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Cosa è la divinizzazione?

I Padri ripetevano: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. Ma non è troppo? Sembra un tema spinoso ma in realtà è molto semplice. La nostra natura rimane umana. Non diventiamo infiniti come Dio. In questo senso i Padri parlano di “adozione” a figli. Quello che cambia è il nostro comportamento, che acquisisce in modo stabile le virtù divine. Quegli attributi cioè, che sono frutto dello Spirito Santo: carità, misericordia, pazienza, umiltà etc. E’ come se noi bevessimo dell’acqua, che ha assunto il sapore del vino. La natura dell’acqua rimane la stessa, ma le qualità cambiano e somigliano a quelle del vino. Naturalmente non parliamo di tutte le Virtù, cosa propria solo del Cristo, il Figlio di Dio. Si tratta di sviluppare quegli attributi divini che ci sono stati assegnati fin dall’eternità. Quelli inscritti nel progetto che portiamo nel cuore, e che il Signore ha stabilito per noi.

 

Un obbiettivo lontano? Possibile solo a certi santi monaci?

Ma il Signore è venuto per tutti, non solo per alcuni.  E non è uno slogan. Si può fare. Si può fare ed è alla portata anche di un buon laico, fedele alla liturgia ed ai sacramenti. Come? Ce lo spiega la scrittura. Vediamo:

“Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20). E ancora “Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito” (Luca 12,36).

Dunque, il primo segreto è questo: è Lui che bussa!  Troppe leggende intorno a santi asceti, fanno credere che tutto dipenda da noi. Purtroppo, questa convinzione è una eresia. Una vera e propria eresia condannata dalla Chiesa. La santità è una grazia, non un trofeo per i bravi. L’iniziativa è del Signore. È Lui che bussa. Non ce lo dimentichiamo! E bussa a tutti. Si certo, a tutti! Sì, va bene direte, ma che vuol dire? Dove bussa? E in che senso bussare? Sembra difficile vero? Ma figuriamoci, niente paura. Il Signore bussa alla porta. E quale è la nostra porta? Ma è il cuore! Che diamine! In particolare, la porta è l’occhio del cuore. Quello che i Padri chiamano con una parola greca “Nous”. Si tratta della parte spirituale del cuore, destinata ad aprirsi all’invisibile. Sembra tutto complicato, vero? Il cuore ha un occhio, poi saltano fuori parole greche. Rilassiamoci. Niente paura. Facciamo un esempio pratico, così capiamo tutti. Dunque, il Signore bussa al cuore. E che dobbiamo fare noi? Semplice. Riflettere. Se mentre qualcuno bussa alla porta della nostra casa, noi siamo a tavola nel bel mezzo di un banchetto chiassoso in cui tutti ridono e parlano, ci sta che non si senta nulla. E non si apra. La nostra vita è come questo banchetto. La testa ronza sempre. Nei tempi moderni infatti è iper-stimolata, da radio, TV, computer, film, musica etc. Questi continui stimoli che a noi paiono piacevoli, ci spingono a “vivere nella testa”. Ragioniamo, pensiamo. A volte discutiamo. Tutto nella “testa”. Come faremo ad accorgerci che il Signore bussa? Impossibile! Ecco perché il versetto dell’Apocalisse, che abbiamo riportato, ci sembra astruso. Incomprensibile. È così perché non fa parte della nostra esperienza.  E allora cosa possiamo fare?

 

Usare l’attenzione

Si tratta di invertire la rotta. Se anche la nostra testa fa chiasso, cominciamo semplicemente a far caso alla porta. Se anche nella vita, ci capita di fare una festa, e ad un certo punto ancora non tutti gli invitati sono arrivati, che facciamo? Semplice. Ogni tanto diamo un’occhiata alla porta, tante volte qualcuno bussasse o suonasse. Ecco allora la cura: cominciamo a fare attenzione. E cioè, portiamo la nostra attenzione sul cuore. Proprio così. Senza grandi sforzi. Semplicemente facciamoci caso. Per coloro che fanno una vita cristiana normale, con fedeltà alla liturgia ed ai sacramenti, questo gesto di “prestare attenzione”, può già dire qualcosa. Alcuni infatti segnalano la nascita nel cuore di un sentimento di amore per Dio. Molto lieve, ma significativo. È il Signore che bussa. Tuttavia, questa esperienza non sembra possibile a tutti. È consigliabile allora fare un atto di fede ed aprire comunque la porta. Come? Con la preghiera di Gesù. Recitare lentamente la preghiera, portando l’attenzione sul cuore, genera prima o poi l’esperienza del calore. Naturalmente i tempi non sono uguali per tutti. Tuttavia, con un po’ di costanza il calore, che non è altro che un sentimento di amore per Dio, fa capolino nel nostro petto. Ecco: il Signore è entrato. Abbiamo aperto la porta ed il Signore è entrato. Quell’amore, infatti, non siamo noi a produrlo, ma Lui. È il segno che Lui sta cenando con noi. Quella fiammella amorosa è la manifestazione della nostra unione con Dio. Una unione che agisce trasformando. Deificando. È una luce che attira a sé le potenze dell’anima: ragione, desiderio e ira.

Circa il desiderio, abbiamo già detto che il cuore manifesta amore. Amore per un Dio che il cuore non vede, non immagina, non ricorda e non ode. Non si tratta di un amore umano, ma è lo Spirito che ri-orienta il nostro desiderio, conducendolo verso il suo vero obbiettivo. Verso il suo obbiettivo naturale: Dio. L’egocentrismo, pur permanendo, piano piano si riduce. L’ira, cioè la collera, subisce una trasformazione lenta, ma sorprendente. L’irritabilità rimane, certo, ma si appanna piano piano. Il tempo dell’azione divina è pacifico. Calmo, non impetuoso. È un vento leggero. Ed ecco che l’ira prende la sua vera forma. Non più critiche. Non più discussioni. Non più pressioni sugli altri per convincere. Si costruisce. Ecco il vero scopo per cui il Signore ha fatto l’ira. Per allontanare il male dal nostro comportamento sì, ma anche dal creato. L’uomo ispirato da Dio cerca di rendere il mondo più trasparente alle energie divine. Un netturbino che fa bene il suo lavoro rende la città dell’uomo un po’ più somigliante alla Gerusalemme celeste. Così l’impiegato dell’anagrafe che fornisce i certificati mancanti. Tutti i lavori, attraverso un’ira correttamente orientata, partecipano alla creazione Divina di Nuovi Cieli e Nuove Terre. Così anche le madri che educano i figli, ed i padri che vivono con senso di responsabilità la famiglia. Co-creare con Dio vuol dire in una parola correggere il mondo, allontanando il male per mezzo di un’ira correttamente orientata e pacifica.  Se ci pensiamo bene, tutto il bene che possiamo trovare nella Società dell’uomo, è generato da:

  • Un desiderio che ama Dio e lo cerca nelle proprie azioni
  • Un’ira che tende a costruire correggendo il mondo
  • Una ragione che discerne le ispirazioni divine, e che regola le precedenti due potenze dell’anima.

Dal nuovo orientamento dell’anima discende ovviamente un maggiore controllo delle proprie azioni. Quello che conta è il controllo, non l’eliminazione. Uno spunto di desiderio o di arrabbiatura egocentrici può “scappare”, l’importante è accorgercene e fare subito marcia indietro. Quello che conta è il tempo di retromarcia rispetto agli obbiettivi egoistici, che deve essere significativamente breve. Dio non ci chiede infatti di eliminare le passioni, ma di regolarle.

 

Conclusioni

La divinizzazione non è per pochissimi super-santi, ma un dono destinato a tutti. È il Signore che vuole farsi aprire. Egli bussa al nostro cuore. Se sapremo fare attenzione al suo discreto bussare, potremo aprirgli, e godere della Sua grazia Deificante. Tutti.