveva un mondo di persone vere. Alcuni di noi si arrangiavano rubando, ma tutti avevano una qualità di base: erano persone vere”. “Beh, questo sembra un punto fondamentale, continui”. “ C’era il furto, la violenza, la sopraffazione. Dovevamo essere pronti a tutto, anche a picchiarci con i più grandi, ma essere veri era un punto di partenza per tutti. Non era un mondo di dolcezze e di virtù”.

“Pasolini sembrerebbe aver colto però in quel mondo così violento un Punto Vergine, quell’essere vero fatto di spontaneità, di comportamenti e parole non mediate dal desiderio di apparire bene, ma vera autenticità. Con i suoi romanzi e i suoi film ha colto un fiore da quello che apparentemente sembra fango, lo ha colto con amore e ce lo ha consegnato. Aveva capito ciò che noi cristiani dovremmo sapere da sempre, e cioè che la fonte di certi valori è la povertà sia economica che di spirito”.  “Ero in un mondo” continua Eugenio “in cui se uno si sentiva male tutti erano presenti, tutti accorrevano. C’era una profonda solidarietà. Si lasciavano i bambini, circa 30 o 40, alla donna anziana e questa aiutava tutta la comunità badando perfettamente a ognuno di loro, mentre i genitori andavano a cercare il pane per mangiare. Una volta mio padre andò all’osteria a farsi il mezzo litro dopo il lavoro. Lo facevano tutti. Uscendo non trova più la bicicletta. Era disperato. Piangeva. La bicicletta era l’unica cosa che aveva e gli serviva per andare a lavorare. Il suo dolore non si sa come, arrivò ad uno dei capi della malavita: in capo a due giorni la bicicletta ritornò. Si rende conto? Gli ritrovarono la bicicletta che gli era stata rubata a chilometri di distanza. Infatti mio padre andava a lavorare oltre il quartiere di Montesacro. Talvolta mio padre tornava a casa senza soldi perché dava tutto per pagare alcune persone che in quel momento dipendevano da lui. E lui rimaneva senza nulla. E noi restavamo senza mangiare. Altre volte dava 30 lire al partito comunista in cui credeva, e la mamma lo rimproverava perché lo toglieva a noi: era un altro mondo, c’erano altri valori.”

“Considerata tutta la situazione di quel momento, dare 30 lire al Partito era un gesto più che comprensibile. Il PCI restituiva infatti dignità ai milioni di poveri e sotto-occupati di quella stagione dell’Italia”.

“ Sì, la dignità era importante” continua Eugenio” infatti nella nostra borgata un pappone, un magnaccia, non poteva entrare. Veniva picchiato. Quella attività era considerata ignobile! Un ladro non creava problemi, ma il pappone sì, e non veniva tollerato, perché in una comunità che non aveva nulla salvare la dignità era fondamentale”.  “ Proprio così” intervengo io “Pasolini nel film Accattone descrive appunto un magnaccia che viene respinto e picchiato dalla sua comunità. Cerca allora di redimersi facendo il ladro, ma non ce la fa”. “Alcune scene del  film Accattone” prosegue Eugenio “furono girate proprio nelle nostre case a borgata Gordiani. Noi bambini ci divertivamo a vedere tutti quei faretti….”.  L’intervista con Eugenio terminò qui. Ci salutammo, ma mai avrei immaginato di ritrovarla dopo più di 20 anni dopo tra i miei appunti. Riporto allora la meditazione che mi ispirò a quel tempo.

 

Una sorprendente Verità

Leggiamo nel Vangelo di Matteo 21,31: “I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”. D’altra parte sono note le parole durissime che Gesù riserva ai Farisei, a cui risponde con questo versetto. Ciò che il Signore non tollera sono le frasi ed i comportamenti mediati, non spontanei, in cui si filtra prima bene il contenuto per ottenere una certa risposta dall’interlocutore, e perché esso abbia una buona opinione di noi. In una parola, l’ipocrisia. Presentarsi divisi con l’interno diverso dall’esterno. Appunto, sepolcri imbiancati. Colpisce che Gesù non sembra molto interessato agli effetti collaterali della spontaneità. Infatti essere spontanei, immediati, veri, potrebbe voler dire a volte essere anche impulsivi e violenti, sia verbalmente che fisicamente. È l’inquinamento causato dal peccato ancestrale. Solo un paziente cammino di purificazione potrà prima smussare e poi eliminare questi spigoli inopportuni. Ma ciò che agli occhi del Signore resta è l’ essere poveri nello spirito, cioè non arricchiti da elucubrazioni né da piani mentali, interpretazioni intellettuali. Essere veri vuol dire essere come si è, spontanei. È per questo che Gesù dice:

“In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11,25).  I poveri di Eugenio sono questi piccoli che ricevono la Verità perché veri. Ma….come è possibile? Non si arriva alla verità studiando? Altro che poveri!  Ebbene c’è un segreto che ci sorprenderà. Una visione delle Virtù da parte dei Padri della Chiesa che ci stupirà. Eccola:

“Le virtù per i Padri non sono atti etici autonomi, ma realtà viventi, sono come persone anche se non dotate di un io”  (Metropolita di Nafpactos Hyerotheos Vlakos: “Ortodox Psychotherapy pagina 304).

Questa visione delle Virtù da parte dei padri è confermata in un ampio studio su Massimo il Confessore di Jean-Claude Larchet (La divinisation de l’homme selon Maxim le Coonfesseur”, Edition du CERF, 1996).

La Verità è una Virtù e come tale rientra nella definizione dei Padri: essa è qualcosa di vivo, una entità autonoma anche se priva di un Io.  Dunque la verità non è un concetto espresso a parole che corrisponde ad un fatto, come vorrebbero i filosofi. Essa è qualcosa con cui si entra in contatto! Tuttavia ci possiamo unire ad essa solo e soltanto se siamo simili a lei. Solo se siamo veri. E questo per una legge patristica importante : Il simile conosce il simile. Se siamo noi veri ecco che la Verità si unisce a noi. Ecco perché Gesù dice “… e le hai rivelate ai piccoli”.  Perché solo i piccoli, i poveri, sono veri, spontanei. E così la Verità, riconoscendo il simile si unisce a loro. Si unisce in quella che è una vera e propria esperienza. La conferma ce l’avranno tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vivere una Veglia in una Chiesa Ortodossa. In quelle benedette ore di liturgia, il fedele sincero ed attento sperimenta proprio un contatto con la Verità per opera dello Spirito Santo. Si scopre in quelle occasioni che la Verità, appunto, non è un concetto, e che anzi cercare la Verità con i ragionamenti esprime addirittura un vero e proprio fallimento. E questo perché in quei momenti la Verità per grazia di Dio si unisce a noi. E allora capiamo e…tutto viene beneficamente sconvolto!

Dunque nella vita spirituale essere Veri, spontanei, senza troppe mediazioni, non è un optional ma un vero e proprio aprirsi alla Grazia.

 

Conclusioni

L’intervista con Eugenio ci ha aperto un mondo inaspettato. Abbiamo avuto modo di meditare concretamente cosa vuol dire essere poveri di spirito, essere piccoli, essere veri, come il Signore vuole.