Home English EN French FR German DE Greek EL Italian IT Portuguese PT Romanian RO Serbian SR Spanish ES

Chi sono i poveri? La versione dell’uomo esteriore

È tutto molto semplice… per alcuni. Chi ha meno soldi è povero, e così chi non ha proprietà. Dunque chi fa voto di povertà, nell’ambito di una scelta religiosa, per esempio monastica, sceglie di non avere proprietà. In una versione più radicale si sceglie di vivere mendicando. In generale, si tende a raccomandare ad ogni cristiano, una vita modesta. Non è dunque consigliabile esibire macchine di grossa cilindrata, grandi proprietà immobiliari o terriere, abiti sfarzosi. Clemente Alessandrino, nel suo “Pedagogo”, consigliava già nel secondo secolo, uno stile di vita austero ed abiti modesti. Tutto ciò è storia e storia secolare. È qualcosa di acquisito che può essere considerato un solido punto di partenza. Ma ha senso fermarsi qui?

 

Il movimento cinico e le somiglianze col cristianesimo

Già molto prima di Cristo, si erano sviluppate correnti filosofiche che consigliavano il rifiuto del potere, della gloria e della ricchezza. Queste correnti di pensiero, tra cui quella denominata cinismo, si svilupparono ampiamente, nei primi secoli dopo Cristo, in parallelo con la Chiesa apostolica. Esse si diffusero non solo tra i ricchi ma anche tra gli strati più poveri della popolazione. Nell’impero romano costituirono un vero e proprio movimento. La lotta contro le passioni, il disprezzo per il piacere, la ricerca della felicità nella povertà e nella vita morale, ponevano il movimento cinico in apparente somiglianza con i principi cristiani. Dunque un certo modo di vedere la povertà, non è detto che si possa considerare solo strettamente evangelico. Certo la lotta contro l’avidità ed i piaceri disordinati, spesso incentivati dalla ricchezza, rappresenta un principio basilare per tutti i credenti. Ma per cogliere l’essenza profondamente spirituale della beatitudine raccomandata da Gesù, è necessario andare oltre. Altrimenti Gesù potrebbe essere scambiato per un filosofo, come certi studiosi credono di poter ripetere.

 

Dalla povertà alla necessità

Cosa allora caratterizza al fondo la povertà evangelica, differenziandola da quella esaltata dai filosofi greci? Ebbene: la necessità e la dipendenza e cioè il voler dipendere interamente da Dio, il mettersi nelle sue mani provvidenziali. Al contrario i filosofi cinici esaltavano l’autonomia, e cioè la povertà scelta per non dipendere da nessuno. Appare chiaro come il sole che su questo punto la differenza è abissale.  Ma è per questo altrettanto chiaro che il fondo spirituale della povertà evangelica va cercata nel rapporto con Dio, cosa che i filosofi non avevano. Sant’Antonio ed i Padri del deserto non cercavano la solitudine per non dipendere da nessuno. Essi la cercavano perché erano letteralmente avidi della dipendenza da Dio. Nel deserto solo e soltanto un Dio provvidente poteva permettere una qualche sopravvivenza. E questo trasformava la vita di Antonio, di Macario, di Ilarione e di tutti gli altri loro compagni, in un intenso ballo a due. La Presenza. La Divina Presenza misericordiosa e provvidente. L’amore tenerissimo di Dio per il figlio, che si mette interamente nelle sue mani, “….come bimbo svezzato in braccio a sua madre…” (Salmo 130,2 – LXX; 131,2 C.E.I.). Questo. Soprattutto questo era nel cuore incendiato dallo Spirito, di questi uomini di Dio. Essi non erano “uomini distaccati” ma piuttosto pieni di divino desiderio. Inebriati dalla coppa dello Spirito (Salmo 22,5LXX; 23,5 C.E.I.). Ma allora, cosa cambia tutto questo?

 

C’è povertà e povertà, necessità e necessità

Non è il caso di farsi illusioni. La povertà in sé non è un passaporto per il cielo. La mafia e la camorra reclutano i loro killer nei quartieri poveri di Palermo e di Napoli.  La povertà non consapevole può spingere all’odio ed all’invidia. E così la necessità ed il bisogno. Ci può essere un bisogno di soddisfare le proprie passioni, come l’avidità e la lussuria, la vanità e l’orgoglio. Dunque stiamo parlando di povertà e necessità informate dalla fede. Stiamo parlando di quella necessità che fa volgere gli occhi verso Dio. L’Eucarestia, la lettura della Bibbia e la preghiera, trasformano la necessità in umiltà. In quella umiltà che spinge a guardare al datore di ogni bene. Nel cristiano è il bisogno che mette le ali alla preghiera. Il bisogno ci pone spogli di tutto di fronte a Lui. La necessità ci spinge a cercare un Padre provvidente. Il bisogno ci rende più umili perché coscienti di dipendere da Dio.  La necessità alimenta dunque il nostro rapporto con Dio, così come faceva nei Padri del deserto. Ecco cosa cambia. Il bisogno trasforma la fede da convinzione a rapporto.

 

Quali spazi spirituali apre una necessità consapevole?

Innanzitutto cominciamo a capire meglio la povertà di Gesù. Sull’argomento ci sono state un po’ troppe divagazioni, e false immagini sentimentali. Infatti, a parte l’episodio della nascita, in cui il Signore non fu accolto in albergo perché non c’era posto, per il resto Gesù non era povero. Sappiamo per certo che Giuseppe era falegname (Matteo 13,55). Un mestiere che a quel tempo aveva un valore. Tutto o quasi si faceva col legno, anche i mezzi di trasporto come i carri. Con molta probabilità Giuseppe era dunque richiesto, e ciò lo collocava, dal punto di vista strettamente economico, al di sopra dei poveri. Questi erano semmai gli schiavi, i malati (e ve ne erano molti), le donne ripudiate, e nella migliore delle condizioni, braccianti a giornata e manovali per l’edilizia. Chi aveva un mestiere in mano, come Giuseppe, poteva forse più giustamente essere collocato nel ceto medio, che tra i diseredati. Ma allora Gesù raccomandava ciò che non faceva? Certamente no. Ma allora in che senso era povero? Era povero appunto perché aveva necessità. Viveva in una famiglia in cui il padre, Giuseppe, aveva bisogno di lavorare per vivere. Era povero perché aveva bisogno, non perché non aveva soldi. Giuseppe, come tutti gli artigiani, si affidava alla provvidenza, perché arrivasse il lavoro necessario a sostenere la famiglia. Sotto questo profilo la famiglia di Nazareth era effettivamente povera. Comincia a profilarsi uno scenario che potrebbe aprire spazi spirituali insospettati.

 

L’umiltà santifica la necessità

Molti sinceri credenti, sono stati educati a valutare come virtuosa, l’opera prestata gratuitamente e per amore. Tutto vero. I santi Cosma e Damiano, facevano i medici gratuitamente. E così molti volontari dei nostri tempi. Tuttavia non sempre si è pronti per vivere la gratuità. Quante volte abbiamo sentito generosi volontari, vantarsi della propria opera, o diffonderla in pubblico. Eppure nel Vangelo è detto “Non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra” (Matteo 6,3). Dietro la cosiddetta “libera scelta” purtroppo sta in agguato l’orgoglio. Talvolta diventa invincibile la sensazione di essere buono o migliore di coloro che non fanno le stesse nostre opere. In realtà prestare un servizio gratuitamente ha davvero un grande valore, ma richiede una maturità ed una umiltà poco diffuse. Come è santa invece la necessità, che fa fare tutto in umiltà. Facciamo perché abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di lavorare per vivere, ed in questo modo obbediamo al Signore (Genesi 3,19). Abbiamo bisogno di amare un uomo od una donna e di esserne riamati. Abbiamo bisogni affettivi. Ed ecco che obbediamo ancora una volta al Signore sposandoci (Genesi 1,28). Sentiamo la necessità di esprimere la nostra maternità o paternità, ed ecco arrivare dei figli. Come prevede il Signore (ancora Genesi 1,28). Nessuno può vantarsi di queste cose, come ci si può vantare di un’opera di volontariato. Ma in realtà siamo ubbidienti, ed in umiltà. Realizziamo ciò che il Signore ha comandato all’umanità. Facciamo il nostro dovere. Ma attenzione: lo facciamo spinti dal santo bisogno e da “madonna” necessità. Tutto in perfetta umiltà. E l’umiltà, come sappiamo attira la grazia. Chi vive con consapevolezza l’obbedienza ai comandi elementari del Signore, sa che la Grazia dello Spirito Santo opera silenziosamente nella propria vita.

 

Nei gesti più banali della necessità e del bisogno consapevoli abita il soffio dell’eternità

 

La Sacra Scrittura è chiara al proposito. Lo Spirito Santo illumina, ispira e guida l’attività umana e la volge verso il bene. E i padri spiegano e chiarificano. Vediamo:

“Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Efesini 4,6). “Poiché tutte le cose provengono da Lui, esistono in grazia di Lui, tendono a Lui “(Romani 11,36).

“Lo Spirito Santo non è assente da nessuno degli esseri, soprattutto in quelli che in ogni modo partecipano della ragione. ….poiché è Dio e Spirito di Dio, e si trova provvidenzialmente in tutti con la Sua potenza….per questo vediamo molti uomini, anche tra i più barbari e nomadi, volgersi ad una vita decorosa e buona” (San Massimo il Confessore, Capitoli vari, I° centuria, Filocalia). Quindi tutti, in modo consapevole oppure non consapevole, guardiamo al bene ed alla virtù. E, quando siamo spinti dallo Spirito Santo, operiamo il bene. È ovvio che questo movimento verso il Signore è facilitato dalla fede, dalla grazia, dalla preghiera e dai sacramenti. Ma è altrettanto ovvio che tutto ciò, spiega come mai esistono persone apparentemente lontane dal cristianesimo, e tuttavia buone e generose. Quando l’uomo obbedisce, consapevolmente o no, ai comandi del Signore lo Spirito agisce.  Ecco come l’umiltà generata dal bisogno e dalla necessità, attira lo Spirito. E lo Spirito agisce segretamente ispirando gli uomini verso il bene. È dunque lo Spirito il segreto dell’attività umana. Di tutta l’attività umana. Sia essa una famiglia, un lavoro da netturbino, da impiegato, da avvocato, da ricercatore o da scienziato. Il paraclito presente in tutti, tutto volge verso il Dio. Quando le azioni dell’uomo sono ispirate dall’umiltà del bisogno, e si tengono lontane dal peccato, tutto tende verso di Lui. Ecco allora perché dei poveri è il regno dei cieli (Luca 6,20). I ricchi infatti non hanno bisogno né necessità di lavorare, e se lo fanno spesso rispondono a necessità passionali, come il comandare di più, arricchirsi di più o avere più gloria. Se Dio non interviene con la sua grazia….: ”Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.  Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»” (Matteo 19,23-24). Dunque la necessità ed il bisogno come radice spirituale della povertà cristiana ci avvicinano a comprendere meglio la beatitudine della povertà.

 

Conclusioni

In queste pagine, la meditazione spirituale ci ha portati a capovolgere lo sguardo, con il quale di solito abbiamo valutato lo stato di bisogno. Ciò può dischiudere spazi spirituali aperti alla meraviglia. Infatti, come non rimanere sbalorditi ed affascinati di fronte allo spettacolo offerto da gran parte delle attività umane, quando volte verso il bene, sia pure e soprattutto per bisogno! Se la consapevolezza ci illumina, la vita ci apparirà come un giardino fiorito di virtù, nonostante le debolezze ed il peccato di molti. È la grazia dello Spirito che toglie il velo dai nostri occhi e ci offre il suo spettacolo prodigioso.