Mistero Eucaristico Mistero dell’unione con Dio
Quando muoviamo i primi passi nella fede cristiana, può succedere che il mistero dell’unione con Dio, dell’uomo che è finito e limitato con Dio che è infinito ed illimitato, ci venga presentato con tinte un po’ fosche. Qualcosa raggiungibile solo dai grandi santi, cioè dagli eroi che compiono mirabolanti imprese ascetiche, in genere monaci. Fanno da contorno racconti anche veritieri, di miracoli ed eventi straordinari. Nella migliore delle ipotesi dominano i carismi, con profezie e discernimenti dal sapore straordinario. Tutto diventa così lontano. Impossibile. La giusta e più che legittima ricerca spirituale del laico tende a spostarsi verso percorsi ascetici, o ad incagliarsi in forme di volontariato, talvolta un po’ aride. Eppure l’unione con Dio in realtà è lì. Non c’è bisogno di cercarla. È lì, nel cuore di chi semplicemente fa la comunione. L’Eucarestia è l’unione con Dio. Non c’è da cercare altro. Il problema non è pertanto “cercare”, ma accorgersi di aver trovato. Accorgersi, qui sta il punto. Rendersi conto, accettare, coltivare, far fruttare, quell’unione donataci senza sforzo alcuno, con la Divina Liturgia.
In cosa consiste l’unione con Dio? Come ce ne accorgiamo?
“O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?” (1 Corinzi 6, 19). Dunque l’unione con Dio si realizza per mezzo dello Spirito Santo, che letteralmente abita in noi. E come facciamo ad accorgerci della Sua presenza? Ecco qua:
“Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Romani 8,14-16).
Dunque gridiamo “Padre” per mezzo dello Spirito. E ancora:
“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Romani 8, 26-27).
Scopriamo dalla Sacra Scrittura che essere uniti a Dio significa letteralmente entrare nel rapporto tra lo Spirito Santo ed il Padre. L’unità si realizza nel rapporto con Dio. È lì che si gioca tutto. Ebbene come ci insegna San Paolo, quando nei nostri cuori sentiamo amore per Dio, sia pure sottile ed impercettibile, quello! quello è il segno che siamo uniti a Dio, perché quello è lo Spirito che ci unisce al Padre con gemiti inesprimibili! Non si tratta di un sentimento umano! Nessuno psicologo saprebbe spiegare un amore sincero che parte dal nostro cuore, verso Qualcuno che non vediamo, non udiamo, non immaginiamo. Quella è la fiamma dello Spirito Santo. Quella è l’Unione! Perché l’unione non è altro che rapporto. Dialogo. Perfino grida.
Coltivare l’unione al mattino
Da quanto abbiamo visto fino ad ora, la preghiera non è un di più. Non è qualcosa che si aggiunge alla nostra vita solo se abbiamo un po’ di tempo. No. Assolutamente no. La preghiera costituisce l’altra metà dell’Eucarestia. Senza la preghiera l’Eucarestia non viene coltivata e agisce su di noi, ma molto lentamente. Rimane come … a metà strada. Perché non l’abbiamo accolta. Essa è rimbalzata sul terreno arido del nostro cuore, e rischia di non portare frutto. Raccogliersi al mattino, prima di colazione, preferibilmente per 45-60 minuti, dando spazio ad un rapporto sincero col Signore ed a qualche versetto della Scrittura, questa la liturgia quotidiana del laico. La logica continuazione della Comunione Eucaristica, la continuità con l’offerta del Sacerdote ministeriale, della vita dell’uomo nella società, come ciò che è degno di diventare carne e sangue di Cristo. È una liturgia anche quella. Se ben fatta si dovrebbe concludere con l’offerta della giornata al Signore. Ma cosa vuol dire ben fatta? Qui entriamo in un argomento delicato. Infatti, molti credono che pregare sia recitare preghiere. Questa è la realtà dolorosa. Molti rimangono delusi perché chiedono recitando lunghe preghiere e non ottengono. Il motivo per cui recitare preghiere è molto poco preghiera (intendiamoci, qualcosa è), sta in ciò che abbiamo detto fino ad ora. Anzi, in ciò che ci ha insegnato San Paolo. La preghiera è rapporto. È lo Spirito che si rivolge al padre. Gesù nel Vangelo prega rivolgendosi al Padre e gli parla come fosse presente, semplicemente perché è presente. Recitare comporta attenzione a leggere correttamente o a dire correttamente, ma Dio … spesso non è presente anche se presente. Lui c’è ma noi non ci crediamo e recitiamo suppliche con l’acceleratore, senza le dovute pause e con un tono della voce che fa pensare più ad una dichiarazione che ad una domanda. E guai a farlo notare! Si susciterebbe indignazione. Ma se manca di fede nella presenza di Dio una preghiera manca del fattore fondamentale e può non essere ascoltata. Non è ascoltata perché non c’è. E chi dice queste parole di sfida? Lo dice proprio il Signore, ecco qua:
“Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole” (Matteo 6,7). Nella liturgia le molte parole non sono lette, ma cantate. Questo cambia tutto, perché cantare attiva il cuore. Notare poi il “credendo di venire ascoltati”. Si parla con qualcuno che crediamo ci ascolti. Pensiamoci bene. Leggere preghiere davvero ci colloca in un colloquio con qualcuno che crediamo che sia presente e che ci ascolti? Si può leggere parlando davvero con Dio, ma abbiamo bisogno di arrivarci. Siamo un po’ critici? No, ripetiamo quello che ci dice Gesù:
“Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe” (Luca 17,5-6).
Dunque, la preghiera è un cammino di fede. E lo diciamo subito. È lungo. È articolato e complesso. Per questo non ne parliamo qui nel dettaglio. Quello che conta è rendersi conto di un fattore fondamentale:
dobbiamo imparare a pregare
Se San Pietro ha chiesto a Gesù di aumentare la sua fede, così dobbiamo fare anche noi. Poniamoci il problema. Iniziamo subito a pregare ma con lo spirito di chi inizia un lungo cammino in cui molto ha da imparare.
Il fine della preghiera mattutina
Coltivare ed approfondire la nostra unione con Dio attraverso la preghiera del mattino svolge una funzione precisa: offrire tutta la giornata al Signore. Ora, quando la nostra preghiera muove solo i primi passi, il nostro cuore è poco o punto “attivato”. Questo significa che concludere la preghiera pronunciando alcune parole con cui offriamo la nostra giornata a Dio, ha certamente un significato, ma ancora di gesto molto embrionale. Certo, si inizia così, ma poi, più si matura nel rapporto personale con Dio, più si matura nel cuore. Questo comincia a “scaldarsi”, ed a rimanere caldo per alcuni tratti della giornata. Con il tempo ci renderemo conto che questo calore è “amore per Dio”. Esattamente quello che cercavamo. Si tratta di quella fiamma accesa dallo Spirito, che corona ogni autentico rapporto con il Signore. Tutto ciò è la base per un passaggio fondamentale, che rappresenta il cuore stesso della vocazione del laico. Il passaggio da una vita in Cristo “esplicita” ad una vita in Cristo “implicita”. Qui sta il nodo caratterizzante la differenza tra laico e monaco. Esso parte dalla consapevolezza dell’offerta che si sta facendo, e da come essa è concretamente vissuta. Concretamente, non in teoria. Nei fatti. Vediamo.
Il passaggio dall’esplicito all’implicito
Questo è davvero il punto fondamentale in cui si gioca la crescita spirituale del laico. Questi ha bisogno di imparare a fare le cose concentrandosi con la testa su ciò che c’è da fare, mentre il cuore guarda segretamente a Dio. L’aiuto della consapevolezza della propria specifica missione nella chiesa è in questa fase fondamentale. Si tratta infatti di “approfondire l’offerta”. E questo consiste nell’“accendere” sotto ogni azione, il fuoco del nostro cuore. Nelle prime fasi può essere d’aiuto ripetere ogni tanto la “preghiera di Gesù”. Tuttavia pregare durante le attività, per quanto senz’altro buona cosa, ci fa permanere ancora nell’”esplicito”. Per il laico infatti, pregare incessantemente non è ripetere sempre la preghiera, ma fare tutto con l’intenzione chiara del cuore di servire il Signore, come disse Agostino d’Ippona. Guardare sempre a Dio con il cuore, guardare a ciò che si fa con la testa. Tutto qui. Sembra un’impresa, ma non è così. In una vita spirituale correttamente impostata, questo è il naturale sviluppo del desiderio profondo di offrire tutta la propria vita al Signore. Ed il motore di tale trasformazione del nostro approccio al mondo, sta proprio nella preghiera mattutina.
Dobbiamo qui tracciare una netta differenza tra vita monastica e vita del laico.
Nella vita monastica prevale la dimensione esplicita: lunghe ore di liturgia, veglie, digiuni, studio dei Padri etc.. Nella vita del laico prevale la dimensione implicita, perché egli è chiamato a collaborare con la creatività del Signore attraverso compiti specifici.
La maturità si realizza nel laico quando si passa dal “fare bene le cose”, allo “scaldare bene le cose”. Naturalmente si tratta di un cammino. Ma l’importante è sapere dove e come si va. Infatti spesso si sente dire che il lavoro è preghiera. Non è così. In genere questo tipo di argomento è sostenuto da chi non ha voglia di dedicare al Signore un tempo del mattino. Se affrontare il faticoso cammino della maturità nella preghiera si prospetta faticoso e noioso, allora c’è pronta la soluzione: il lavoro è preghiera. Non è così. Offrire il lavoro e tutte le attività al Signore, in modo maturo, comporta l’operare con in petto il “calore del cuore”, che è amore per Dio. Un amore sensibile”, che sentiamo chiaramente, in barba alla concezione intellettualistica e volontaristica dell’occidente, che vorrebbe escludere il sentimento dall’amore. Piombando poi, senza accorgersene, direttamente nell’ideologia, con tutto ciò che ne consegue. Ma niente paura. Questo è il termine di un cammino piuttosto lungo, che inizia dalla semplice offerta mattutina della giornata. Poi non riusciamo a far di più, all’inizio. Ma non importa. Perseverare porta al risultato, come in tutte le cose. Quindi chi può inizi.
La liturgia creativa delle attività umane
Definiamo liturgia laica tutto ciò che appare dotato di tre precisi aspetti:
- Preghiera
- Simbolo
- Offerta
La preghiera
Nel momento in cui illuminiamo d’amore tutta la giornata con l’offerta mattutina che sale in cielo accompagnata dall’incenso della nostra preghiera, ecco che si realizzano le condizioni per una trasformazione cosmica della nostra esistenza. Perché cosmica? Ma perché, come abbiamo esposto nella prima parte, partecipando del movimento di conversione di tutta la creazione verso il creatore, diventiamo una particella di un grande e spettacolare evento creativo. Muovendo verso la Parusia e la resurrezione dei corpi, diventiamo parte di quel grano che cresce da solo, di quel granello di senape che diventa un grande albero, di quel lievito che fermenta il pane, e che il Maestro nel Vangelo chiama “Regno di Dio”.
Il simbolo
Tutta l’attività umana, dal lavoro alla famiglia, dalla cultura allo stesso tempo libero, cambia il mondo. Lo trasforma. È simbolo dell’attività creatrice di Dio. Simbolo, perché a differenza del Signore l’uomo non può creare dal nulla, ma solo riordinare quello che già c’è in modo migliore, in modo che sia più trasparente alle energie divine. L’attività umana riflette come in uno specchio la creazione divina, ma lo specchio è incrinato dal peccato ancestrale. Dunque, una creatività limitata a più livelli, ma purtuttavia creatività, e pertanto Simbolo. E come tale ponte tra cielo e terra. Attraverso la sua attività, l’uomo amministra da “Vice Re” , sia pure con i limiti dovuti al peccato, l’amore che Dio ha per l’universo. Ne diventa il trasmettitore. Ne diventa il mediatore, il dispensatore.
L’offerta
Tutto questo viene offerto dalla consapevolezza dell’iniziato che vive i Misteri Cristiani offrendo consapevolmente le proprie attività al Signore. E questo amore Divino che scorre attraverso l’iniziato che è unito a Dio, a Dio ritorna come offerta sull’altare del sacerdote. E lo Spirito Santo se ne compiace trasmutando questa offerta nella Carne e nel Sangue del Salvatore, di nostro Signore Gesù Cristo. Ma tutto questo non può che riempirci di Gioia! Facciamo parte di qualcosa che è davvero meraviglioso!
Conclusioni: la necessità di approfondire il senso spirituale del lavoro, della famiglia e della cultura
Abbiamo dunque bisogno di approfondire e meditare il senso creativo delle nostre attività. Quello che qui importa sottolineare è il senso liturgico di ogni cosa passi tra le nostre mani. Un senso che appunto tra le nostre mani rischia di “scivolare via”, senza che ce ne accorgiamo. Rischia di essere sprecato. Ed insieme rischia di essere sprecata la nostra vita. Tutto è molto, molto di più della semplice legge morale. Questa è la sua bellezza, ma anche la sua durezza. Cercare chi siamo veramente. Cercare la nostra vocazione profonda e realizzarla, non è più un sovrappiù facoltativo per pochi ricchi, ma una necessità della stessa vita nello Spirito.