Una raccomandazione da meglio comprendere
Teofane il Recluso, grande russo della fine dell’ottocento, raccomandava di vedere la vita spirituale come un calice. Compito del cristiano era svuotare il calice di tutte le “cose del mondo” per far posto a Dio. (Thomas Spidlik, La Doctrine Spirituelle de Theophane le Reclus, Pont. Institutum Orientalium Studiorum, 1965).
Teofane non è certo un originale. Diciamolo, molti, davvero tanti, spirituali di ogni tempo hanno interpretato l’ascési in questo modo. Per certi aspetti si tratta di una raccomandazione comprensibile, soprattutto per chi intende farsi monaco. Nella prima lettera ai Corinzi, anche San Paolo fa notare quanto si possa essere distratti dagli “affanni del mondo”. Bisognerebbe però chiedersi con onestà: è una pratica questa che porta davvero frutto? Per rispondere a questa domanda non c’è niente di meglio che seguire con amicizia il percorso spirituale di uno o più monaci (o religiosi) amici. È un approccio ai monasteri che sarebbe da raccomandare, mentre di solito ci si disperde in innumerevoli visite superficiali, prive di una vera condivisione con i monaci. Fermarsi in un monastero, conoscere religiosi e ritrovarli nel tempo, vivendo insieme momenti di liturgia ma anche di scambio, di conversazione, di confronto o insegnamento. Facendo così si entra nel mondo monastico con più facilità, e si scoprono cose inattese. Si tratta di racconti sostanzialmente sovrapponibili tra oriente ed occidente, tra monaci dell’Athos e frati Carmelitani. L’esperienza della vita religiosa sembra sorprendentemente simile. Da giovani, si è catturati dall’amore di Dio. Il cuore vive una grande passione, che tende verso un assoluto che svuota di interesse ogni cosa che non parli del Signore. Una famiglia, un lavoro, sono possibilità che sembrano ingombrare il “calice” della passione per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa. Niente appare cosa migliore del celibato, in una dedizione totale a Dio. La vita monastica, la vita religiosa, gli studi di teologia, forniscono gioia e stabilità. Tutto sembra filare liscio, quando lentamente ci si comincia ad accorgere che la “passione” inizia lentamente a scolorirsi. A volte i tempi possono essere rapidi, a volte più lenti. Dipende dal carattere e dal genere di esperienze. Talvolta, una disgrazia familiare oppure una certa qual delusione delle aspettative che si riponevano nel percorso intrapreso sembrano rappresentare un punto di svolta nel vissuto “religioso” di tanti “consacrati”. Ci si accorge della componente umana che animava la “Passione per Dio”. Intendiamoci, lo Spirito c’era e nessuno vuol mettere in discussione la vocazione. Si tratta, infatti, di una comune fase della vita celibe consacrata, che non rappresenta una “crisi”, bensì uno sviluppo. In pratica, è il momento in cui ci si accorge che insieme allo Spirito era presente quel “piacere mentale”, che indulge all’immaginazione religiosa, all’ascolto di conferenze, alla lettura di testi “spirituali”. Ma come tutte le passioni del mondo, ad un certo punto, il piacere mentale che sostiene anche la Passione per Dio tende ad attenuarsi, a scolorirsi, a vivere contraddizioni. Il fenomeno è ben noto, ed in occidente si fa riferimento a questa fase come alla ”notte dello Spirito”, da un celebre testo di Giovanni della Croce. Ecco allora che si ritorna a certi vecchi interessi “mondani”: c’è chi si occupa di canto popolare, chi dipinge icone, chi studia filosofia, chi una lingua straniera. Altri paiono molto presi dalle vicende di geopolitica internazionale e nazionale, e passano ore al computer. Niente di male. Tutto è previsto da chi ha una maggiore esperienza e si incarica di guidare il celibe consacrato nel suo percorso. Ma, detto questo, rimane una domanda: quella famosa raccomandazione che suggeriva di “svuotare il calice” era valida?
Alessandria e l’incrocio tra filosofia pagana e cristiana
Dopo la caduta di Atene ad opera dei Romani, Alessandria divenne la capitale culturale dell’Impero Romano. Al tempo di Gesù, questa vivace metropoli antica era animata da una importante colonia ebraica. Protagonista assoluto di questa comunità era un certo Filone, filosofo che traeva le sue conclusioni direttamente dalla Bibbia. Tutto il cristianesimo deve a Filone, detto l’Alessandrino, l’interpretazione spirituale della scrittura come metodo, l’elaborazione su base biblica e la diffusione dell’importante concetto teologico del Dio “Trascendente”; cioè della incomprensibilità del Signore e del Suo essere al di là di tutte le cose. Ma per un’altra cosa Filone era noto: fu il primo a descrivere una comunità di tipo monastico che viveva nei pressi di Alessandria. Si chiamavano “Terapeuti”, e vivevano da celibi in qualcosa che oggi diremmo monasteri, divisi tra maschi e femmine, in una vita tutta devota al Signore. Dunque, Filone per primo ha descritto una comunità di celibi consacrati; tuttavia, bisogna precisare, ebraica e non cristiana. Ancora, bisogna sottolineare che non ci sono prove archeologiche dell’esistenza dei “Terapeuti”. Potrebbero essere frutto del “desiderio” di Filone. Ma citiamo tutto questo perché, come vedremo, anche le prime comunità monastiche cristiane, crebbero nel deserto intorno ad Alessandria. Ma proseguiamo. Ammonio Sacca visse ad Alessandria tra il 175 d.c. ed il 242 d.c.. Fu grande filosofo, molto influente negli ambienti della città, ma non lasciò niente di scritto. Come lo conosciamo allora? Lo conosciamo attraverso gli scritti del suo miglior allievo: Plotino. Grande filosofo anche lui, nato anche lui ad Alessandria nel 204 d.c. , preferì andare ad insegnare a Roma dove visse fino al 270 d.c.. Lì, appunto, compose la sua grande opera, le Enneadi che, secondo le sue parole, riportavano la sapienza di Ammonio Sacca. Non sappiamo ovviamente in quale misura ciò sia vero, tuttavia colpisce un principio fondamentale della mistica di Plotino/Sacca: per contemplare Dio è necessario uno sguardo semplice, che si è liberato da tutti gli interessi del mondo. Una fotocopia della raccomandazione di Teofane e di tanti mistici cristiani: svuotarsi per aver accesso a Dio. Eppure Plotino era un pagano, ed era decisamente avverso ai cristiani. La Chiesa, ricordiamolo, si stava sviluppando proprio in quegli anni, ed ai suoi occhi appariva come una accozzaglia di povera gente, lontana dalla verità. Poco dopo, sempre ad Alessandria, come dicevamo, nasce il primo monachesimo cristiano nel deserto intorno alla città, ad opera di Antonio nato nel 251 d.c. e morto nel 356 d.c.. Antonio non era nato strettamente parlando ad Alessandria, ma a Qumans, un villaggio agricolo molto vicino alla capitale e dipendente culturalmente da essa. Antonio fu infatti molto legato al Vescovo di Alessandria Attanasio che ne scrisse la vita. Inoltre molti monaci di Scete e di Celle, località monastiche del deserto dei Padri, provenivano da Alessandria. Ma allora, perché ricordiamo ora i padri del deserto e con essi la nascita del monachesimo cristiano? Perché, anche se la spinta ad allontanarsi dalla città cercando la solitudine era scaturita in questi santi dalla esperienza spirituale della Presenza di Dio, in alcuni di essi tale decisione si avvaleva anche del desiderio di “distaccarsi da tutto”, ed era manifesta in loro l’influenza della mistica filosofica dello svuotamento di cui abbiamo parlato finora. Lo ripetiamo. Non c’era solo una esigenza di “svuotamento”, ma anche una impellente necessità, dettata dalla forza della esperienza del Signore. Un’esperienza così forte da rendere impossibile a questi uomini di Dio la permanenza in città. Ma è legittimo ricordare che l’esperienza dei Terapeuti di Filone sembrava un frutto naturale del clima culturale che si viveva ad Alessandria, di cui era espressione matura anche la mistica del vuoto di Ammonio Sacca/Plotino. Non sorprende allora che, subito dopo queste esperienze culturali, possa nascere proprio ad Alessandria, e quindi nello stesso ambiente spirituale, una forma di monachesimo che possa aver reinterpretato in senso cristiano una mistica originariamente estranea al Vangelo. Orbene, attraverso i padri del deserto, l’influenza della filosofia alessandrina di Ammonio Sacca, Plotino e Filone ha serpeggiato in ambiente monastico lungo i secoli fino ad arrivare a noi. Intendiamoci, non sempre in senso negativo. Ribadiamo che una sua interpretazione cristiana ha comunque una sua utilità, soprattutto per i più giovani. Dunque ammettiamolo: una singolare coincidenza con il pensiero di un filosofo pagano. Ma c’è di più. Molti non lo sanno, ma l’abito monastico somiglia in modo sorprendente con il “pallium” che era l’abito indossato dai filosofi pagani, con lo stesso intento dei monaci: mostrare in modo visibile la rinuncia alle passioni. Infine gli stessi Padri, nei primi secoli, intendevano il monachesimo nascente come una filosofia cristiana.
Dalla mistica filosofica a quella cristiana
Dunque, ripetiamolo: in sintesi abbiamo visto come il monachesimo cristiano si sviluppi nella stessa area culturale, Alessandria d’Egitto, in cui un secolo prima si era sviluppata una mistica filosofica di grande peso ed importanza storica, ma del tutto pagana. Ebbene, non è strano che parte del pensiero mistico dei filosofi pagani sia stato ripreso ed interpretato in senso cristiano da alcuni padri del deserto. In poche parole, nell’ambiente in cui nasce il monachesimo, si risente in maniera più o meno marcata, a seconda degli asceti, di una mistica sostanzialmente non cristiana. Lo ripetiamo per non dare adito ad equivoci: stiamo parlando di un aspetto non centrale della spiritualità monastica. Stiamo parlando di qualcosa che rimane comunque in secondo ordine rispetto allo spirito solidamente cristiano impresso da Antonio ai suoi discepoli. Stiamo parlando di qualcosa che è presente oggi nella vita monastica e religiosa solo come tappa iniziale di un cammino ben più complesso, fondato, lo ripetiamo, su solidi fondamenti cristiani. Ma allora perché ne parliamo? Ne parliamo perché la mistica dello svuotamento, talvolta, può rappresentare un modello negativo per i laici, per i parroci e per il popolo di Dio in generale. Questo avviene soprattutto quando la vita monastica non viene interpretata come un aiuto al laico ed al sacerdote secolare, ma piuttosto come il vertice della vita cristiana, o come la “vera vita cristiana”. Non solo, ma spesso e volentieri come un modello da imitare. E in che modo questo può disturbare il cammino del popolo? Vediamo:
- Il popolo può essere spinto a credere che l’“unione con Dio” del cristiano non si realizzi attraverso l’Eucarestia, ma solo per mezzo di una dura disciplina ascetica. E questo da solo è fatto di per sé gravissimo.
- Si tende infatti, come conseguenza, a svalorizzare l’Eucarestia, dimenticando il suo valore di unione con Dio, dandole invece un senso di mera “appartenenza” alla Chiesa, fino talvolta ad assegnarle solo un valore simbolico.
- Il laico viene spinto a credere che una vita santa possa essere soltanto quella concentrata su una manifesta occupazione nelle cose di Dio: preghiera, liturgia, digiuni e veglie. Questo mette in secondo piano o addirittura cancella ogni servizio fatto per amor di Dio, ogni lavoro fatto per mantenere la famiglia, e perfino il comandamento che Dio ci ha dato di procreare (Genesi 1,28).
- Si spinge a credere che l’ascesi consista soltanto in digiuni, veglie, preghiere e celibato. Il risultato è che il laico non è in grado di riconoscere nella propria vita l’ascesi che ha assegnato a lui il Signore. La croce che chiede a lui di portare. Soprattutto sfugge ai più il senso delle tribolazioni della vita, cioè quella ascesi detta “passiva”, che anche dai monaci è considerata la più importante.
- Infine, mancando tutto questo, il laico non riconosce di essere un vaso in mano al “Vasaio”, non può capire in che modo il Signore lo “lavori” attraverso le circostanze, e non arriva a comprendere pertanto, in cosa possa consistere il progetto di Dio su di lui. Provvidenzialmente, molte volte ci arriva del tutto inconsapevolmente, ma spesso in modo parziale o superficiale.
- Il risultato generale è quello di una delega della vita spirituale ai monaci, incaricati dal laico di percorrere quella via cristiana da cui egli sembra esentato per “vocazione”.
In sintesi, le conseguenze di una facile ed acritica assunzione di una mistica non cristiana porta a considerevoli danni.
La risposta a tutto ciò non sta in qualche cambiamento che dovrebbe fare la Chiesa. Essa infatti ci offre già tutto quello che serve. Si tratta semplicemente di… crederci:
Credere davvero nella Eucarestia
Credere davvero di unirsi a Dio attraverso di essa
Credere davvero nella Liturgia
Credere davvero nell’anno liturgico
Credere davvero nell’importanza del popolo di Dio stretto intorno al proprio parroco nella Parrocchia
Tutto questo è un pieno e non un vuoto
Quali sono i segni della nostra unione con Dio nella Eucarestia?
Il Signore bussa al cuore. E vuole che gli si apra la porta. L’unione con Dio si realizza attraverso il “nous”, cioè la parte più profonda e santa del cuore. Dunque è lì che il credente che ha ricevuto il corpo del Signore deve porre la propria attenzione. Non si tratta di praticare tecniche di un qualche tipo. Si tratta soltanto di evitare di “abitare” troppo nella “testa”, e riscoprire il cuore. Oggi ancor più di ieri siamo tutti stimolati, diremmo meglio iperstimolati, da video, film, musica, tv, notiziari etc… Tutto ci spinge a “vivere nella testa”. Dunque, per coltivare la nostra unione Eucaristica con Dio, un gesto semplice consiste nel darci un tempo di preghiera al mattino, prima di colazione, unito alla lettura del Nuovo Testamento. Basta leggere con convinzione e col cuore qualche salmo e recitare la preghiera di Gesù portando l’attenzione sul cuore, come insegnano i Padri, nella Filocalia. Il cuore piano piano, si scalderà e comincerà a svegliarsi. Si tratta infatti semplicemente di farlo vivere in noi, di “ascoltarlo”. E cosa ci dice un cuore unito a Dio grazie alla santa comunione? Ci dice quello che ci insegna San Paolo in Romani 8, 14-23:
“Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”. Ed ancora poco dopo al versetto 26:
“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili”. Ecco cosa succede al nostro cuore quando con l’Eucarestia ci siamo uniti al Signore. Nasce un gemito di amore per Dio. Un sentimento di amore per qualcuno che non conosciamo, non vediamo, non immaginiamo. Chiaramente non è un fenomeno psicologico, ma come San Paolo insegna, un fenomeno spirituale. Ora tutto questo è un pieno e non un vuoto! Lo Spirito amorosamente, ci spinge a scoprire la bellezza delle Sue opere nel mondo. Aumenta i nostri interessi invece di sopprimerli. Ci fa scoprire le stelle in cielo ed il canto degli uccellini. Le opere sante degli uomini e la loro ricerca di Dio attraverso la vera cultura. Tutto si colora del cuore e tutto diventa quello che è: bellezza e specchio della divina Provvidenza. Il frutto dell’azione in noi dello Spirito non è una perdita di interessi ma un arricchimento degli stessi, illuminati dalla Sapienza Divina. Torniamo allora a San Teofane il Recluso. Per giustizia, dobbiamo qui citarlo per il bellissimo insegnamento che ci dona con la sua dottrina spirituale: “La vita spirituale è tutta qui, in questo gemito del cuore!” Ecco allora che il popolo di Dio è chiamato a vivere con il gemito dello Spirito le sofferenze del Cristo attraverso le tribolazioni della vita e la fatica, ma anche la creatività del lavoro, la fatica ma anche la creatività della famiglia, volta a dare al mondo ed alla Chiesa delle nuove vite collaborando con Dio. Fatica ma anche gioia dell’ospitalità e dell’ascolto nell’amicizia e nella carità verso il prossimo. Far vivere in questo modo l’Eucarestia nella nostra vita non è poi così difficile. Si tratta di volerlo.
Conclusioni
Ritorniamo con fede all’Eucarestia. Crediamoci davvero. Viviamola con entusiasmo nella nostra vita quotidiana, cercando nel nostro cuore il Suo frutto gioioso di amore per Dio. Portiamo questo amore nella nostra vita, in tutti i nostri atti quotidiani: questa, soltanto questa è la vera felicità.