
Il consiglio del Signore
“Giunsero a Cafarnao; quando fu in casa, domandò loro: «Di che discorrevate per strada?» Essi tacevano, perché per via avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: «Se qualcuno vuole essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Marco 9,33-35).
Eppure tutti ancor oggi vogliono essere i primi, i migliori. L’orgoglio umano non muore mai. Noi siamo i veri cristiani. Noi siamo ad un livello più alto. Noi siamo un modello per gli altri. Noi siamo veramente obbedienti, voi no. Spesso non lo si dice ma lo si pensa.
Quanta perdita di tempo! E quando non lo si pensa di noi cerchiamo di associarci a chi crediamo lo sia: predicatori eccellenti, scrittori di libri. Ma….questo ultimo posto dove sta?
Alla fine del 1800, in Francia, un ricco Visconte appena convertito alla fede cristiana, visitò a Nazareth quella che oggi crediamo essere la casa di Gesù e della sacra famiglia. Vide povertà, e credette di identificare l’ultimo posto con quello relativo alla scala sociale. I poveri. Sentì una vocazione ad essere “povero tra i poveri”. Ma era veramente quello l’ultimo posto? È difficile non vedere in questa vocazione il tipico zelo del neoconvertito, che ancora ragiona in termini materiali. Più soldi primo posto, meno soldi ultimo posto. Sembra semplice, ma non è sempre così. Infatti sull’onda della vocazione di quel visconte, negli anni ‘50 e ‘60 molti giovani francesi si lanciarono verso un ideale di vita religiosa “povera”…..finendo per essere orgogliosi di essere migliori dei ricchi! No, la strada dei soldi non è una buona strada. Cosa allora ci può aiutare? Sentiamo cosa ci suggerisce San Paolo:
“Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi 2,3-4).
La frase che ci aiuta è esattamente questa:
ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Beh! Questo! Questo sembra essere davvero l’ultimo posto. Considerare tutti superiori a noi stessi. Certo, è necessaria una notevole conoscenza del proprio temperamento e dei propri errori. Questo va da sé. Tuttavia forse non basta. Vediamo….forse può essere interessante raccontare la storia che segue.
Una storia di tutti i giorni
Un giorno sono entrato in un negozio di scarpe avendo bisogno di qualcosa di nuovo che sostituisse quelle che avevo ai piedi. Mi rivolgo al commesso e indico un modello che sembrava interessante. Subito il commesso mi ha portato quello che desideravo, ma….la misura non era quella giusta: mi scusi ma purtroppo il numero superiore non c’è. Non riesco a trattenere un moto di stizza. Beh….allora mi porti quell’altro modello, e indico un altro paio di scarpe. “Certo” dice il commesso e continua ” vedo che a lei serve una scarpa alta, in grado di proteggergli meglio le caviglie….giusto?” “Sì rispondo io, ha proprio colto la mia necessità “allora” continua ancora il commesso “provi anche questa. Abbiamo il numero che fa per lei”. La provo, ma non mi piace molto. “Ce l’avrebbe nera invece di marrone?” dico io “purtroppo no” risponde il commesso. Sono un po’ scocciato e lo faccio vedere, ma il commesso non si scompone. “Allora mi faccia provare il modello alternativo che le avevo detto” Provo e va bene. Faccio l’acquisto e torno a casa. Seduto in poltrona dimentico l’acquisto appena fatto e mi metto a leggere la vita di Doroteo di Gaza. Di salute cagionevole questo santo non poté esercitarsi nella ascèsi dei suoi compagni di monastero, ma lo storico della sua vita sottolinea come rinunciasse a sé stesso tramite l’obbedienza, cosa impegnativa per lui, visto che era stato educato in una famiglia facoltosa. Edificato da questo esempio luminoso di umiltà mi reco in chiesa per i vespri ed accendo una candela con questa preghiera: “Grazie Signore per avermi donato una vita retta ed obbediente alla Chiesa”. Quindi assisto ai vespri.
Cosa ci insegna questo scorcio di vita vera?
Una scoperta inattesa
Vediamo con occhio terso il comportamento del commesso e scopriamo le seguenti virtù:
- La Pazienza: mi ha fatto provare più scarpe, poche però rispetto ad altri clienti più esigenti, che ogni tanto capitano
- Il controllo dell’ira: in due occasioni non ho nascosto il mio disappunto e lui non ha reagito. Poteva fare per esempio un sospirone di risposta anche lui, ma non l’ha fatto. Per i commercianti la sopportazione non è un “optional”.
- Gentilezza: mi ha accolto cercando di soddisfare i miei desideri
- Obbedienza: ha eseguito i miei ordini senza fiatare
- Ascolto: ha cercato di capire le mie esigenze
- Consiglio: mi ha suggerito una possibile soluzione alle mie esigenze
- Servizio: mi ha venduto le scarpe che mi servivano.
Forse qualche lettore potrebbe trovare anche altre virtù, ma sono sufficienti queste. Qualcuno dirà: in fondo è il suo lavoro! In effetti forse è per questo che tornato a casa mi sono dimenticato di questo commesso. Ma si tratta di un commento illuminato? Direi di no. Certo il Signore si serve dei nostri bisogni per educarci attraverso il lavoro alle virtù, proprie di ogni impiego. Dobbiamo pagare l’affitto di casa, le bollette, la spesa, i vestiti per i figli, i libri ed i quaderni per la scuola, etc. Ci serve un lavoro e facciamo quello che troviamo o vogliamo. D’accordo. Ma cambia questo qualcosa delle virtù che questo commesso ha messo in campo? No, esse sono sempre virtù. Non solo. Se leggiamo il Vangelo scopriamo che queste virtù ce le aveva anche il Signore. Ascolto dei problemi di chi chiedeva aiuto, consiglio, controllo dell’ira, gentilezza, servizio, pazienza, le ritroviamo tutte praticate da Gesù, fino all’obbedienza: Egli fa quello che il Padre gli ha detto di fare. Ebbene, ad occhi attenti, diremo tersi, cioè almeno un poco purificati, questo commesso è stato lo specchio delle virtù del Signore. Forse uno specchio un po’ incrinato, perché a causa del peccato ancestrale nel libro della Genesi, Dio dice: “Mangerai il pane col sudore del tuo volto” (Genesi 3,19). Tuttavia sempre uno specchio. Sì, certo, Dio usa il bisogno per modellarci a somiglianza del Suo Figlio. Che si sia credenti o no. Infatti Massimo il confessore ci insegna che Lo Spirito Santo ispira tutti, anche i barbari, spingendoli verso la virtù.
Ora però ammettiamolo: di tutto ciò non mi sono minimamente accorto. Invece ho gioito di fronte al “libro”. Di fronte alla lettura della vita di un santo che ne celebrava l’obbedienza. Di quello mi sono accorto perché il mio famelico bisogno di immaginario è stato soddisfatto dal racconto della vita di Doroteo di Gaza. Succede a chi perde il contatto con la realtà. Non i fatti della vita reale, ma l’immaginazione ha sollevato il mio cuore verso Dio. La prova? La preghiera che ho rivolto al Signore durante i Vespri: una preghiera da perfetto fariseo, tipica di vede l’esterno perché sollecita l’immaginazione, ma trascura l’interno. Tipica di chi nella testa vive dei propri pensieri fatti di immagini, e non riesce ad interpretare i fatti della vita con il cuore.
Allora pentiamoci e guardiamo dentro noi stessi: possiedo io le virtù di quel commesso? No. Forse qualcuna, ma non tutte. Dunque lui è a me superiore!
Ecco la strada: studiare nel Vangelo le Virtù messe in mostra dal Salvatore con il Suo comportamento e cercarle poi intorno a noi, nella vita di tutti i giorni, nella gente che ci circonda. Allora noteremo che davvero tutti sono superiori a noi, specialmente se ci ricordiamo anche degli errori che hanno costellato la nostra vita.
Conclusione
San Paolo ci ha insegnato come guadagnare davvero l’ultimo posto seguendo il consiglio di Gesù. Il Vangelo ci ha insegnato la via pratica per riuscirvi.