Home English EN French FR German DE Greek EL Italian IT Portuguese PT Romanian RO Serbian SR Spanish ES

Il vino nuovo e il Vangelo

Ritorniamo adesso agli spunti iniziali, partendo questa volta dal Vangelo di Matteo e dal suo commento ad opera di San Giovanni Crisostomo. Vediamo il testo:

“Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano” (Matteo 9,16-17).

A cosa allude Gesù? Perché si preoccupa tanto del vino nuovo? Come abbiamo già detto nel suo commento al Vangelo di Matteo San Giovanni Crisostomo suggerisce, come altri padri, l’idea che il vino nuovo, simboleggi la fede del nuovo testamento. Il Vangelo come nuova economia e quindi “vino nuovo”, migliore perché la fede nel Messia salva, mentre la legge dell’Antico testamento, in questo caso il vino vecchio, non salva.  Ne abbiamo già parlato, ma richiamiamo alla mente, perché importante, ciò da cui siamo partiti. Cosa dicevamo degli otri? Ricordiamo che sempre san  Giovanni Crisostomo suggerisce che gli otri rappresentino la Chiesa nascente e quindi la cultura in cui la fede viene annunciata. Abbiamo parlato dei culti misterici, la cui forma esteriore può effettivamente rappresentare il vestito nuovo della fede ebraica riformata ed universalizzata dal Figlio di Dio. Abbiamo sottolineato come l’esperienza della iniziazione, l’unione con Dio  attraverso il pasto sacro, la speranza in una salvezza individuale generata dal Mistero Eucaristico e l’universalità,  potessero rappresentare la nuova cifra di una fede ebraica precedentemente centrata sulla osservanza delle 613 regole (Mitzwot) e sul culto al grande tempio di Gerusalemme. Ma se questo è il nucleo centrale della Nuova Economia, se la Liturgia Eucaristica  rappresenta la vita nuova nello Spirito della nascente fede cristiana, vediamo che dopo circa un secolo nuove esigenze tendono ad arricchire la “Forma dell’Otre Nuovo”. È importante seguire questa evoluzione, perché essa ci permette di renderci conto del ruolo delle varie componenti che caratterizzano ancora oggi la Chiesa. Dunque vediamo.

 

Dall’ebraico al greco

Alcuni testimoni mettono per iscritto ciò che hanno visto seguendo Gesù. Testimonianza importantissima, che dopo una certa elaborazione darà vita ai 4 Vangeli, oggi canonicamente accettati.  Ma… in quale lingua? In un primo tempo alcuni studiosi suggeriscono che i testi fossero in aramaico, ma al momento non si hanno conferme certe. Piuttosto, desiderando una diffusione universale  per tutto l’Impero Romano la scelta era una sola. Si passa dall’ ebraico dell’antico testamento, (l’otre vecchio) al greco del nuovo (l’otre nuovo). Sottolineiamo che il greco era un po’ come oggi è l’Inglese: una lingua internazionale, usata per gli scambi di ogni tipo, tra i diversi popoli dell’Impero. Oggi si direbbe una lingua franca. Nel dire questo bisogna però sottolineare che, come sanno tutti coloro che si accingono a studiare una lingua, il linguaggio esprime il modo di essere tipico del popolo a cui appartiene. Gli stessi vocaboli sono coniati nel tempo, in base ai costumi prevalenti dei popoli che li usano per significare qualcosa. La scelta del greco, per i quattro vangeli, ha avuto una importanza enorme. Basti pensare al termine “Logos”, che sta per indicare il figlio di Dio, nel prologo di Giovanni. Una parola di grande importanza nella filosofia greca, con particolare riferimento a quella stoica. Naturalmente reinterpretata in senso cristiano. Tutto l’Impero Romano era pervaso dalla cultura greca. Oggi molti studiosi, più che di Impero Romano parlano di Impero Greco-Romano. Gli imperatori sapevano infatti di poter portare la legge e l’ordine pubblico, mentre tutto ciò che era arte, sapienza, politica, teatro, sport etc. era da essi coscientemente trasmesso ai popoli sottomessi, nei termini della cultura greca. La diffusione in tutto il mondo conosciuto della cultura greca era sentita dai romani come una vera e propria missione. Lo stesso imperatore Marco Aurelio scriveva e pensava in greco. Dunque, la lingua greca era la lingua internazionale del tempo. Si comprende bene allora la trasmissione dell’annuncio evangelico in greco. E non solo questo. Molti grandi padri dei primi secoli della Chiesa scrivevano in greco, una minoranza in latino. Occorreva non solo farsi capire da tutti, ma usare le parole giuste, per indicare i dogmi della fede.

 

Le trasformazioni della fede giudaico-cristiana a contatto con la cultura greca

Una delle rivoluzioni apportate dall’incontro tra cristianesimo e cultura greca, è consistita nello sviluppo del concetto di anima. Molti studiosi, tra cui alcuni di grande autorevolezza, come Giovanni Reale, sostengono che il termine stesso anima, provenga interamente dal mondo ellenistico. Ciò appare un po’ esagerato, perché gli ebrei avevano più termini per indicare l’anima. Tuttavia, si può dire che l’incontro con la filosofia greca abbia fecondato e sviluppato nel mondo cristiano questo concetto importantissimo. I padri della chiesa, illuminati dallo Spirito, hanno saputo prendere il buono dalla loro educazione ellenistica. Essi hanno fatto una esperienza dello Spirito come di una luce che permetteva loro di “capire”. La “visione spirituale” dell’anima corrispondeva proprio a questo. L’illuminazione come capacità di “vedere” con l’occhio del cuore l’anima. Il concetto stesso di “capire” come “vedere” e “vedere” come “capire” è di provenienza greca. La grandezza di questi contributi, per la storia del cristianesimo, sta sotto gli occhi di tutti.

 

In che modo inizia a strutturarsi una teologia  cristiana?

Ma tutto questo non è nato da sé, né si è sviluppato senza fatica e senza dolore. Nei primissimi secoli dopo la nascita di Cristo, la capitale culturale dell’Impero Greco-Romano, non era Roma e nemmeno Atene. Era Alessandria. Ed è qui che bisogna cercare i primi semi di una teologia cristiana organizzata. Il protagonista di quella stagione fu San Panteno, detto l’ape sicula, perché era siciliano. Panteno si trovò a dover difendere la comunità cristiana da molteplici attacchi, tanti quante erano le correnti religiose e filosofiche diffuse ad Alessandria. I Marcioniti sostenevano che il Dio dell’Antico testamento fosse un Dio cattivo, gli gnostici mettevano la conoscenza al di sopra della fede, i pagani accusavano la chiesa nascente di politeismo perché devota, secondo loro, a due dei, il Padre e Cristo, i filosofi deridevano l’idea stessa di incarnazione, perché un Dio infinito non può mescolarsi ad un corpo finito. Insomma, un diluvio di attacchi in un momento in cui chi era cristiano rischiava anche la vita. Siamo infatti nel secondo secolo. Per difendere la chiesa, San Panteno fondò ad Alessandra la prima scuola teologica cristiana. La prima in assoluto. E Panteno, con i suoi allievi, riuscì a rintuzzare tutti gli attacchi, usando la stessa cultura ellenistica a cui era stato formato da giovane. Il merito di questa scuola fu, tra gli altri, anche quello di saper discernere e scegliere alcuni aspetti positivi proveniente dagli ambienti ebraici. La comunità ebraica di stanza ad Alessandria, aveva infatti notevolmente influenzato l’ambiente spirituale della città, soprattutto grazie alla personalità di Filone. Questo mistico e filosofo era vissuto al tempo di Cristo ed aveva provveduto a seminare alcune delle idee che divennero poi un prezioso bagaglio per i difensori della fede cristiana. I padri dei secoli successivi presero infatti da lui il tema di un Dio al di là di tutte le cose, cioè trascendente, e l’interpretazione spirituale dei sacri testi. Filone contribuì anche a valorizzare la traduzione greca, detta dei settanta, dell’antico testamento, proponendone la canonicità, cioè la sua autenticità e la sua santità. Questa versione è tuttora considerata canonica, anche dalla Chiesa Ortodossa.

 

Lo scontro con le eresie

La “costruzione” dell’“otre” continua. Nei secoli immediatamente successivi, un po’ in tutto l’impero, si diffusero interpretazioni erronee del Vangelo. Furono tante. Tantissime. Sant’Ireneo ne compose un lungo ed articolato catalogo. La lotta contro le eresie si rese urgente, perché apparve subito chiaro che agli errori nella fede corrispondevano errori nel comportamento e nella morale. Le eresie pertanto rappresentavano una grave minaccia per la chiesa nascente. Ecco allora svilupparsi quella argomentazione teologica che fu in grado in quei secoli di proteggere la comunità dei credenti. I sette concili tenutisi nei primi mille anni riassunsero il lavoro teologico che si era man mano sviluppato, a costo di fatica e di martiri. Uno dei risultati più importanti fu il credo che recitiamo tutte le domeniche in chiesa. Esso è detto Niceno-Costantinopolitano, perché appunto definito nei primi due concili, quello di Nicea ed il primo tenutosi a Costantinopoli. L’importanza della integrità assoluta del credo era sancita da alcune leggi stabilite in quei concili ed in quelli successivi. Esse punivano severamente tutti coloro che avessero provato a cambiarne il testo, fosse anche con un modo di dire diverso. I trasgressori sarebbero automaticamente stati espulsi dalla continuità apostolica che caratterizza la chiesa, e se laici addirittura sarebbero stati scomunicati. In automatico, senza bisogno di tribunali ecclesiastici.

 

L’importanza della Chiesa e della sua integrità teologica

Questo breve cammino ci ha portato dal vino agli otri e da questi alla cultura greca ed alla Chiesa. Come abbiamo già detto si è trattato di un cammino di dolorosa lotta, di martirio, di ricerca di purezza, di faticosi studi. Un cammino segnato da quei sette concili che hanno definito la dottrina a cui oggi tutti noi facciamo riferimento. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che dobbiamo tenere in massima considerazione la teologia della chiesa, prevista dal Vangelo, come abbiamo visto, e così faticosamente conquistata dai cristiani che ci hanno preceduto.

Per queste ragioni non è bene prendere sottogamba quelle differenze dogmatiche che sono state prodotte da modifiche apportate al testo del Credo Niceno-Costantinopolitano. Modifiche non generate da concili ecumenici riconosciuti. Perché?  Perché un antico adagio recita:

non c’è niente di più pratico della teoria

tutti i comportamenti, morali e non, sono generati consapevolmente o inconsapevolmente da dei principi generali. Se questi principi cambiano, cambiano anche i comportamenti.

Onoriamo dunque, il sangue e la fatica di chi ci ha preceduto, e che ha dato la vita perché la verità giungesse a noi tutta intera. La chiesa ortodossa, nei tempi moderni, ha conservato intatto il testo del credo Niceno-Costantinopolitano.

 

Quale rapporto tra Misteri Cristiani e Teologia Cristiana?

La nascita di una Chiesa, che avrebbe modificato le condizioni culturali e teologiche in cui si era sviluppato l’ebraismo dell’antico testamento, era stata prevista dai Vangeli. Abbiamo visto come la teologia della Chiesa si sia sviluppata a partire proprio dalle incomprensioni, dalle ostilità, dalle persecuzioni e dalla lotta agli errori. Dunque, teniamo presente che c’è stato chi si è sacrificato per noi, e senza cadere in facilonerie, preserviamo, studiamo e approfondiamo, con il rispetto e l’onore dovuto, quella dottrina che ci è stata tramandata attraverso secoli. Tuttavia, detto questo, risulta chiaro da quanto esposto fino ad ora, che vi è una sostanziale differenza tra Misteri Cristiani  e Teologia Cristiana. Mentre i primi rappresentano il cuore della rivelazione di Cristo, la seconda rappresenta la difesa e la successiva elaborazione del nucleo  originale e centrale dell’annuncio evangelico. La Teologia rappresenta dunque una componente essenziale della Chiesa, perché senza di essa tutti saremmo esposti alle eresie, come al vento. Essa però non costituisce il cuore, il centro della salvezza. Sono i Misteri, i Sacramenti, il vero motore che inserisce il credente in quel ciclo eucaristico che anticipa ed indirizza il movimento di tutto il creato verso Dio e verso la Parusia. Questa differenza è importante perché rappresenta una salvaguardia da possibili indebite sovrapposizioni in cui, in modo inappropriato, la teologia finisce per occupare il ruolo salvifico dei sacramenti. Succede quando la fede diventa una ideologia. Un sistema di idee. Un grande ideale di amore a cui si aderisce più o meno come ad un partito. Naturalmente lo si nega con forza, ma poi nei fatti, ci si casca facilmente. Si fanno le cose perché si debbono fare, per coerenza. La fede consiste così nell’aderire ad una idea “mettendola in pratica”. Si dovrebbe considerare con molta serietà che anche il socialismo ed il comunismo hanno avuto dei martiri. Si può infatti arrivare a morire per un’idea. Ma della realtà viva dei misteri…  rimane poco. Troppo poco. Ma c’è di più. Se tutto questo rappresenta le conseguenze del peccato ancestrale, nel sentimento popolare della Chiesa qualcosa di peggio è accaduto quando l’egocentrismo è stato espresso ai livelli gerarchicamente più alti. Il ritornello “Siamo noi i migliori”, malattia apostolica già segnalata dai Vangeli, ha generato numerose distorsioni. Tra queste segnaliamo l’agguerrita crociata contro il “cuore” ed i suoi sentimenti, visti come cose superficiali e da donnette, in nome di alti principi filosofici. Soprattutto in Occidente, la sopravvalutazione della filosofia ha generato forme di razionalismo che hanno di fatto oscurato e messo in secondo piano il concetto stesso di “unione con Dio”, così congeniale all’Eucarestia. Tra le molte “distrazioni” dalla centralità dei Misteri Cristiani, segnaliamo la deriva verso il protestantesimo di certe comunità di fedeli che tendono ad esaltare eccessivamente il ruolo della omelia nella liturgia Eucaristica, mettendo in secondo piano il valore della comunione con le Specie Divine.

Senza dilungarci in dolorose constatazioni,  semplicemente segnaliamo, in definitiva, che tutto questo succede quando alla teologia ed alla esegesi biblica ad essa connessa si assegna un ruolo improprio. Non più quello di protezione e difesa dei Misteri  Cristiani e dello stesso messaggio Evangelico, non più quindi un ruolo di componente sia pure essenziale della Chiesa, ma il ruolo centrale, cuore stesso della rivelazione e della Chiesa.

 

Il contributo del monachesimo alla Chiesa

Verso la fine del terzo secolo e l’inizio del quarto, sulla spinta della esperienza di Antonio il Grande, nasce e si sviluppa, nel deserto intorno ad Alessandria d’Egitto, il Monachesimo Cristiano. Come abbiamo già detto, a quel tempo Alessandria rappresentava il centro culturale dell’Impero Romano e quindi non stupisce che la comunità cristiana di quella città fosse particolarmente vivace. Essa infatti seguì l’esempio di Antonio, e tutte le comunità che si formarono a Scete, alle Celle ed in altri luoghi desertici intorno ad Alessandria divennero un’attrazione per i Cristiani di tutto l’impero. E c’era un motivo.  Nel quarto secolo, in seguito all’editto di Costantino ed ai successivi provvedimenti imperiali, il Cristianesimo divenne una religione di massa, accettata ed anche favorita dallo stato. In queste condizioni, l’intiepidirsi del popolo era del tutto inevitabile. Il monachesimo fu pertanto medicina provvidenziale, che assolse il compito di salvaguardare, per i cristiani più devoti, il fuoco dello Spirito ed i suoi Carismi. Un fuoco che ha accompagnato la Chiesa fino ad ora, lungo tutti i secoli. Il ruolo del monachesimo è pertanto inestimabile. Non c’è laico con una vocazione religiosa, che non ammiri la vita monastica. Che non la sogni. Che non abbia fantasticato, almeno qualche volta, di essere in una grotta nel deserto, per ripetere le imprese dei padri del monachesimo. Ma una domanda sorge, soprattutto in riferimento alla centralità Eucaristica di cui abbiamo parlato. A cosa serve oggi il monachesimo? In cosa può essere utile al popolo? La vita monastica serve. Eccome se serve. Ma…a  che cosa?

La cultura monastica serve al laico perché lo aiuta a vivere una “atmosfera” di dedizione totale. Chi vive nella “testa”, non dà importanza a queste cose. Vive di concetti. Il resto è sentimentalismo. Chi vive o cerca di vivere nel cuore, sa che esso richiede anche (sottolineato anche) una “atmosfera”. Non è affatto di secondo piano l’atmosfera culturale e umana in cui collochiamo la nostra ricerca di Dio. Ma vediamo ancora.

  • La cultura monastica e la frequentazione di monaci, servono a sottolineare i “fondamentali” della vita in Cristo. L’umiltà, la misericordia, l’obbedienza, la lotta contro le passioni, la preghiera….e tanto altro. Sono tutte cose valide per ogni cristiano. La priorità che i monaci danno a questi valori, è innegabilmente educativa per i laici. Ne dobbiamo quindi essere grati.
  • La vita monastica ricorda al laico che esiste il pericolo di esaurire la propria vita spirituale in “cose che si fanno”. Il monaco riporta noi laici a considerare non solo ciò che facciamo, ma con quali intenzioni operiamo, e che non solo è importante il fare ma anche l’essere.
  • I monaci ci insegnano che il perfezionamento di uno ha come conseguenza una discesa della grazia su tutti. Essi non sono egoisti, ma svolgono il ruolo di “Occhio” che una volta puro, lascia passare la luce che illumina tutto il corpo della Chiesa (Mt 6,22).
  • Infine, proprio con quest’ultimo insegnamento, essi ci educano a comprendere che la Chiesa è un Corpo Mistico, in cui ognuno ha la sua parte. Un corpo formato da quei legami invisibili e spirituali che, generati dal Battesimo, uniscono nella Chiesa tutti i battezzati.

 

Il passo fondamentale: esiste l’interiorità

Ma c’è un punto in cui l’esistenza della vita monastica appare grandemente preziosa per il laico. Proviamo a scoprirlo attraverso due citazioni. Esaminiamo ora  queste parole di un famoso Padre del deserto, Abba Mosè:

“Un fratello si recò a Scete da Abba Mosè per chiedergli una parola. L’anziano gli disse:” Va, resta nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa” (Alf. Mosè 6).

Cosa ci dicono queste parole? Certamente possiamo proporre una interpretazione:

L’attenzione del laico che vive nel mondo è prevalentemente (ma non soltanto) orientata verso l’esterno, gli affanni e le preoccupazioni. L’attenzione del monaco è invece prevalentemente (ma non soltanto) orientata verso l’interno dei propri pensieri.

 Il monaco impara ogni cosa stando fermo e chiuso in una stanza. È così, infatti, che riesce, ad accorgersi del mondo dei “pensieri” e poi a comprenderlo. Quando l’attenzione è catturata dagli affanni e dalle paure, non ci accorgiamo di cosa succede dentro di noi. O ce ne accorgiamo poco. È questa la logica del “recluso”.

Molti laici sono consapevoli dell’importanza dei pensieri, ma… ad un certo punto se ne dimenticano. È la “sindrome” del “tira-e-molla” fra interiorità ed esteriorità, che chi vive inserito nella società degli uomini conosce bene.

Quindi il monaco ricorda al laico che esiste il mondo dei pensieri e lo invita a conoscerlo o a ri-conoscerlo.

Perché? Perché dai pensieri nascono le azioni e perché i pensieri passionali bloccano l’attività dello spirito. O meglio del “Nous”, parola che nei Padri non significa sempre Intelletto, ma piuttosto “Senso Spirituale”, parte profonda del cuore.

Il pensiero è dunque fondamentale, perché la purificazione del cuore nasce dalla purificazione dei pensieri.

 

Quale rapporto tra Misteri cristiani e Monachesimo?

Cogliamo qui l’occasione per riassumere un punto  fondamentale: Nella liturgia Eucaristica tutto il vangelo è riassunto: l’incarnazione, l’annuncio del vangelo, che viene letto, la successiva predicazione dei discepoli e di san Paolo  con la lettura della lettera apostolica, il sacrificio e la resurrezione nella comunione dei fedeli che si uniscono al corpo di Cristo, facendolo ancora vivere nelle opere da loro compiute. A questo si aggiunge tutto l’anno liturgico, con i suoi tempi e le sue feste, che ripercorrono tutta la storia di Gesù, dalla annunciazione alla resurrezione, a cui si aggiunge il ricordo dei santi della chiesa nascente, dei martiri e di tutti i santi successivi, che hanno certificato la santità della storia della Chiesa e contribuito al suo sviluppo. Dunque il monachesimo di per sé non può di fatto aggiungere nulla a tutto ciò. Al parroco, che riunisce intorno a sé il popolo dei fedeli nella liturgia e nei sacramenti, non manca nulla. Tuttavia, la spiritualità monastica svolge un ruolo, come abbiamo detto, ma si tratta, come nel caso della teologia, di un ruolo complementare. Di assistenza al laico, di incoraggiamento  e di istruzione spirituale. Di tante e tante altre cose, come abbiamo detto, validissime, ammirevoli e sante. Ma non si può dire che il monachesimo “è il vero cristianesimo”. Non si può dire che il monachesimo è il centro della vita cristiana, come purtroppo si sente a volte dire, quando l’orgoglio spinge al solito ritornello: noi siamo i migliori. D’altra parte, è vero anche che la pigrizia dei laici vede con favore questo atteggiamento monastico: cosa c’è di meglio di delegare ad altri l’impegno di una vita cristiana autentica? Il risultato consiste in un’altra deviazione, che spinge il fedele fuori centro. Il risultato è quello di trasformare molti laici in cristiani di serie B, privi della consapevolezza della dignità e dell’importanza della propria vocazione. Si arriva al punto di  chiedere preghiere ai monaci, non tanto come si chiede a chiunque di pregare per noi, quanto perché si è fermamente convinti che Dio ascolti più i monaci dei laici. Ricordiamo che qualcosa del genere lo facevano gli gnostici eretici del medioevo chiamati Catari. Naturalmente condannati dalla chiesa, solevano incaricare i celibi, detti “I perfetti”, di pregare al posto degli sposati (che non erano considerati perfetti). La conoscenza delle eresie gnostiche sarebbe molto utile per contenere le esagerazioni intorno al celibato ecclesiastico. Sant’Anfiloquio, che aveva combattuto l’eresia gnostica detta ”Encratismo”, rimproverò san Gregorio di Nazianzio quando questi affermava la superiorità del monachesimo sulla vita dei laici, proprio perché temeva la deriva verso una eresia di tipo gnostico. Di fatto, chi mette in secondo piano chi obbedisce all’ordine del Signore di procreare (Genesi 1,28) corre proprio questo rischio. Ma la causa di tutto ciò è sempre la stessa. Causa prevista ampiamente da Gesù, perché ben consapevole che, lungo secoli e secoli di storia, il peso dell’egocentrismo generato dal peccato ancestrale tendeva ad accentuarsi ed ad aumentare progressivamente. In che modo? Nel modo indicato dai  vangeli. Rivediamoli:

  • Marco 9,33-37: Camminando verso Cafarnao, i discepoli discutono su chi fosse il più grande. Gesù insegna che “se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.
  • Matteo 18,1-5:  i discepoli chiedono direttamente: “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”. Gesù pone un bambino in mezzo a loro ed  afferma l’importanza dell’umiltà.
  • Luca 9,46-48:  discussione tra i discepoli su chi fosse il più grande. Gesù, insegna che chi è il più piccolo, questi è grande.
  • Luca 22,24-27: Durante l’ultima cena, nasce tra gli apostoli una discussione su chi di loro potesse esser considerato il più grande. Gesù afferma che i re delle nazioni signoreggiano, ma tra i discepoli “chi è il più grande tra voi sia come il più piccolo”.

Un altro passo, che mostra la ricerca di supremazia, è quello che illustra la richiesta di Giacomo e Giovanni di sedere alla destra e alla sinistra di Gesù (Matteo 20,20-28; Marco 10,35-45).

Dunque il Signore ci ha avvertito: l’egocentrismo è inevitabile, non risparmierà le gerarchie ecclesiastiche e tutti i settori della Chiesa ne soffriranno.

 

Sintesi: quale è il problema e quale è la soluzione?

Perché tutto questo excursus, sia pure molto sintetico, di storia della Chiesa? L’intento non è certo quello di “protestare”, di rivendicare qualcosa, di esaltare l’importanza magari dei laici o altro. Nulla, ma proprio nulla di tutto ciò. La Chiesa è santa e va tutto bene. Ricordiamoci però che essa è fatta di uomini e che gli uomini sono deboli e minati dal peccato ancestrale. La conseguenza è l’egocentrismo, vuoi di una componente, vuoi di un’altra, che tende, senza peraltro riuscirci, a spostare il centro della vita della Chiesa. Questo spostamento di baricentro ha le conseguenze sopra illustrate sul popolo. Sono i laici che ne  risultano i più danneggiati, perché incoraggiati a vivere nella tiepidezza o a sposare la fede come fosse una bella idea. Ma a questo c’è già il rimedio pronto.

Ritorniamo allora al titolo di questo lavoro. Vogliamo sottolineare l’importanza della consapevolezza della centralità del sacerdote e del popolo nella Liturgia Eucaristica e nella liturgia in generale. Si tratta dunque di proteggere il senso profondo dei misteri cristiani riconoscendone l’influenza nella vita della società. Infatti, il secondo punto di questo lavoro recita: Centralità della società dell’uomo. Vale a dire che per vivere a fondo i misteri cristiani è fondamentale per il popolo il ruolo liturgico svolto tra gli uomini. L’importanza cioè dell’offerta delle proprie attività, come parte integrante della stessa Liturgia Eucaristica. Proseguiamo allora con quanto già detto precedentemente.

Abbiamo dunque bisogno di approfondire e meditare il senso creativo delle nostre attività. Quello che qui importa sottolineare è il senso liturgico di ogni cosa passi tra le nostre mani. Un senso che appunto tra le nostre mani rischia di “scivolare via”, senza che ce ne accorgiamo. Rischia di essere sprecato. Ed insieme rischia di essere sprecata la nostra vita. Tutto è molto, molto di più della semplice legge morale. Questa è la sua bellezza, ma anche la sua durezza. Cercare chi siamo veramente. Cercare la nostra vocazione profonda e realizzarla, non è più un sovrappiù facoltativo per pochi ricchi, ma una necessità della stessa vita nello Spirito.