La tristezza come passione dell’anima
La tristezza era già contemplata negli otto pensieri di Evagrio Pontico. Siamo agli albori della vita monastica, nel IV secolo, ed i pensieri malvagi enumerati da Evagrio corrispondono a quelle che oggi chiamiamo passioni. Il tema della tristezza fu successivamente rielaborato dai Padri della Chiesa, e Jean-Claude Larchet ne ha riassunto le caratteristiche fondamentali nel celebre trattato: “Terapia delle malattie spirituali” (Ed. San Paolo). Vediamone le caratteristiche principali.
La tristezza può essere utile quando è la tristezza secondo Dio. Permette all’uomo di piangere i suoi peccati e di affliggersi per il suo stato di decadimento. L’ uomo allora si rattrista per la perdita della perfezione originaria ed è triste perché lontano da Dio. È un sentimento che sfocia nella compunzione e la sua espressione massima è il dono delle lacrime.
Ma si può avere un uso non naturale della tristezza. Ecco allora cosa ci dicono i Padri.
L’uomo diventa triste per piangere la perdita dei beni sensibili e allora:
la mancanza della prospettiva spirituale fa sì che l’uomo senta un sentimento di mancanza letteralmente senza nome. È la mancanza di Dio, ma essendo il Nous cieco egli la attribuisce alla mancanza, vagheggiata o reale, di persone o cose. La mancanza genera la tristezza. Poiché non ha ottenuto il piacere atteso, l’uomo diventa triste, è scoraggiato. Sempre stanco, si sente pesante, abbattuto prova dolore psichico, oppressione e depressione. La tristezza può nascere anche senza motivo apparente. I fatti esterni sono solo l’occasione della tristezza, che invece risiede nell’atteggiamento dell’uomo. Ordinariamente, infatti, l’uomo in equilibrio dovrebbe essere sempre nella gioia.
In sintesi, la tristezza naturale dovrebbe essere il salutare sentimento che accompagna il pentimento, e quindi la lontananza da Dio. Essa diventa spiritualmente patologica, quando esprime la mancanza di beni e piaceri sensibili.
Saltare sulle spalle dei giganti
Partiamo come sempre dal Vangelo:
“Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura» (Marco 4,26-29).
Questa parabola di Gesù è seguita da un’altra dello stesso tenore, che ribadisce e rinforza il concetto, descrivendo come un granello di senape con il tempo, diventi un grande albero. Dunque, il regno di Dio cresce da solo, come sottolinea la parabola. Questo è un mistero! Come fa a crescere da solo? È una domanda che si dovrebbe porre chi è tentato di pensare che il nostro sguardo debba sempre essere rivolto al passato, e mai al presente ed al futuro. Invece, il seme gettato dai Giganti, cioè dai Padri della Chiesa, a proposito delle passioni, è cresciuto e, fra le altre cose, è cresciuto anche quello che sappiamo sulla tristezza. Questa crescita spontanea è generata dallo Spirito Santo, che è come il vento (Giovanni 3,8) e soffia dove vuole.
La dottrina dei semi di Verità (Logos spermatikos)
Come può avvenire tutto ciò? I santi Padri cominciarono a porsi questo problema quando si accorsero che alcuni filosofi prima di loro avevano espresso principi morali compatibili con gli insegnamenti del Vangelo. In particolare, fu scioccante scoprire che il filosofo greco Platone, nel suo libro “La Repubblica”, aveva affermato 5 secoli prima di Cristo che: “Il Giusto quando verrà sarà crocifisso”. (!) Ma….come aveva fatto a saperlo? E così tanto tempo prima! Alcuni padri, come per esempio Clemente Alessandrino, conclusero che i greci avevano “rubato” certe verità agli ebrei. Altri come San Giustino, morto martire nel 165 d.c., ritenevano che il Signore avesse sparso semi di verità (Logoi Spermatikos) in tutte le culture ed in tutte le religioni. Questa ultima interpretazione ha poi prevalso. La stessa divisione dell’anima in tre potenze, intelletto, desiderio ed ira, molto usata dai Padri, è letteralmente presa di peso dal dialogo platonico “Il Fedro”. Stiamo quindi molto attenti a non cadere nella trappola degli schieramenti. La Verità tutta da una parte e dall’altra solo bugie. Non è questa la realtà. Piuttosto seguiamo il consiglio di san Paolo:” esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (Prima lettera ai Tessalonicesi 5,21). E sulla scorta dei Padri e della Bibbia, proviamo a vedere quali semi sono cresciuti nella nostra cultura, a proposito della tristezza.
La malinconia come fonte di riflessione
Già nel secondo secolo dopo Cristo, gli scultori romani, forse rifacendosi ad un originale greco, realizzarono la statua della “Musa Pensosa”. Questa opera sotto riprodotta, rappresentava una donna in atteggiamento di malinconica riflessione. Presto si cominciò infatti a capire che l’euforia e l’eccitazione proiettavano l’uomo all’esterno di sé, a causa della accelerazione dei pensieri e del parlato. Al contrario, la malinconia, rallentando i ritmi del pensiero, consentiva una loro più precisa osservazione ed utilizzazione.

Gli stessi Padri del deserto suggerivano una certa inattività e lo stare seduti in cella, per osservare il passare nella mente dei pensieri. Ritroviamo la stessa atmosfera nell’opera di Auguste Rodin, “Il pensatore”, realizzata alla fine dell’ottocento e riportata qui sotto. In questo caso, oltre all’atteggiamento pensoso, si può osservare un certo aspetto lievemente corrucciato e malinconico. Quindi in conclusione, la malinconia può anche favorire la meditazione e la riflessione.

Ora, proprio qui bisogna fare una precisazione fondamentale. L’atteggiamento di queste due figure è quello della “concentrazione”. Mentre quello della persona “abbattuta”, come la descrivono i Padri, cioè depressa, delusa, è tipicamente deconcentrata. Anzi si può dire che la mancanza di concentrazione, è un sintomo chiave, riconosciuto dagli psichiatri di tutto il mondo, per descrivere uno stato depressivo. Ecco dunque un primo punto. Una prima “Bellezza”. Riorientare la tristezza verso Dio, non è un atto caratterizzato solo dal pentimento, ma anche da ciò che lo precede: l’esame accurato dei pensieri malvagi che abbiamo seguito, e da non seguire più. Da cui deriva una migliore conoscenza di sé stessi e l’umiltà di sapere chi siamo. Il pensiero, la riflessione, la meditazione, sono un modo di santificare e riordinare la tristezza, che in questo caso, sarebbe bene chiamare malinconia. La malinconia prende quindi l’aspetto della “introversione”. L’uomo che sente di mancare qualcosa non cerca solo oggetti o persone. Colui che pensa è anche colui che più che all’esterno di sé, guarda all’interno. È colui che cerca dentro di sé e dentro di sé cerca la verità, che non trova nel mondo esterno. Ecco che il mecenate come Lorenzo dei Medici, diventa un pensatore. Vedi sotto, la statua di Lorenzo dei medici nelle tombe medicee. La malinconia e l’introversione diventano temi importanti e ricorrenti nell’arte.

Nel ‘600 Rembrandt dipinge una figura di filosofo che, dai colori e dalla scena, pare essere assimilabile al pensatore introverso.

Da notare nel quadro la scala che sembra portare il filosofo verso l’alto. Il “pensatore”, del resto, anche oggi può essere sinonimo di filosofo, e dunque di colui che distaccato dal mondo, cerca ciò che si eleva sopra la materia, attraverso la scala della meditazione e della sapienza. Come cominciamo a vedere, tutta un’altra cosa da colui che si abbatte perché non ottiene i beni materiali che desidera. Anzi, il filosofo è colui che ben sa che la felicità che manca all’uomo si trova dentro la sua anima, e non nelle cose o nelle persone. Ma a questo nobile riorientamento della malinconia, verso i fini naturali e superiori, fa da controaltare la nostalgia. Essa coglie l’introverso quasi di sorpresa, prospettando la meraviglia dell’età dell’oro. Al posto dell’inganno del mondo esterno, appare l’inganno del mondo interno. La nostalgia di Dio, cosa santa, viene sostituita dal “Passato”, inteso come sorgente di ogni bene. L’amore per la tradizione diventa tradizionalismo. La nostalgia diventa una passione incontrollata. A questa si aggiunge l’individualismo. La conoscenza di sé porta a vedersi sempre più come unico, come essere particolare tra esseri particolari. L’arte può diventare il veicolo espressivo della propria unicità. Fino all’estetismo sterile. La nostalgia e l’individualismo sono due serpenti che spingono in basso il malinconico che sta cercando nella meditazione e nella introversione la liberazione dal giogo delle passioni. Ma c’è una strada che l’introverso può percorrere, per condurre a buon fine la battaglia intrapresa. La capacità di utilizzare, nel rapporto con gli altri uomini, la propria conoscenza del mondo interno. È la dimensione dell’ascolto. L’introverso è oggi sinonimo di colui che tace. Di colui che è poco comunicativo. Si direbbe che l’introverso applichi alla lettera questo passo del vangelo: “Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno” (Matteo 5,37). È dunque l’ascolto, più del parlare, il bel frutto della malinconia correttamente orientata. L’euforico parla molto, vuole convincere, fa mostra di sé. Il malinconico, che cerca Dio all’interno di sé, tace, ascolta, osserva. L’ascolto contemplativo dell’altro sembra essere la scala spirituale dell’introverso, del pensatore. Ma come avviene lo sviluppo di questo percorso che porta verso la misericordia e la virtù divina dell’ascolto?
Ancora una volta, proviamo a cercare il frutto del vento dello Spirito nella cultura dell’uomo. Questa volta cerchiamo nei nostri tempi. Un compositore francese di musica classica contemporanea, Hugues Dufourt, ci accompagna nei meandri della malinconia con una sua composizione: Saturne. Non essendo cristiano, vediamo qui che Dufourt ama associare la malinconia al simbolo di Saturno. Naturalmente non è il primo. Ma, se non ci fermiamo qui, possiamo scoprire come egli dipinga in modo mirabile con la musica la costellazione spirituale del malinconico. La composizione, eseguita mirabilmente dall’ensemble l’Itineraire, inizia molto lentamente. In principio vi è una successione di singoli suoni, alcuni di tipo percussivo, che invita alla concentrazione. Da subito quindi, Dufourt ci chiede concentrazione e calma. Il ritmo lento pare ricordare la lentezza dell’introverso, così diversa dalla velocità eccitata dell’euforico. Non solo. Dufourt in questa composizione, sembra all’inizio parlare poco. Impegna infatti pochi degli strumenti dell’ensemble. La concentrazione prolungata, richiesta da note che rifuggono da ogni facile melodia, da ogni piacevole ritornello, evoca la fatica del rifiuto, della rinuncia alle gozzoviglie delle passioni. Non è una musica piacevole, piuttosto ammalia per la sua gravità, per la sua solennità. Ci stiamo allontanando dalle vanità del mondo e ci avviamo verso una lunga meditazione, che è simboleggiata da un lentissimo crescendo, che vede in primo piano diversi tipi di percussioni. Si tratta di una composizione lunga. Ci chiede concentrazione per 48 minuti. Non è dunque una volgare tristezza depressiva, ma un lento percorso, che snerva chi da buon estroverso è impaziente e vuole subito una soluzione. Invece no. Non se ne parla. Lento crescendo meditativo. Grave. Esso sembra portare quasi naturalmente a guardarsi nell’intimo. Ma, a pochi minuti dalla fine, il crescendo arriva ad una crisi che sorprende ma con il suo evidente senso. Irrompe un lungo silenzio. I musicisti si fermano, per poi riprendere quasi “ricamando”, quasi sottolineando questo silenzio. Fino alla fine. Ed ecco lo sviluppo che cercavamo. Nel silenzio di ogni cosa o persona, nel silenzio di ogni meditazione, ecco apparire quello che per Dufourt è il sublime, e per noi la Divina Presenza. È Lui la nostra vera nostalgia. È Lui che manca. È verso di Lui che veramente la tristezza secondo il Signore ci porta. Verso l’Amato. L’ascolto. L’ascolto dell’altro diventa una contemplazione dei segni che lo Spirito “lascia” nella persona. È attraverso il silenzio delle voci delle passioni che nell’ascolto il malinconico si avvia verso la contemplazione della Divina Presenza. Non importa come nella vita questo potrà avvenire. Potrà essere come psicoterapeuta, ma anche come commerciante che deve interpretare i desideri dell’altro. Come impiegato nel servizio al pubblico, ma anche semplicemente come colui che ascolta le confidenze, talvolta dolorose, degli amici. La malinconia sale una scala, che dalla misericordia dell’ascolto, porta al silenzio contemplativo di fronte alla Presenza della Trinità.
Conclusione
Abbiamo cercato nella storia della cultura, e dell’uomo, quei semi che ci potessero permettere di salire, come nani, sulle spalle dei giganti. Abbiamo cercato lo stelo e la spiga del grano che cresce da sé. Abbiamo forse cominciato ad intravedere qualcosa. Dalla tristezza della depressione, siamo saliti al tacere introverso del malinconico che osserva il pensiero. Infine, il silenzio e l’ascolto sembrano proporci strade nuove, per elevare al bene ed ordinare verso Dio la Tristezza, restituendogli finalmente la sua veste naturale.
Per ascoltare la composizione di musica classica contemporanea “SATURNE” di HUGUES DUFOURT cliccare su questo link
https://www.youtube.com/watch?v=pXFVmMIGD3U&list=RDpXFVmMIGD3U&start_radio=1
Per approfondire il pensiero patristico sulla Tristezza vedi l’Articolo seguente in questo stesso blog:
LE ANOMALIE DEL DESIDERIO: GOLA LUSSURIA E TRISTEZZA