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Spirito anima e corpo

“Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” ( 1 Tessalonicesi 5, 23).

Questo versetto di San Paolo, nella sua semplicità e chiarezza, rappresenta un vero e proprio trattato su come si realizza nella vita di ognuno di noi, la Divinizzazione. Quando è solida in noi la fede in Gesù Cristo, abituale la comunione durante la liturgia Eucaristica, costante la nostra sensibilità morale, e spontanea la nostra generosità verso chi ha bisogno, lo Spirito agisce in noi lentamente ma con decisione, operando quella trasformazione nel nostro comportamento che i Padri chiamavano Divinizzazione. Di solito non ci accorgiamo, se non a distanza di tempo, che qualcosa sta cambiando o è cambiata. A volte ce lo dice qualcuno che ci conosce da abbastanza tempo, da poter fare un confronto. Altre volte ce ne accorgiamo da soli. Il più delle volte non ce ne accorgiamo proprio. E ci sembra, nel ripetersi di qualche difetto, che nulla cambi, mentre invece non è così. Ma….allora, come facciamo a scorgere in noi l’azione dello Spirito? Seguendo l’itinerario proposto da San Paolo. Vediamo.

 

Inizia la guarigione dalle conseguenze del peccato ancestrale

La tripartizione della persona umana in Spirito, Anima e Corpo, ha suscitato commenti appassionati in vari Padri della Chiesa. Uno dei più recenti è stato San Teofane il Recluso  (Thomas Spidlik, La Doctrine Spirituelle de Theophane le Reclus, Pont. Institutum Orientalium Studiorum, 1965). Questi santi padri, hanno chiarito che non si tratta qui di tre diverse entità, come tendono ad interpretare questo versetto gli gnostici. Ma bensì di tre aspetti, di tre funzioni, della stessa persona e della stessa anima. Questa governa il corpo per mezzo di quella funzione dell’anima che potremmo chiamare “anima vegetativa”, poi governa le funzioni cognitive ed emotive, ed infine quelle spirituali, restando sempre una, immateriale e semplice. Fatta questa importante precisazione, torniamo al versetto di San Paolo. “tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile…”. Perché San Paolo si impegna in questa raccomandazione? Perché egli sa che tutti siamo figli della disobbedienza di Adamo ed Eva. Il peccato ancestrale ha provocato la “caduta” dell’uomo, in una dimensione in cui il “Nous”, cioè il nostro “senso spirituale”, è cieco. Non vede più Dio. Prima i nostri progenitori conversavano liberamente col Signore, ora noi non più. I nostri occhi interiori sono diventati ciechi. E allora che succede? Succede che non potendo orientare correttamente verso Dio, perché non lo vediamo, il nostro desiderio e il nostro intelletto, allontanando il male con la facoltà del rifiuto e della collera ben diretta, proiettiamo tutte le nostre potenze verso di noi. Così finiamo per amare noi stessi anziché Dio. Si tratta di ciò che i Padri chiamavano “Philautia”, amore per sé stesso. Da qui la giusta esortazione di San Paolo: curate di non peccare dirigendo verso voi stessi quelle energie, quelle potenze, che sono state create nell’uomo, per dirigerlo invece verso Dio. Come? Con l’aiuto della grazia che ci è fornita dalla Santa Eucarestia, dalla fede e dalle opere. Essa appunto agisce così:… “Il Dio della pace vi santifichi interamente…”.

La santificazione consiste nella guarigione dalla “Philautia”, e cioè dal progressivo spostamento delle energie umane, da  sé stesso a Dio. Seguiamo quindi l’itinerario della guarigione secondo le tre tappe fondamentali:

  • La tappa del corpo
  • La tappa dell’anima
  • La tappa dello Spirito

Intendiamoci, non si tratta di tre processi separati. Tutto si muove sempre contemporaneamente in tutte e tre le dimensioni, corpo, anima e spirito. Tuttavia, in diverse fasi, ci può essere una certa accentuazione di una delle tre funzioni dell’anima.

 

Il desiderio e la volontà cominciano a distaccarsi dalla ossessione del corpo

Nella prima parte del cammino cristiano, e già nel catecumenato in chi lo comincia da adulto, vi è una maggiore concentrazione sul corpo. Vi sono molti equivoci sul “disprezzo per il corpo”, che talvolta troviamo in certi scritti ascetici. Non si tratta di disprezzare quella che è un’opera santa di Dio, ma di regolare i suoi desideri disordinati. Tutto qua. Beh….non è poco e talvolta è molto faticoso. Così non è certamente sbagliato mangiare, lo è mangiare spesso a crepapelle girando per ristoranti. La sessualità tra marito e moglie non è sbagliata ma santa, visto che il Signore in Genesi 1,28 ci ha ordinato di procreare. È sbagliato invece andare a prostitute. Far riposare il corpo, è un dovere che abbiamo verso il nostro amico e compagno. La pigrizia è invece un fatale errore. Il desiderio di possedere cose materiali non è sbagliato, quando queste servono a far funzionare correttamente la famiglia. Diventa un errore indebitarsi per comprare una macchina di grossa cilindrata, un super computer, pellicce, gioielli etc. Insomma cedere al consumismo è una malattia, da cui lo Spirito lentamente ci libera. Dunque, in questa prima fase si ha un distacco dalle abitudini dell’uomo vecchio ed in generale, dai costumi degenerati propri della società in cui viviamo. Ci si riappropria di una morale, della morale cristiana.

Tutto questo non avviene in modo indolore e certamente lascia il suo segno. Tuttavia la liberazione e la guarigione producono una prima esperienza di pace e di gioia. Tutto è molto bello, perché questi sono appunto frutti dello Spirito Santo, e facilitano il credente nel procedere spedito lungo il cammino.

 

Come si sviluppa la fede in questa fase?

Molto ruota intorno a ciò che è materiale e corporeo. La lotta contro le tentazioni si realizza principalmente contro quelle di ordine sessuale. La conoscenza delle altre passioni è scarsa, tranne forse un po’ l’orgoglio. Ne deriva una scarsa conoscenza di sé stessi, che porta ad una mancanza di umiltà, ed ad un desiderio di insegnare agli altri, decisamente fuori luogo. Si vorrebbe spiegare le cose come stanno, ai nostri amici, al parroco e perfino al vescovo. La carità viene intesa in senso materiale: si provvede ad elemosine o a “fare” qualcosa come portare cibo ai senzatetto. Opere di cui si porta a conoscenza tutti quelli che abbiamo intorno, non senza un pizzico di vanteria. Quasi ossessiva diventa la ricerca di una guida. Si vuole un  “Maestro in carne ed ossa”, e lo si sceglie sovente tra abili parlatori, scrittori ecclesiastici conosciuti, preti di punta, monaci carismatici. Sfortunatamente chi sa parlare e scrivere bene, difficilmente è capace di ascoltare. Dunque qualche volta, ma non sempre, può subentrare la delusione. Poiché l’orizzonte materiale, quello legato al corpo, prevale, il tema della fede nel futuro è interpretato quasi sempre in chiave materiale: un buon lavoro, una buona famiglia, etc. Niente di male ovviamente, anzi per certi aspetti orientare positivamente la propria vita è un dovere, tuttavia raramente si è in grado di “vedere” il valore spirituale dei contrattempi e delle tribolazioni. Si gira per monaci, monache e religiosi, in cerca di chi può intercedere per risolvere i  propri  problemi. Quasi mai si è capaci di “leggere” il filo rosso spirituale che ha condotto nel bene la nostra vita, e si è proni a criticare e condannare sé stessi e gli altri. Alla Sacra Scrittura si predilige la lettura della vita dei santi. Solitamente manca uno spazio di preghiera e meditazione quotidiana. Tuttavia, nonostante questi limiti, lo Spirito lavora e santifica. Si cammina, si procede.

 

Dal corpo all’anima: il superamento del materialismo ed il trionfo della immaginazione

 Il passaggio alla seconda fase, come già detto, non rappresenta un taglio con il passato. Lo ripetiamo, non ci sono tappe rigide, con un passaggio meccanico da “una stazione all’altra”. Tutto avviene contemporaneamente anche se con una accentuazione per una tappa o per l’altra.

La fase che corrisponde al superamento del materialismo,  si contraddistingue per una forte attrazione per tutto ciò che è immaginazione. Si può accarezzare la figura del “povero”, della Chiesa povera, si ammirano i santi dalla vita estrema: San Francesco in ambito cattolico, san Simeone lo stilita o  i padri del deserto in ambito ortodosso. Nella carità si comprende che dare sé stessi nell’ascolto amichevole di chi confida le proprie sofferenze vale più di mille elemosine. Si comincia a diffidare della TV e dei notiziari che questa dispensa. Non si comprano più giornali e si cercano fonti di informazione alternative. Molto positivo, in questa fase, è lo stabilirsi solido  di  una morale cristiana matura. Si continua a cercare “la guida”, ma questa volta si cercano degli asceti che possano “benedire” la propria preghiera. Si guarda alle religioni orientali con un pizzico di curiosità, ed in certi ambienti si tende al sincretismo. Si “scopre” la Sacra Scrittura e le opere dei padri, che si cominciano a leggere e studiare talvolta con avidità. Questo porta a migliorare la conoscenza delle passioni in generale, e delle proprie in particolare. Comincia una discreta conoscenza di sé stessi e si affaccia finalmente per questo, una certa umiltà. Di conseguenza si smette di insegnare ed anzi ci si vergogna di averlo fatto in precedenza. San Giacomo fotografa con poche battute ed una straordinaria efficienza questa fase:

“Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi.  Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio:  appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Lettera di Giacomo 1,22-25).

L’espressione :” …che osserva il proprio volto in uno specchio…” , fotografa perfettamente il cristiano che attraversa questa fase.  Lo specchio è la nostra immaginazione. E tutto si svolge lì, perché il credente che vive questa fase, trae dalla immaginazione religiosa un certo piacere mentale che scambia per fede. Si ascolta una predica o una conferenza, che piace “perché si è d’accordo”. Cioè ci si….rispecchia in quelle parole. Dovremmo invece amare chi scombussola le nostre false credenze. Chi ci fa accorgere delle nostre incoerenze. Chi ci dice cose che non sapevamo, e che ci fanno riflettere e cambiare condotta. Invece amiamo chi gratifica con le sue parole le nostre convinzioni più o meno piacevoli. Se si va  a fare un pellegrinaggio all’Athos e si parla  con un monaco che ci dice quello che ci direbbe anche l’ultimo pretino di campagna: “…tutto si regge sull’umiltà”… si torna estasiati, perché “…un santo monaco ci ha rivelato cose importanti”….Già perché il monaco in questa fase è santo comunque, per “status”. Non per quello che realmente fa, ma per avere l’immagine del monaco. E cioè, perché soddisfa il nostro bisogno di immaginazione religiosa. Come dice San Giacomo, il limite grosso di questa fase sta nella discrepanza tra immaginazione e realtà. Ci si sente cristiani, ma si opera da pagani, e non ce ne accorgiamo! Tuttavia, come osservato nel paragrafo precedente, la grazia continua ad operare, anche se non ce ne accorgiamo, e se perseveriamo nella fede, nella Eucarestia, nella preghiera e nelle buone opere, passiamo quasi insensibilmente alla terza fase. Uno degli elementi che favorisce il cammino sembrerebbe essere una preghiera personale costante e profonda, unita alla comunione frequente.

 

L’atterraggio dalla immaginazione dell’anima alla realtà dello Spirito

Di solito avviene dopo una delusione. Può essere un dramma familiare come la perdita dei genitori o del consorte.  Più facilmente si tratta di una presa di coscienza dei limiti di ciò che si era idealizzato. C’è un proverbio georgiano che recita: “ Se vuoi perdere la fede diventa amico del tuo parroco”.  Si comincia in altre parole, a vedere con più realismo la realtà poco spirituale e le debolezze di monaci o religiosi che credevamo santi, la commistione con la politica di patriarchi e vescovi, i litigi indecorosi tra teologi etc. Finisce il piacere mentale procurato dalla immaginazione, e ci rendiamo conto, che questo ci impediva di cogliere la realtà per quello che è. E questo vale anche per sé stessi. Ci vediamo con più aderenza alla nostra vera realtà. Allora si scopre la vera umiltà, quando ci si rende conto di essere capaci veramente di tutto. Non solo, ma la scoperta più dolorosa consiste nel rendersi conto che ciò che di noi sembrava una virtù, è in realtà il prodotto di una volgare passione. Questa combinazione di fattori ci permette di abbracciare una umiltà più autentica e di smettere di sentirci più bravi degli altri. Ma questa morte spirituale apre ad una resurrezione inaspettata in varie dimensioni spirituali:

  • Comprendiamo, e questo è veramente importante e definitivo, che le vie dello Spirito passano poco in ciò che è manifesto ( i dotti direbbero in ciò che è esplicito). Una vita non è santa perché si occupa per ore di pregare o meditare le scritture. Una vita davvero si santifica quando fa tutto, anche la cosa più profana, con l’intenzione di amare e servire Dio. Come ricordavano sempre i Padri del deserto, nell’intenzione c’è tutto, virtù, santità e guarigione interiore. Nell’intenzione (nell’implicito direbbero i dotti) c’è la nostra divinizzazione, intesa come profonda trasformazione dell’anima.  E quando l’intenzione è espressa dal cuore ed è virtuosa, questa si manifesta agli altri, e riempie nell’uomo di Dio ogni cosa, ogni attività, ogni lavoro, anche il più modesto. In questa fase cominciamo a renderci conto, che in noi esiste una sia pur debole fiammella che ci sollecita ad amare Dio e ci rendiamo conto che, al di là di ogni ardimentosa ed affascinante ricerca, il Signore è lì che ci aspetta. Dentro di noi, ed attende solo di non essere contristato dal nostro comportamento. È la scoperta bellissima che su questo piano scompare ogni differenza tra la vita del laico e quella monastica. Differiscono i mezzi, ma l’interiorità è la stessa. E questo perché anche il monaco come il laico, è chiamato ad una trasformazione, che parte e si sviluppa dalla fiamma dello Spirito che brucia nel cuore. Questa condizione è ben descritta da un’opera patristica molto nota,  le “Omelie di Macario”: “La Grazia si manifesta come un fuoco che sboccia nel cuore”,  (Omelia15, 53). I veri cristiani hanno una lampada accesa nel cuore per la fede divina  (Omelia 43,1,col.772 c), e “ I veri cristiani sono guidati da questo fuoco (Omelia 2,1,col.544 sv). Illuminazione spirituale questa, condivisa da altri Padri come Diadoco di Fotica e più recentemente Teofane il recluso.

Seguono i frutti della grazia:

  • Scopriamo che intorno a noi lo Spirito scrive una meravigliosa sinfonia di amore, che coinvolge tutti, credenti e non credenti. “Vediamo” la virtù nelle famiglie, nei lavoratori, nella cultura. Ci interessa poco condannare mentre siamo quasi soffocati dalla meraviglia di scoprire tanto bene intorno a noi.
  • Scopriamo in modo diverso la bellezza della natura e delle opere dell’uomo: non esiste più il bello contrapposto al brutto, ma tutto il creato e tutte le opere dell’ingegno dell’uomo ci appaiono belle.
  • Diventiamo fortemente interessati alle virtù. Le vediamo coltivate nel lavoro come nella famiglia e diventiamo molto concreti: conta quello che si fa qui ed ora e non quello che immaginiamo.
  • Impariamo a cogliere ciò che conta nelle azioni e nelle vicende nostre e dell’uomo in generale: quello che dura per l’eternità, quindi la pazienza, l’umiltà, la carità e tutte le virtù che il Signore ci ha invitato a perseguire.
  • Cogliamo il valore ascetico delle tribolazioni ed impariamo a ringraziare il Signore che le ha permesse piuttosto che stare sempre a lamentarci.
  • La preghiera quando presente, tende ad abbandonare la parola per farsi silenzio di fronte alla Divina Presenza.
  • Impariamo ad offrire tutta la nostra giornata a Dio ed a pregare interiormente, almeno saltuariamente, durante le nostre attività.
  • Evitiamo gli errori precedenti: non ci entusiasmiamo troppo per abili parlatori o per monaci con la barba, il bastone ed il cappuccio. Cioè non guardiamo più all’immagine ma ai fatti.

Questa in sintesi, molto in sintesi, una visione sia pure parziale della purificazione dello Spirito, cioè del nostro “Nous”, o meglio di quel senso spirituale che abita il nostro cuore.

 

Conclusioni

Quello del cristiano è un cammino che si svolge nel tempo. Lo abbiamo tratteggiato piuttosto succintamente, per alcuni tratti essenziali. E certamente qualcosa avremo dimenticato. Ma una cosa si può ripetere: guai ad avere fretta. Guai a vedere tutta la nostra vita come negativa. Siamo vasi in mano al Vasaio, come ci ricorda Isaia. Camminiamo con fiducia nei sacramenti e nella preghiera, ed il Dio della pace ci santificherà interamente, corpo anima e Spirito, come ci ha insegnato San Paolo.