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Lo sconcertante suggerimento di S. Isacco di Ninive

  1. Isacco di Ninive, nei suoi Discorsi Ascetici, ci raccomanda: “Se vuoi diventare misericordioso, fuggi gli uomini”. Questo suggerimento ci lascia davvero sbalorditi. Non dovremmo forse piuttosto frequentare proprio gli uomini per esercitarci alla misericordia con quotidiani piccoli sforzi? Con un ragionamento umano, così sembrerebbe. Ma la fede in Cristo va al di là di tanti ragionamenti. Sant’Isacco ha ragione, ma perché? Come? Cerchiamo insieme di capire servendoci dell’aiuto di S. Massimo il Confessore. Questo grande padre della Chiesa si è occupato a lungo proprio della carità, scrivendo ben tre centurie sull’argomento, che rappresentano tre diamanti preziosi, incastonati nella Filocalia, libro che li contiene in modo reperibile in italiano. Nel primo capitolo della prima centuria, il santo padre inizia con una definizione lapidaria: “La Carità consiste nel desiderio di conoscere Dio”. Come si può vedere da questa affermazione, il significato patristico di carità è piuttosto lontano da quello attuale nella lingua corrente. Oggi tendiamo a pensare alla carità quando facciamo un’elemosina, o quando ci impegniamo in una piccola opera a favore di una persona. Tutto questo non è sbagliato di per sé. È sbagliata l’eccessiva polarizzazione sulla generosità nei confronti degli altri. Quasi si arriva a un controsenso: occuparsi dei bisogni degli altri diventa più importante che occuparsi di Dio. Anzi, di più: il Signore diventa un intruso. Perché pregare quando ci sono tante persone che soffrono e aspettano il nostro aiuto? E poi, “Se stai pregando e il tuo fratello ha bisogno di aiuto, interrompi la preghiera e vai da lui”. Tutto ciò deriva da un’interpretazione abusiva della prima lettera di Giovanni (4,20-21): “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”.

L’interpretazione abusiva consiste in questo corto-circuito: “Dando prova di amare il mio fratello, già automaticamente amo Dio, quindi non c’è bisogno di intrattenere una relazione di amore personale col Signore, perché è già tutto fatto”. Ma chi pensa così, dimentica il versetto di Giovanni che precede il 20: “19Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo”.

Inoltre, c’è qualcosa di ancora più solido che mette in difficoltà questa interpretazione abusiva e volontaristica del secondo comandamento: il fatto che Gesù stesso ribadisce che è il primo comandamento ad essere il più importante. “«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”. (Matteo 22, 36-39)

Quindi, come si vede, nell’amore c’è una gerarchia, che va seguita per non cadere in tentazione. I padri infatti sottolineavano che tutti coloro che accentuano l’importanza del secondo comandamento trascurando il primo finiscono nell’orgoglio. Tutto ciò è valido ancora oggi ed è sotto gli occhi di tutti. Come è doloroso vedere persone vantarsi del proprio volontariato e rivolgersi agli altri con tono di sfida, aggiungendo: “E tu cosa fai?” Che pena vedere fratelli che in questa maniera disperdono ciò che hanno costruito. Ricordiamo ancora una volta, quindi, che i comandamenti sono posti secondo un ordine voluto da Dio, con un senso preciso, che abbiamo il dovere di interpretare. Il fatto che il primo comandamento sia appunto il primo, il fatto che Gesù ci ricordi che è il più importante ci deve far pensare e aprire la mente.

 

La carità è amore per Dio

Dunque, S. Massimo il Confessore ci ricorda appunto proprio questo: i nostri occhi devono prima di tutto essere rivolti verso il Signore. Come Maria, sorella di Lazzaro, che stava ai piedi di Gesù con profonda devozione. Si tratta di comprendere, alla fine, che ciò che il Signore ci chiede di dare agli altri non è il nostro amore ma il Suo. Quando Isacco di Ninive ci raccomanda di isolarci per cercare la misericordia, ci suggerisce proprio questo: è nel rapporto personale con Lui, è amare Lui con tutto il cuore, isolandoci come Gesù faceva nei racconti del Vangelo. È lì, proprio lì, che ricevendo la luce infinita di Dio, possiamo riempirci di ciò che veramente conta. È lì che possiamo cominciare a pensare di poter donare davvero qualcosa agli altri. Non certo il nostro personale amore, spesso macchiato da un certo tono di condiscendenza. Piuttosto l’amore ardente e umile che è lo stesso amore di Dio. Quell’amore che Egli ci dona quando riesce a catturarci. Sì proprio così, catturarci. Perché scappiamo da tutte le parti, abbiamo altre cose da fare, e ci inventiamo la nostra falsa generosità per gli altri per alimentare e giustificare le nostre fughe, appunto. Eppure, questo Dio che ci cerca così affannosamente ci vuole solo riempire d’amore. Ci vuole solo riscaldare il cuore. Ci vuole dare qualcosa di autentico da dare agli altri, al posto della nostra fuffa. Ed ecco la misericordia di Isacco, ed ecco perché ha ragione il nostro caro amico eremita, giustamente santo e padre della Chiesa.

 

Tornare alla vera carità dei Padri

Nessuno nega l’utilità di usare nella lingua di tutti i giorni il termine carità per indicare un’elemosina. Tuttavia, noi cristiani non dobbiamo farci ingannare dall’uso volgare di questo termine. La carità è amore per Dio e amore per il prossimo con l’amore di Dio. Ciò vuol dire che non esiste un vero volontariato cristiano che non si basi su un rapporto intimo e personale con Dio, coltivato quotidianamente nei momenti sinceri e profondi di colloquio con Lui. L’esistenza di questo rapporto fa la differenza, e gli altri se ne accorgono. Eccome se se ne accorgono! La nostra sincerità cambia, cambia la nostra attenzione all’altro, cambia perfino il tono della nostra voce. E soprattutto, il Signore ci porta alla riservatezza e al rispetto. Mai la vera carità si esibisce, né si impone.

 

Conclusione

Abbiamo meditato sul vero significato della parola carità. Infatti, purtroppo, il passare dei secoli tende nell’uso delle parole a cambiarne impercettibilmente ma significativamente il significato. Torniamo quindi alla sapienza dei Padri e al nostro amico Isacco. Andiamo a fare compagnia a Gesù che si ritirava dalle folle e si recava in luoghi deserti a parlare col Padre.