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Un Dio che opera nel mondo

«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Giovanni 5,17).

Nel medioevo occidentale, sulla scorta della riscoperta, operata dagli arabi, della filosofia di Aristotele, si cominciò a credere che l’opera della creazione fosse finita. Sembrava impossibile che essa fosse ancora da completare, e che Dio l’Altissimo, si chinasse ancora sugli uomini per fare qualcosa. Ma la fede cristiana contempla un Dio vivo. Un Dio che è presente ed opera in mezzo agli uomini. La Chiesa crede in uno Spirito Santo che ispira continuamente al bene, ed è sempre presente laddove sboccia la vita. Il Vangelo, a differenza della filosofia, è molto chiaro. La creazione è continua e si avvale della collaborazione degli uomini. Questo vuol dire molte cose. Molte cose positive ed interessanti per noi che viviamo immersi nella società umana. Siamo infatti un po’ troppo abituati, a dividere il mondo in due parti. Da una parte l’edificio della Chiesa e le sue liturgie, i monasteri con i monaci e le monache, le università teologiche, ed i libri che parlano in diversi modi del Signore. Dall’altra il nostro impegno quotidiano nel lavoro e nella famiglia, lo studio per i più giovani, i parenti, gli amici, lo sport e la cultura in genere. In una parola il mondo laico, che avremmo forse voglia di dire “profano”. Da una parte dunque, le cose di Dio, dall’altra quelle degli uomini. Occuparsi delle cose di Dio vorrebbe dire pregare, leggere la Bibbia, andare in chiesa, frequentare le liturgie, visitare i monasteri. Il lavoro, la famiglia e le altre cose del mondo, rappresentano invece una fonte di distrazione. Una responsabilità di cui comunque dobbiamo farci carico. Cose di cui ci dobbiamo occupare, ma che presentano un fondo di egoismo. Le facciamo per noi stessi. Dio sembra starne lontano, e se si avvicina è solo perché noi accendiamo una candelina per chiedere che le cose vadano meglio, se c’è qualche intoppo. Di conseguenza la santità non può riguardare i laici che vivono nel mondo. Essa è piuttosto affare degli specialisti, di coloro che davvero fanno cose “Cristiane”. I monaci, le monache, qualche prete (pochi), i vescovi.

E se tutto questo fosse sbagliato?

 

Una virtù di cui si parla troppo poco

Tutto questo sarebbe vero se Dio fosse presente ed operasse solo nei monasteri.  Invece è dappertutto. Il Cristo è dappertutto. Lo Spirito Santo è dappertutto. E tutti e tre operano. Operano dappertutto. E come operano? Spesso servendosi anche degli uomini. Non solo per predicare e dire messa. Perché? Perché se sono dappertutto ed operano dappertutto non possono certo limitarsi alle cose di Chiesa. Si servono degli uomini per fare cose nuove. Case, ospedali, operazioni chirurgiche, negozi, stoffe, insomma tutto. Tutto quello che serve. Tutto quello che fa parte della società degli uomini, e per farlo li coinvolgono nelle loro attività. Chiedono collaborazione. Chiedono, fra le altre cose, quello che gli uomini chiamano creatività. Cioè l’arte di partecipare all’opera dello Spirito Santo. Una virtù. La sottile capacità di cogliere con uno sguardo attento agli altri, ciò che serve per migliorare la condizione umana. E di realizzarlo ascoltando le intuizioni che arrivano dal mondo celeste. Interessante vero? La vera creatività si basa sulla attenzione a ciò che serve a tutti, sulla compassione che detta la necessità di realizzare ciò che serve, sull’ascolto delle intuizioni angeliche che guidano la mano dell’uomo a sviluppare qualcosa di nuovo, sulla pazienza nel sopportare la fatica della sua realizzazione pratica. Sul perdono per le critiche che inevitabilmente subisce chi fa qualcosa. Soprattutto se è qualcosa di nuovo e migliore. Dunque non solo una virtù, ma una virtù con i fiocchi.

 

Co-creare con Dio, in che modo?

Sì, certo. Esiste una falsa creatività che è il prodotto di una passionalità non controllata. Fare qualcosa di nuovo per stupire, riscuotere lodi ed ammirazione. Cercare lo scandalo, il chiasso, la discussione. “Criticatemi pure, purché parliate di me”. Sì, effettivamente abbiamo in mente qualche strano artista, o qualche commerciante in cerca di pubblicità. Anche Ronnie Biggs sarebbe stato un creativo: inventò la rapina del secolo al treno postale Glasgow-Londra. Dunque la creatività sì, ma quale? Il criterio principale per discernere la vera creatività dalla falsa è la compassione. Non tanto la compassione intesa come semplice sentimento, ma come attenzione a ciò che serve e l’intenzione di operare per realizzarlo.

Questo può comportare un compenso, come è normale in tutti i lavori.  Niente di strano: “L’operaio è degno della sua paga” (Luca 10,8).

Abbiamo bisogno di uno sguardo diverso sulla società degli uomini. Abbiamo bisogno di occhi che contemplino Dio all’opera insieme con gli uomini. Abbiamo bisogno di meravigliarci come bimbi di fronte al grano che cresce, lasciando il taglio della zizzania all’angelo incaricato dal Signore. La santità dell’opera dell’Uomo. Questa è la vocazione ad essere co-creatori.

 

I tre gradi della creatività

Il primo gradino della creatività è costituito dalla semplice attività lavorativa, qualsiasi sia. Si lavora per fare qualcosa che serve a qualcuno. Dunque il criterio della compassione è soddisfatto. È molto semplice: si è assunti come camerieri, se il ristorante ne ha bisogno. Ed è così per tutti i lavori. Il lavoro ci mette in contatto con una necessità degli altri, che siamo chiamati a soddisfare. Siamo forse un po’ troppo presi dal valore economico del lavoro, per cui il suo ruolo di co-creazione a volte ci sfugge. “Si lavora per mangiare”, ci diciamo. Certo. Il Signore si serve dei nostri bisogni per educarci ed avvicinarci a Lui. Nulla di strano. Fa spesso così. Se non facesse così si rincorrerebbe solo ciò che ci piace ma ci fa male. Se fosse tutto dovuto ad un nostro slancio eroico ci riempiremmo di orgoglio. Invece non possiamo vantarci. Lavoriamo per guadagnarci il pane, come prevede la Bibbia (Genesi 3,19), ma il Signore ci eleva a suoi collaboratori. Lavorando facciamo con Lui.

Il secondo gradino della creatività, è costituito dal migliorare la propria attività. Sempre seguendo il filo della compassione. Cercare e trovare come fare meglio, ciò che dobbiamo fare. Senza differenze sociali. È vero che il medico può trovare una nuova cura per i propri pazienti. E questo è nobile, ed è lodato dagli uomini. Un architetto può far costruire con un disegno avveniristico un palazzo più bello, e questo è osannato da molti. Tuttavia di fronte a Dio non c’è differenza sociale. Infatti anche una COLF può trovare un modo migliore per pulire un pavimento difficile. Un netturbino che organizza il suo giro in modo più efficiente, è lo stesso creativo agli occhi del Padre, così come la COLF. Perché nel Regno di Dio ciò che conta è la Virtù, non l’applauso degli uomini. L’intenzione e non il clamore del risultato.

Il terzo gradino è rappresentato dalla modifica della materia, realizzata dalle virtù che ci ispira lo Spirito: conoscenza, pazienza, prudenza, etc. Noi con il nostro lavoro modifichiamo il mondo. E realizziamo una profezia: uniamo con il nostro lavoro lo Spirito che ci guida con le sue intuizioni e le sue virtù, con la materia che man mano modifichiamo. Anche qui non troviamo differenze sociali. L’intenzione generata dalle intuizioni celesti, è ciò che conta. Tanto per fare un esempio, proviamo ad immaginare un bel piatto di ceramica dipinto e decorato. La materia da grezza è stata lavorata dalle mani sapienti dell’artigiano che l’ha trasformata. Ovviamente non vi è in questo caso un contatto diretto tra Spirito e materia. La trasformazione avviene per la mediazione e la collaborazione dell’uomo, che presta le sue mani alla ispirazione. Tuttavia questa forma bellissima di creatività, è una profezia di ciò che avverrà. Della nostra Speranza. Di quella trasformazione del creato che vedrà Dio come “tutto in tutti” (1 Corinzi 15,28). Lo Spirito trasfigurerà direttamente la materia. Come nel Tabor.

 

Come avviene la santificazione attraverso la creatività?

Seguendo la definizione di santità data dai padri tutto è più semplice: “La santità è la stabilità nelle virtù”. È un po’ come bere acqua che sa di vino. La natura dell’acqua rimane la stessa, ma cambia il sapore, cioè la qualità. Così è per noi. La natura umana rimane la stessa, ma cambiano le nostre qualità, che acquisiscono le virtù cristiane. Come abbiamo visto all’inizio, la vera creatività comporta lo sviluppo in noi di molte virtù: attenzione all’altro, compassione, conoscenza, pazienza, perdono, e molte altre ancora. Talvolta, quando la nostra opera è molto innovativa, può capitare di essere messi in croce. Infatti non tutti amano il cambiamento, anche quando si va a migliorare. Accettare con pazienza e spirito di comprensione le critiche, le denigrazioni, i provvedimenti persecutori. Tutto ci mette a fianco del grande creativo: Gesù e la Sua croce. Dunque un percorso di santità che, pur partendo da piccole cose, può arrivare molto in alto. Vicini al nostro Maestro sul calvario.

 

Conclusioni

La creatività, la vera creatività, è una virtù tipica del mondo laico. Forse è per questo che se ne parla poco. Eppure genera dei co-creatori. Essa eleva il cristiano che la vive consapevolmente, alle migliori virtù. È espressione di autentica compassione e di amore per il prossimo. Non è necessario andare lontano per scoprirla nella nostra vita.

Basta meditare su quello che facciamo tutti i giorni, e coglierne il valore soprannaturale. Tutto infatti diventa santo, tra le mani di un autentico discepolo del Cristo.

 

Link per il video: CREATIVITA’ E LAVORO

https://www.youtube.com/watch?v=BQpBMvJFZQw&list=PL8jQoxVOjuumqOaJsmyMQv6LlzFW_IrMn