
Quale contemplazione grazie all’Eucarestia
Cosa vuol dire contemplare ed essere contemplativi? Vuol forse dire stare molto a pregare? Un contemplativo può anche passare alcune ore a pregare ma non consiste in questo l’avere uno sguardo contemplativo sul mondo. Piuttosto vuol dire guardare il mondo con gli occhi illuminati dalla fede. Un primo passo nel cammino spirituale ci fa scorgere nella società degli uomini un groviglio di passioni, dall’avidità che conduce al materialismo, alla vanità che ci conduce al desiderio di potere. Da qui ruberie, omicidi, adulteri, guerre, rivoluzioni, etc. Tutto questo non può non essere il bagaglio di ogni cristiano: le passioni conducono l’uomo alla rovina e la cura spirituale della Chiesa ne è l’unica vera terapia. D’accordo. Ma uno sguardo contemplativo sul mondo vede davvero solo questo? Davvero nel mondo esiste solo la zizzania? A volte viene da pensarlo visto che non mancano monaci reputati santi che insistono sull’imminenza della terza guerra mondiale. Ma diciamolo una buona volta: gli occhi della fede sanno scoprire anche il grano. È proprio del credente che ha fatto almeno un po’ di cammino, riuscire a scoprirlo proprio là dove altri vedono solo peccato e tradimento. E come fare? In fondo è molto semplice, basta dare fiducia a ciò che veramente rappresenta il vertice della nostra vita spirituale: l’Eucarestia. Non realizza forse questo Mistero la nostra unione con Dio? Non agisce forse sul nostro sguardo divinizzandolo? Tutto sta ad assecondare con pazienza ciò che l’eucarestia è, come dire, specializzata a farci vedere. Diciamo il Suo punto di partenza: l’attività dell’uomo e la famiglia. Sì, perché come noto, sia il pane che il vino che arrivano sull’altare del sacerdote per trasmutarsi nel corpo e nel sangue del Signore, sono il frutto del lavoro dell’uomo. Nella Chiesa Ortodossa, inoltre, il pane per la Divina Liturgia è preparato molto spesso nelle famiglie. Dunque, se vogliamo essere educati dal Mistero Eucaristico a contemplare il mondo è da lì che dobbiamo partire. Se soltanto ci proviamo, si potrà constatare una certa facilità a cogliere particolari importanti. Tra questi, una considerazione generale sembra emergere con una certa evidenza. La fiamma di amore per Dio, che brucia silenziosa nei nostri cuori, non può non soffermarsi sul lavoro dei più umili. Colpisce il desiderio di vivere di coloro che in evidenti difficoltà economiche, comunque reagiscono con coraggio, mettendosi a vendere fazzoletti ai semafori, oggetti per turisti nelle piazze, o a fare la guardia ai gabinetti pubblici. Ma questi sono solo la punta dell’ “Iceberg”. Tante, tante persone si arrangiano con sacrificio, per mantenere sé stessi e la propria famiglia. E cosa nasconde di meraviglioso tutto ciò? Ci dovremmo semmai addolorare per le tante ingiustizie che vediamo. E questo è vero, ma non c’è solo questo. Oltre l’ingiustizia ci sta la capacità di reagire di tante persone. Una capacità di reagire di fronte alle difficoltà della vita, talvolta pesanti, soverchianti. Una capacità che è desiderio di vita, che è vitalità. E non sempre nel lamento e nella tristezza. Piuttosto non di rado con una forza d’animo che ispira anche arguzia, leggerezza e perfino umorismo.
La storia di Anna
Chi scrive ha contemplato questo miracolo nascosto in Anna, una signora di quasi 70 anni, orgogliosa della sua romanità. Viveva con la pensione minima che le bastava a malapena per pagare l’affitto. Per fare la spesa e pagare le bollette doveva adattarsi a fare la COLF. Un lavoro pesante a quell’età. Eppure sulle labbra di Anna spesso c’era il sorriso. Mai un lamento, ma piuttosto qualche sana battuta da romana “verace”, piena di arguzia e di simpatia. L’allegria di Anna, pur nella fatica, suonava come un sorprendente distacco spirituale dalle proprie difficoltà. Una donna posata, certamente, ma ancora piena di quella gioia di vivere che non si esprimeva con un sentimento, ma con l’azione. Con la resistenza. Con la vitalità. Con una vitalità vera, schietta, sincera. Una gioia che non si fa voce ma atto. E cosa è la gioia che vince il dolore di certe condizioni materiali se non il frutto dello Spirito? È una religiosità segreta che i dotti chiamerebbero implicita.
“Lo Spirito Santo non è assente da nessuno degli esseri, soprattutto in quelli che in ogni modo partecipano della ragione. ….poiché è Dio e Spirito di Dio, e si trova provvidenzialmente in tutti con la Sua potenza….per questo vediamo molti uomini, anche tra i più barbari e nomadi, volgersi ad una vita decorosa e buona” (San Massimo il Confessore, Capitoli vari, I° centuria, Filocalia vol. 2, Gribaudi Editore). Quindi tutti, in modo consapevole oppure non consapevole, guardiamo al bene ed alla virtù. E, quando siamo spinti dallo Spirito Santo, operiamo il bene. Queste parole di San Massimo sembrano scritte per Anna. Vissuta in un quartiere popolare romano, nei suoi anni di giovinezza era stata più incline a simpatizzare per il Partito Comunista che per la Chiesa, come molti abitanti delle borgate. Anche perché, purtroppo, negli anni ‘50 e ‘60, durante la guerra fredda, la Chiesa Cattolica venne impropriamente usata come argine contro il comunismo. Dunque, questa gioia di vivere che si faceva azione, resistenza più che sentimento, sbocciava in un cuore non alimentato da una cultura religiosa. Eppure Anna trovava anche il modo di fare del bene raccogliendo tappi di plastica che in un modo quasi misterioso, si trasformavano in offerte per i più poveri di lei. È dunque questa l’occasione di Ricordare Anna, che da qualche anno non c’è più, con commozione e gratitudine, per l’insegnamento che ci donò e che ora trasmettiamo con queste righe: è proprio vero “Lo Spirito Santo è Signore e dà la vita”, come recita il nostro credo. I Padri dei concili di Nicea e di Costantinopoli, che lo scrissero, per vita usarono il termine greco “zoì”, invece di “bios”. Perché? Usando Zoì i padri conciliari descrissero una realtà radicalmente diversa da bios che vuol dire storia personale, biografia. Essi cioè indicavano con “zoì” una vita che non ammette l’esperienza della propria distruzione, un principio vitale incorruttibile che scaturisce direttamente da Dio. Quindi non solo virtù ma anche vera e propria “resistenza”, vitalità, amore per la vita che poi si fa anche pazienza e speranza.
Ma perché diamo tanta importanza a questo insegnamento? Perché troppo spesso limitiamo l’azione dello Spirito ai soli carismi straordinari. Ci stupiamo di fronte al dono del discernimento di certi asceti, amiamo quel gemito segreto del cuore che ci conduce alla preghiera, ci dà pace quella presenza discreta che aleggia durante la Divina Liturgia. Ci è invece più difficile, diciamolo onestamente, scorgerlo nella lotta dell’uomo contro le malattie, nel sacrificio degli studiosi che cercano e trovano nuove cure contro il cancro, negli artisti sinceri, che dedicano la loro vita alla ricerca del Bello e del Vero, nelle maestre che insegnano ai nostri figli a leggere, nel netturbino che con spirito di servizio pulisce la città, nel fruttivendolo che ci dà le arance di cui abbiamo bisogno. Ma Dio è Amore. E soprattutto è Amore per l’Uomo Sua Immagine. E come potrebbe amare l’uomo senza amare la sua ricerca di Vita? La sua lotta per la Vita? I suoi sforzi per conoscere la Verità e la Bellezza e quindi la sua cultura? Come potrebbe il Signore amare l’uomo senza amarne il lavoro, senza amarne la procreazione che è obbedienza ad un Suo comando? Senza amarne la famiglia, l’educazione dei figli, l’unione coniugale che Lui stesso ha voluto e benedetto?! Questo il grano! Questo il grano che un cuore anche solo un po’ purificato ci fa scoprire quando è unito a Dio attraverso l’Eucarestia. Essa infatti proviene dal lavoro, dalla famiglia e dalla attività dell’uomo, che sull’altare del sacerdote si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo. Ed ecco che, una volta che l’Eucarestia ci nutre essa ci dona una vista particolare proprio ritornando col nostro sguardo al lavoro, alla famiglia, alle attività dell’uomo.
Dall’Eucarestia il Sacerdozio dei battezzati
“A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Apocalisse 1,5-6).
Ma allora che differenza c’è tra chi crede e frequenta la Chiesa e chi no? Una delle differenze più importanti è proprio l’Eucarestia. Grazie ad essa, non solo abbiamo il dono di contemplare il grano, ma anche quello di tornare consapevoli là da dove l’Eucarestia nasce. L’iniziato al mistero della comunione Eucaristica è chiamato a tornare alla propria famiglia ed al proprio lavoro unito a Dio e come sacerdote. Non sacerdote ministeriale come il Prete. Ma investito del sacerdozio dei fedeli, del sacerdozio di tutti i battezzati, che offrono consapevolmente a Dio tutta la loro attività, lavorativa e familiare. Così il fedele si fa mediatore del volgersi verso Dio di tutto il Cosmo, grazie all’energia ad esso impressa dallo Spirito Santo.
Conclusioni
Abbiamo percorso un sentiero che ci ha fatto scoprire la religiosità nascosta di chi lotta per sopravvivere. Essa ci ha introdotto al miracolo dello Spirito Santo che è Signore e dà la vita. Il miracolo dell’amore di Dio per l’uomo e per tutte le sue attività, quando rivolte verso i Suoi attributi, come la Vita, la Verità e la Bellezza. Una contemplazione che ci introduce al sacerdozio di tutti i battezzati, chiamati ad offrire consapevolmente tutte le attività dell’uomo a Dio.