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Il ritorno di una esperienza giovanile

Per chi teme le parole difficili, precisiamo che intendiamo per eros il desiderio. Dunque vogliamo occuparci della differenza tra desiderio umano e desiderio ispirato da Dio.

Detto questo, chi scrive vorrebbe ricordare un episodio accadutogli più di 40 anni fa. Era ancora cattolico e si era recato in pellegrinaggio in una località della Francia. Lì udì un insegnamento di un gesuita che lo colpì. Quel sacerdote cattolico avvertiva di stare in guardia da certa mistica che raccomandava di “svuotarsi”, di “far posto a Dio”, riducendo gli interessi e le attenzioni per “le cose del mondo”. “State attenti” diceva, “respingete questi discorsi apparentemente santi”,  e continuava con una frase misteriosa: “Perché la vita spirituale è un pieno e non un vuoto”.  A quel tempo fu scarsa la comprensione di quella predica, ma il suo ricordo fu invece duraturo. Come spesso succede, la comprensione arrivò al tempo dovuto: circa 20 anni dopo….

La rivelazione si presentò in occasione del secondo viaggio al Monte Athos, e per la precisione durante un soggiorno al monastero di Osio Gregoriou. Fu durante una conversazione con un monaco inglese, Damian, che sorse la necessità di differenziare il desiderio umano (eros) da quello ispirato da dio (l’Eros Divino).  Il primo è narrato dai grandi filosofi, fra gli altri ricordiamo Platone in una sua celebre opera intitolata “Il Convivio”. In questo “dialogo”, si narrava come l’eros dell’uomo nascesse dalla mancanza. Tutto molto semplice: si desidera ciò di cui si ha bisogno perché manca. Di conseguenza, il maggiore commentatore del mondo antico di questo filosofo, di nome “Plotino”, suggerì l’idea che colui che desidera contemplare Dio, deve  impoverirsi. Spogliarsi, svuotarsi di tutte le attrazioni e di tutti gli interessi, per avere “uno sguardo semplice”. Uno sguardo diretto senza ostacoli verso Dio. In fondo, sembra un messaggio più che ragionevole. E pare ancor più ragionevole, quando il modo con cui qualcuno descrive certi santi asceti tende a ripeterne il senso: privarsi di tutto per essere tutto di Dio. Sembrerebbe bello, vero? Ma…..Ma c’è un terzo incomodo; e lo Spirito Santo?

 

Le conseguenze dell’approccio filosofico alla contemplazione

Prima di passare alla alternativa discussa all’Athos, proviamo ad esaminare le conseguenze di questa dottrina.

La prima conseguenza, e forse la più notevole, sta nell’idea molto diffusa tra i laici che la Grazia debba essere guadagnata da molteplici sforzi ascetici. Infatti stiamo parlando di un impegno a “svuotarsi”. A prima vista tutto sembrerebbe regolare. Non si dedicano forse i santi monaci alle “fatiche ascetiche”? Ma i monaci pensano altrimenti, e mettono i digiuni e le veglie in rapporto al pentimento. Non credono davvero di “guadagnarsi” lo Spirito con le loro forze. E c’è un perché. Spieghiamoci allora meglio. Pelagio fu un monaco e teologo di origini britanniche, che visse in Palestina dove morì nel 420 d.c. . Egli teorizzava che “solo lo sforzo dell’uomo” poteva consentire di accedere alla santità. Naturalmente  la sua dottrina, detta Pelagianesimo, dal nome del suo inventore, fu subito condannata dalla Chiesa. Essa sosteneva infatti, che solo la Grazia Divina poteva condurre l’uomo alla santità. Tuttavia rimase di questa dottrina una coda velenosa. Il semi-pelagianesimo, che consisteva in questo: sì, l’uomo viene santificato dalla Grazia dello Spirito Santo ma i suoi sforzi occorrono per ottenere questo dono. Dunque si accettava la dottrina della Chiesa, che vuole che la santità sia opera di Dio, ma si precisava che per ottenere la grazia il primo passo dovesse essere dell’uomo. Egli doveva dimostrare di meritare lo Spirito con il suo impegno personale. Diciamolo allora francamente: l’ingenua credenza di molti laici, che consiste nell’immaginare che per ottenere la Grazia occorrano molte fatiche ascetiche, somiglia in modo inquietante a questa dottrina. E questa dottrina del semi-pelagianesimo, altro non è che una vera e propria eresia. Condannata naturalmente anche questa dalla Chiesa, e dagli stessi monaci. Questi ultimi ripetono spesso che l’ascési più vera consiste nel sopportare con pazienza le tribolazioni della vita. Essi, inoltre, insistono nel sostenere  che la durezza della vita monastica non corrisponde ad  uno sforzo volto ad ottenere la grazia, ma al contrario è espressione di un sincero pentimento. D’altra parte non c’è da meravigliarsi. I filosofi pagani ragionavano in modo umano. Non consideravano la rivelazione cristiana del Dono gratuito dello Spirito, che riceviamo grazie al nostro Salvatore Gesù Cristo. Dunque è necessaria la massima cautela quando cominciamo a ragionare in termini di “vuoto da realizzare per far posto a Dio”.

Una seconda conseguenza, rivelatrice delle origini non cristiane della dottrina mistica del distacco da tutto, sta nel demonizzare la società degli uomini. Ci si immagina di essere “morti al mondo”, non perché si è morti alle passioni distorte, interpretazione corretta dettata da Sant’Isacco. Piuttosto nel termine mondo viene compresa la famiglia, il lavoro e la cultura dell’uomo. Esse vengono interpretate come distrazioni, e non vengono  considerate come mezzi di santificazione. La stessa vita sacramentale ordinaria e quotidiana viene sminuita, ridotta al rango di una vita di serie B, al confronto di chi si priva di ogni cosa per vivere il distacco da tutto. Si capisce allora perché la Chiesa non approvi questa dottrina. Una vita di serie B non merita infatti di essere santificata, e ne consegue ovviamente la tiepidezza.

 

Quando il desiderio è opera dello Spirito Santo: l’Eros Divino

Veniamo allora alla seconda opzione, quella discussa al monastero di Osio Gregoriou, in contrapposizione alla dottrina dello “svuotamento” operato dall’uomo.

L’uomo ottiene il dono dello Spirito Santo non grazie ai suoi sforzi ma semplicemente perché lo chiede. Come dice il Vangelo di Luca:

“Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Luca 11, 11-13).

Certamente il luogo di elezione del dono dello Spirito è la preghiera individuale, ma ancora di più la Presenza dello Spirito si avverte nella Liturgia. Il momento poi in cui ci comunichiamo al corpo ed al sangue di Cristo, rappresenta forse il culmine. Il momento in cui il dono dello Spirito Santo si completa. Al cristiano dunque basta partecipare con una adeguata preparazione agli ordinari atti della Chiesa per ricevere la Grazia. Questo dono rappresenta un seme che chiede di essere opportunamente coltivato, attraverso il rapporto personale con Dio, che un buon credente sviluppa ogni giorno, attraverso la preghiera personale e la lettura della Bibbia.

Una pianticella così coltivata non tarda a dare i suoi frutti. Nasce nel cuore, infatti, un sentimento di amore per Dio, che non ha nulla di meramente psicologico. Ce lo dice San Paolo. Vediamo:

“Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Romani 8, 14-16).

San Paolo è dunque molto chiaro. Abbiamo in noi lo Spirito che ci spinge a rivolgerci al Padre con confidenza. Poco dopo, nella stessa lettera l’Apostolo diventa più preciso: “…Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente”…Impariamo sotto la guida di San Paolo a riconoscere in noi lo Spirito: Esso geme. In pratica è quell’impulso che ci porta  ad andare alla Liturgia la domenica, che ci spinge a pregare ed a compiere atti di carità.

Proseguendo ancora a leggere, poi, troviamo parole più precise ancora: San Paolo ci dice che al momento di pregare avvertiamo in noi un gemito, ed in esso ci invita a riconoscere la voce dello Spirito Santo:

“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Romani 8, 26-27).

Ma nonostante tutte queste spiegazioni, semplici e chiare, troviamo ancora difficoltà a riconoscere in noi la Grazia dello Spirito. Spesso questo è dovuto al fatto che lo Spirito parla al Cuore, mentre noi viviamo costantemente “nella testa”. Non è colpa nostra: siamo subissati da messaggi pubblicitari, musica, video etc. che tutto il giorno ci spingono ad allontanarci dal nostro centro. Ecco perché San Teofane il Recluso ed i Santi Esicasti, ci ricordano di fare più attenzione al cuore. Ci dicono di  portare l’attenzione su di esso per aiutarci a riconoscere il gemito di San Paolo, che in esso grida costantemente “Abba!”

Ebbene questo è l’Eros Divino! Ed il luogo della Sua rivelazione nella vita di chi scrive, non poteva essere che all’Athos! Un dono gratuito, ottenuto senza alcun merito, non un privilegio, ma un dono condiviso con tutti i credenti sinceri.

 

La vita nel mondo dell’Eros Divino

Ma quale è nella nostra vita, l’espressione concreta di questo gemito spirituale? Esso privilegia forse il vuoto interiore, il distacco dalla vita a cui, in definitiva, siamo chiamati a partecipare? Ebbene, qui sta la sorpresa e la comprensione finalmente di quelle misteriose parole: “La vita spirituale è un pieno e non un vuoto”.   Tutto, ma proprio tutto, tranne il peccato, si tinge dei colori di quel gemito del cuore. Il lavoro, la famiglia, le amicizie, la cultura e perfino il tempo libero si trasfigurano per opera dello Spirito Santo. Ancora di più, l’amore coniugale viene allora percepito nella sua vera essenza, che è quella di essere parte dell’amore per Dio. Spesso senza rendercene conto, quello che facciamo diventa occasione di una virtù, da sviluppare o da esprimere. Sotto la spinta del cuore, chi fa il commerciante accoglie il cliente con l’intenzione di aiutarlo a risolvere le proprie necessità, la madre educa con pazienza il figlio disordinato, il netturbino spazza le strade come se dopo di lui dovesse passare Gesù in persona, lo studente si applica sui libri perché sente che il Signore glielo chiede. L’arte diventa una occasione  di ricerca del bello e del sublime, lo sport una palestra per imparare a disciplinare le passini disordinate. La passione per la cucina diventa un mezzo per ospitare, e l’ospitalità si trasforma da offerta di piatti gustosi, ad ascolto paziente, partecipante ed illuminato dei dolori dell’amica o dell’amico. Lo Spirito trasforma tutto in Carità senza quasi che il credente se ne renda conto. Anzi, senza il quasi. Spesso e volentieri in modo del tutto spontaneo perché “di cuore” ed incosciente. Tutto diventa occasione di una santità nascosta, umile quanto vera. Tutto, ma proprio tutto viene riempito. Tutto è pieno nulla è vuoto!

 

Conclusioni

L’ Eros umano è sovente fonte di eccitazione, invece quello Divino, quello ispirato dallo Spirito Santo, si tinge di pace. Vive di pace. Di quella pace che sorpassa ogni sentimento. Mentre tutto, ma proprio tutto nella nostra vita, si riempie di Dio.