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L’Origenismo e la sua influenza nella Chiesa
A questo punto è necessario focalizzare l’attenzione su due aspetti concorrenti:
- i risultati di quella che possiamo chiamare una visione del matrimonio non sacramentale;
- la presenza di questi risultati come dimostrazione di una parziale, e più o meno nascosta accettazione delle eresie gnostiche tra il popolo di Dio.
La deformazione più vistosa sembra essere quella a carico della Speranza. Ma andiamo per ordine. Abbiamo visto come il dato comune alle molte eresie gnostiche che hanno tentato la Chiesa, fosse la considerazione della materia come negativa. Come abbiamo già detto, il matrimonio, essendo responsabile della procreazione, rappresentava l’atto fondativo del corpo dell’uomo. Cioè di quel carcere in cui l’anima scontava, purificandosi, i propri peccati. Tra gli scrittori più vicini alla Chiesa ricordiamo come tale visione fosse promossa da Origene. Origene (185-254 d.c.) fu un brillante studioso alessandrino della Scrittura, allievo di Clemente Alessandrino alla prima scuola teologica cristiana fondata da San Panteno. Fu lui che promosse per la prima volta, in tutto l’ orbe cristiano, l’interpretazione spirituale della Scrittura. Purtroppo finì per credere nella preesistenza delle anime: Dio non aveva subito creato l’uomo, ma piuttosto le anime degli uomini, intese come esseri a sé stanti. Secondo Origene, le anime che si rendevano colpevoli di un peccato venivano mandate sulla terra ad abitare un corpo. Questo rappresentava quindi un’occasione di purificazione. Ancora una volta, in Origine la materia era sinonimo di peccato ma, a differenza degli altri gnostici, il Dio Creatore era un Dio buono, che forniva alle anime, attraverso il corpo, un’occasione di purificazione. Naturalmente, queste dottrine furono condannate nel 553 dal secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli. Ebbene, nonostante la condanna severa ed ufficiale, un certo Origenismo tende a serpeggiare nella Chiesa. Non ci riferiamo tanto alla interpretazione spirituale delle Scritture, che non rappresenta materia di eresia, quanto piuttosto ad una visione in negativo della materia e del corpo. Un po’ come se le varie eresie gnostiche di cui abbiamo parlato nella prima parte avessero trovato, tramite l’Origenismo, una sorta di pertugio, che ha loro permesso di insinuarsi tra le pieghe della Ortodossia Cristiana. Ma come possiamo accorgerci di tale inquinamento?
Le conseguenze di una visione non sacramentale del matrimonio
La prima e più vistosa conseguenza fu il progressivo slittamento della Speranza Cristiana, dalla Resurrezione dei Morti al Paradiso. Certo, si recitava e si recita con convinzione il Credo cristiano il Chiesa, che proclama la nostra Speranza nella resurrezione dei morti e nel mondo che verrà. Va bene. Ma poi, molto lentamente, nei fatti si è cominciato a trasformare ciò che era provvisorio (l’attendere la resurrezione dei corpi alla presenza della Luce Divina, come preannunciato da Cristo sulla croce al Buon Ladrone) in definitivo. Il fine della vita Cristiana diventava “Salvarsi l’anima”. Nel Medio Evo occidentale, Dante Alighieri celebrava la definitiva scomparsa della resurrezione, nella Divina Commedia. I tre libri in cui era divisa consistevano in: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Al corpo nessuno spazio era concesso. Sono oggi numerose le opere che indicano in Dante un Fedele D’Amore, tra cui quella celebre di Luigi Valli, (Ed. Harmakis). Ed in effetti, nonostante l’apparente ortodossia cattolica, nella sua opera non era Cristo a rappresentare la Sapienza, la “Sophia” eterna, ma una donna idealizzata. E questo era il fondamento dell’eresia gnostica dei “Trovatori” e dei fedeli d’amore. Essi riproponevano dopo secoli la venerazione della Sophia intesa come ideale femminile, così come predicato da Basilide e Valentino, due famosi eretici gnostici dei primi secoli.
Tutto ciò non è rimasto senza effetto. La tripartizione dell’ aldilà in Inferno-Purgatorio- Paradiso, con conseguente quasi totale messa da parte della resurrezione dei morti, di fatto dilagò in tutto l’occidente e dura fino ad oggi. Cosa c’era alla base di questa trasformazione? La ormai nota considerazione negativa dei corpi e della materia, propria di tutti gli gnostici, e caposaldo della pseudo-spiritualità dei fedeli d’amore. Questi ultimi, naturalmente, non consideravano il matrimonio come l’esito naturale dell’amore tra un uomo ed una donna. Le loro poesie si limitavano a cantare le qualità spirituali dell’amata, in un desiderio idealizzato che era considerato solo un mezzo per guardare allo spirito, distogliendosi dalla materia. Naturalmente di procreazione e di famiglia, nemmeno l’ombra. Questa visione gnostica della donna angelicata, simbolo della “Bellezza Eterna”, è arrivata fino ai giorni nostri attraverso mille rivoli sotterranei, interessando le tre religioni del Libro in modo trasversale, ma per fortuna non ha interessato la Chiesa Ortodossa.
La sparizione del “mondo che verrà”
Ma c’è di più. Non è solo la resurrezione la sola vittima. Sulla base di considerazioni più filosofiche che bibliche, nel Medioevo occidentale si considerò la Creazione terminata. E questo in barba al versetto del Vangelo di Giovanni, che recita “Il Padre mio opera ed anche io opero” Giovanni 5,17). Ma soprattutto nella totale messa da parte dell’ultima dichiarazione di fede del Credo Niceno – Costantinopolitano:
Aspetto la resurrezione dei morti
E la vita del mondo che verrà.
Se ci sarà un mondo che verrà, esso dovrà essere creato da Dio, e dunque la creazione non è finita. Se la si considera invece terminata, non si accetta il Vangelo di Giovanni e nemmeno il Credo. Ma vediamo ancora. Non ci sono solo conseguenze teologiche o dogmatiche. La ricaduta peggiore sta nella vita spirituale dei laici. Come abbiamo visto nella prima parte infatti, secondo i Padri tutto il creato sta muovendosi verso Dio, in un grandioso progetto di conversione, che terminerà nella Parusia, quando Dio sarà tutto in tutti e lo Spirito si unirà in modo definitivo e stabile alla materia. Come abbiamo visto, il ruolo spirituale del cristiano che vive nel mondo è quello di collaborare a questa grandiosa opera di redenzione, rendendo il mondo più trasparente alle energie divine. La co-creazione, inoltre, raggiunge il suo vertice nella collaborazione alla nascita di una nuova vita. La santità del lavoro e della vita familiare, così intese, viene sancita dall’offerta da parte del sacerdote sull’altare, del pane e del vino, frutto del lavoro dell’uomo. Egli inoltre invoca lo Spirito affinché il frutto del lavoro e della vita familiare diventino il sangue ed il corpo di Cristo. Si tratta di una vera e propria divinizzazione dell’opera dell’uomo nel mondo. Divinizzazione che ritorna nelle attività umane, attraverso la comunione eucaristica, in un ciclo meraviglioso che rende nobile e santa sia l’opera dell’uomo che quella del sacerdote. Ma cosa succede se la creazione è finita? L’opera dell’uomo diventa funzionale alla sola purificazione! Non ricorda qualcosa tutto ciò? Il corpo diventa utile solo per “la croce”. Diventa un impiccio da cui liberarsi al più presto. Ne risulta mortificata anche l’opera del sacerdote, che perde la funzione di colui che riassume sull’altare tutte le fatiche e le opere dei suoi parrocchiani. Il ciclo eucaristico si interrompe ed egli, almeno in occidente, non distribuisce più ai fedeli il vino! E nemmeno il pane fatto dalle donne della parrocchia, ma ostie prefabbricate. La presenza eucaristica nel mondo viene letteralmente amputata! La liturgia domenicale ed infrasettimanale non santifica più la società degli uomini, ma solo le anime dei fedeli in vista del paradiso, meta finale priva di materia.
Il disprezzo per il mondo
Sant’Isacco di Ninive, uno dei più grandi spirituali di tutti i tempi, nei suoi famosi “Discorsi Ascetici”, definiva il mondo”, come l’insieme delle passioni disordinate dell’uomo. Egli si guardava bene da vederlo come un disprezzo per la creazione, opera di Dio, o della società degli uomini in quanto tale. Certo, nei pagani la vanità, l’orgoglio, l’avidità, tendono a generare eventi storici e forme di vita sociale aberranti e lontane da Dio. E a queste situazioni si potrebbero riferire certe critiche dei santi Padri del Deserto. Tuttavia per grazia di Dio, accanto alla zizzania cresce il grano di quella società che è il prodotto della vita onesta e timorata di Dio di tanti e tanti cristiani. Le grandi figure ascetiche della Chiesa, si sono guardate bene dall’accusare questo “mondo”, sapendo bene che sarebbe equivalso ad attaccare la Chiesa intera, i suoi Vescovi ed i suoi sacerdoti. Infatti, se tutta la società degli uomini fosse da disprezzare, vano sarebbe il sacrificio di Cristo celebrato nella Liturgia Eucaristica, vano sarebbe il servizio sacerdotale, vano l’insegnamento dei vescovi. Tutti dovrebbero fare i monaci e la società si estinguerebbe per mancanza di procreazione. Insomma, sembra chiaro che certo estremismo, ancora serpeggiante forse più tra i laici che tra i veri monaci, non viene da Dio. Esso ancora una volta pare ripetere il ritornello gnostico ed eretico che vede nella materia, nel mondo e nel matrimonio, qualcosa di negativo da scansare. È quindi importante scansare una pseudo-spiritualità simil-monastica, che fa immaginare ai laici di essere la parte “perduta” della Chiesa, quella che può sperare soltanto nella preghiera di qualche monaco, magari “Padre Spirituale” , per salvarsi l’anima.
Le evidenze della cancellazione del matrimonio come sacramento
Infine, forse il fondo del pozzo lo si raggiunge quando in seguito alla estremizzazione della lettura del capitolo settimo della prima lettera ai Corinzi di San Paolo, letta senza cogliere l’insieme dell’insegnamento Paolino sul matrimonio, si vede il celibato come maggiore garanzia di dedizione ad un compito. Molti non sanno che per secoli le infermiere degli ospedali non dovevano essere sposate, per meglio dedicarsi ai malati. Nel Rinascimento Fiorentino furono costruiti ospedali che dovevano essere diretti solo da celibi. In occidente, a partire da considerazioni economiche, si è rafforzato lo stesso concetto per il sacerdozio ministeriale. Ancora oggi nella Chiesa latina, molti ritengono impossibile che un prete si occupi adeguatamente della propria parrocchia se sposato. Insomma, il matrimonio non è un sacramento ma un impiccio!! È una contraddizione, palese, evidente. Un Sacramento è un dono dello Spirito Santo. Esso agisce trasformando la vita di chi lo riceve. Pensiamo al Battesimo, alla Cresima, alla Confessione, alla Eucarestia, all’Ordine Ministeriale, all’unzione degli infermi. In tutti, ma proprio in tutti al centro vi è la divinizzazione dell’anima per mezzo dello Spirito che si dona nel Sacramento. Dunque se il Matrimonio è un sacramento esso pure rappresenta un dono di grazia operante nei coniugi. Esso dunque non può essere un impiccio. Piuttosto un rafforzativo. Si dovrebbe semmai esigere che in certi uffici vi sia gente sposata, proprio perché maturata dall’opera sacramentale dello Spirito.
“L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (Matteo 19,6).
Spesso si pone l’accento sulla prima parte della frase: la separazione da parte di uno dei due coniugi.
Ma c’è poi questo: ciò che Dio ha unito. E come unisce Dio un uomo ed una donna per farne una famiglia? Di certo la Provvidenza usa molte vie, ma vogliamo qui concentrarci su quella che almeno qui, nei paesi occidentali, viene considerata ordinaria: l’innamoramento. Due persone si sposano perché si sono innamorate. Dio li ha uniti attraverso l’amore. E cioè? Cioè due persone, un maschio ed una femmina, si sono uniti sfuggendo alla prigione della sensualità. Ma come succede? Succede che il desiderio di approdare allo Spirito, partendo dai sensi, è stato coronato da successo. Non si tratta più del fascino della immaginazione e della fantasia, come nelle “cotte” adolescenziali. Si tratta di una attrazione verso una o più qualità dell’altro, che hanno la caratteristica di essere reali. L’uno vede nell’altro quella o quelle qualità, che risuonano nel proprio essere con profondità. Sono qualità di cui si sente di aver bisogno, per avere in sé completezza. Si vede inconsapevolmente nell’altro la fonte viva di un proprio sviluppo, di una propria maturazione. A vedere bene, non si tratta di caratteristiche poi così legate alla identificazione sessuale. Sono qualità o attributi intercambiabili tra uomo e donna. Questa intercambiabilità pare esserci, anche quando le virtù amate sembrano colorarsi, a prima vista, con toni legati al genere: per esempio la forza per un uomo o la tenerezza per una donna. Ma ad una più attenta analisi non è così. Ci sono uomini dolci e teneri e donne forti.
Il dito di Dio
Ma…..e che c’entra Dio? C’entra, perché a ben vedere, ogni qualità in grado di suscitare un sincero desiderio amoroso, è un attributo divino. È una energia divina. La spontaneità infantile, la mitezza, la fortezza, la creatività, la generosità, il distacco dagli interessi materiali, l’energia, la scienza, l’intelligenza, la rettitudine e tante e tante altre qualità, sono attributi Divini, sono energie divine. Esse sono quelle stesse qualità che Gesù ci mostra e ci insegna nei racconti del Vangelo. Esse sono “scoperte” nell’altro o nell’altra, per somiglianza, per inconsapevole comparazione, con tutto ciò che è manifestazione Divina. I dotti direbbero: sono teofanie. Ma non soltanto. Chi ci aiuta a fare queste scoperte? È Dio stesso che opera in noi. I Padri della Chiesa ci insegnano che lo Spirito Santo agisce in tutti, e ispira ogni uomo dirigendolo verso la virtù. È dunque l’azione dello Spirito che apre i nostri occhi. Possiamo allora dire con ragione che noi sappiamo amare perché siamo fatti a immagine di Dio, che ama.
Tutto ciò ci rivela un aspetto fondamentale dell’Amore:
Si ama solo Dio e si ama solo con l’amore di Dio. Si ama Dio amando il coniuge, i figli, il prossimo e perfino il nemico. C’è un solo Amore. Il resto è solo immaginazione.
La bellezza fisica che talvolta vediamo nell’altro o nell’altra, ci guida alla sua bellezza spirituale. Con gli anni è quest’ultima poi a prevalere. Quando il partner si comporta generosamente diciamo: bello! E così quando sa dare un consiglio esatto per scienza. E così se dimostra mitezza o potenza. La bellezza spirituale è molto più potente di quella fisica, perché più vicina a Dio e pertanto è capace di unire stabilmente. La bellezza è la porta di ogni manifestazione divina, ed il matrimonio una educazione sentimentale. Una educazione all’Unico Vero Amore.
Ecco perché quel “…che Dio ha unito”. San Paolo, con i Padri della Chiesa, ci ricorda poi
che lo Spirito Santo agisce in tutti e per mezzo di tutti. Nei credenti come nei non credenti. Esso illumina i cuori e mostra all’intelletto il dono divino dell’altro. Ed in particolare, lo ripetiamo, quel dono o quei doni spirituali, con cui l’innamorato sente un bisogno profondo di unirsi. Di integrarsi. Di vivere più da vicino.
E tutta questa teologia dell’innamoramento che abbiamo qui brevemente esposto proviene dalla concezione paolina del matrimonio, in cui secondo l’apostolo la donna è “la gloria dell’uomo” (1 Corinzi,11,7). E “gloria” si intende anche “la presenza di Dio”.
Il percorso spirituale del matrimonio
L’innamoramento fa scattare la decisione di vivere insieme e di fondare una famiglia. La vita comune fa scattare, giorno dopo giorno, la trasformazione del cuore. San Giovanni Crisostomo, nella sua omelia sul matrimonio, di importanza fondamentale, fa notare come nell’antico testamento l’unione tra i coniugi è significata da un vocabolo che vuol dire conoscere. Si fa conoscenza l’uno dell’altro. Una intuizione spirituale bellissima! Il senso del matrimonio sta nel procreare, trasformandoci attraverso una intima e profonda conoscenza. Per questo la prostituzione e la fornicazione sono un peccato grave. Perché l’unione tra un uomo ed una donna è sacra. Essa è suggellata da un sacramento che benedice il supremo riconoscimento, l’uno nell’altro, di una manifestazione divina in cui ci si vuole trasformare. Che si vuole integrare. Si benedice l’unione di corpo e di anima a vantaggio dello spirito. Pertanto anche il matrimonio, come la vita monastica è un cammino di trasformazione e santificazione. Esso presenta difficoltà diverse dalla vita monastica. Secondo San Paolo difficoltà maggiori a causa degli affanni, e delle distrazioni della vita secolare. Cionondimeno è via di santità. La consapevolezza! La consapevolezza del percorso tracciato dall’Amore Coniugale è pertanto essenziale. Fondamentale.
Conclusioni
Il matrimonio è un sacramento, non un contratto che permette di fare ciò che altrimenti è illecito. Ed i sacramenti non ci sono dati solo per la nostra salvezza, ma anche per la nostra progressiva santificazione. Tutti infatti siamo chiamati alla santità. Tutti hanno la stessa dignità, come San Paolo insiste nella prima lettera ai Corinzi, capitolo 12. Non c’è chi è superiore e chi inferiore. Non c’è chi è chiamato alla santità e chi no. San Paolo lo dice molto chiaramente. Dobbiamo credergli. Ed ha ragione. Ha ragione da vendere! Guardiamo allora al matrimonio con occhi davvero casti, e proviamo a scoprirne le bellezze spirituali. Sapremo allora come iniziare, ma non sapremo quando finire!