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Il maligno esiste

I padri del deserto solevano ripetere: entra nella tua cella, mettiti seduto ed essa ti insegnerà tutto. Perché mai l’ozio, addirittura, sarebbe capace di insegnare qualcosa? Nelle nostre attività, confessiamolo, a volte un po’ frenetiche, tendiamo a proiettarci verso l’esterno, nella necessità di venire a capo delle varie situazioni che si presentano. Così finisce che nella “testa” si affastella un fluire di pensieri indistinto, qualcosa che ci sembra di governare, ma che in realtà ci governa. Ecco allora il senso della “medicina della cella”. Possiamo farlo tutti. Fermiamoci una buona volta, e “guardiamo” quello che ci passa per la mente. Sì, certo. Ci sono pensieri intrusivi. A volte, davvero, ci sono pensieri che sembrano arrivare dal nulla completamente estranei a ciò che in quel momento stiamo pensando. Come venissero dall’esterno. I padri del deserto, appunto questo notavano. Stranamente questi “pensieri”, sembrano toccare le nostre corde deboli, per farle vibrare. Chissà come mai, proprio lì.  Abbiamo bisogno di confidenza, di sicurezza in noi stessi? Ecco che quel pensiero “intrusivo”, ci fa notare che quel tizio non ci stima. Non ci apprezza come dovrebbe. Il pensiero ci fornisce particolari. Si sviluppa in immagini, si moltiplica e ad un certo punto diventa ossessivo. Non riusciamo a liberarcene. Martella. Ecco il segno distintivo. Quando il pensiero diventa insistente, c’è la firma. È lui.

Sembra proprio che qualcosa di esterno piombi nel fluire dei nostri pensieri. È da questa viva esperienza che i Padri si resero conto che la vita cristiana è un combattimento. Niente di nuovo, ce lo aveva già detto San Paolo: “Per il resto, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia, infatti, non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Efesini 6,10-12). Più chiaro di così! D’altra parte, sono numerosi gli episodi del Vangelo in cui Gesù libera qualcuno dalla possessione demoniaca. Lui stesso subisce le tentazioni di un personaggio maligno, Satana. L’esistenza, la presenza e l’attività del Diavolo tra noi oggi; è totalmente fuori discussione. Siamo noi che dobbiamo realmente effettuare due passaggi maturativi:

1 – Accettare che esista un’entità spirituale maligna, dotata di volontà propria ed esterna a noi.

2 – Imparare ad accorgersi della sua attività nei nostri pensieri.

Oggi ci occuperemo dei “pensieri” che riguardano, come già accennato, il nostro valore. Le nostre capacità. Siamo infatti malati di approvazione. Vogliamo essere riconosciuti, apprezzati. Il ventaglio varia dai complessi di inferiorità, alla convinzione di essere i più bravi. È la stessa malattia, solo con varianti diverse. Ce ne occupiamo come primo interesse, perché di questa sindrome si era già occupato il Vangelo. Anzi, tutti e quattro i Vangeli. A parte la crocifissione e poco altro, il Vangelo di Giovanni ha uno sviluppo diverso rispetto agli altri tre che, essendo somiglianti, sono appunto chiamati “sinottici”, cioè visibili in parallelo. Ma su una cosa il Vangelo di Giovanni è simile agli altri tre: l’episodio in cui gli Apostoli litigano tra loro per stabilire chi è il migliore. Gesù sapeva bene che siamo ossessionati dal bisogno di affermare il nostro valore, e ci ha voluto mettere in guardia:

“Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Marco 9, 33-35). È una profezia. Nella Chiesa ancora tanti discutono su chi è il migliore, il più grande, colui che può essere un modello per gli altri. E il nostro invisibile tentatore si insinua nelle pieghe dei pensieri di molti, per recitare la sua parte. Quella della suscettibilità ferita, come quella della superbia conclamata. C’è un pensiero per tutti. Il catalogo è lungo e non può essere completato nella dimensione di questo articolo. Quello che conta è che la “medicina” è una sola. Quella indicata da Gesù:

“Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”.

 

La bellezza dell’ultimo posto

Eppure, è davvero così bello scoprire, vivere e desiderare l’ultimo posto! È una medicina che ha il potere di donare la pace. Ma è così bello vivere la propria fede nel segreto! Nel completo nascondimento! Ed è possibile a tutti, anche ai predicatori di grido, se lo si desidera veramente. Ed è Lui stesso, Gesù, a certificarlo, nascendo proprio all’ultimo posto. In Luca 2,1-7, si dice che Gesù viene messo appena nato in una mangiatoia, perché non c’era posto negli alberghi o locali di ospitalità pubblica.  Se c’era una mangiatoia c’erano animali, quindi forse in una stalla. Ecco. Forse non possiamo dire che Gesù vivendo nella famiglia di un falegname, fosse proprio all’ultimo posto, dato che il lavoro del padre, per l’epoca, non era così in basso nella scala sociale. Ma la nascita sì. Quella davvero è avvenuta all’ultimo posto. In una mangiatoia per animali!  Dio ha davvero scelto l’ultimo posto per incarnarsi. Cosa ci dice questo? Ci dice che lì, all’ultimo posto, nasce Gesù nei nostri cuori. E con Lui, la pace e la gioia dello Spirito Santo.  Ma cosa dobbiamo fare? Dobbiamo andare a chiedere l’elemosina? Dobbiamo metterci a pulire gabinetti o simili? Come si conquista l’ultimo posto? In fondo abbiamo tutti una attività, una famiglia, i preti hanno una parrocchia. Che vuol dire concretamente scegliere l’ultimo posto? Non è così difficile. Vuol dire scegliere nella nostra vita ciò che è nascosto. Ciò che non appare. Ciò che non merita acclamazioni o lodi da parte di qualcuno. È la scelta della nostra vita quotidiana. Dei nostri gesti più banali. Del nostro lavoro. Della cura della famiglia o della parrocchia. Ma in che senso?

 

Tutto ciò che facciamo viene offerto sull’altare dell’Eucarestia

La Divina Liturgia, l’Eucarestia, riassumono nella offerta del sacerdozio ministeriale, tutti i lavori dell’umanità. Il pane ed il vino sono infatti il frutto della terra, della vite e dell’insieme di tanti lavori umani. Essi in uno sforzo congiunto producono il pane ed il vino che diventano il Corpo ed il Sangue di Cristo. Inoltre, nella Chiesa Ortodossa il pane viene spesso prodotto in famiglia, a simboleggiare che non solo il lavoro, ma anche la vita familiare, viene offerta a Dio. Tutto ciò è una sintesi che ci racconta, ci dimostra, ci spiega, che assolutamente tutta l’attività umana è santa, tutta viene offerta sull’altare, tutta viene riassunta dall’umanità di Cristo, tutta con Lui viene redenta e salvata.

E che c’entra questo con l’ultimo posto? C’entra perché ogni attività umana è un servizio, e come tale viene offerto. La madre che accudisce i figli fa un servizio, il padre che mantiene la famiglia con il lavoro fa un servizio. Mangiare, lavarsi e vestirsi, è un servizio che facciamo al nostro corpo. Il riposo è un servizio per la nostra mente. La cura delle piante e degli animali è un servizio reso alla creazione. La differenza tra l’essere e il non essere all’ultimo posto sta in questo:

la consapevolezza conferisce a tutti i nostri servizi nascosti e quotidiani un valore di offerta, di intercessione. Un grande valore spirituale.  Sta nella consapevolezza lo spartiacque tra il cristiano che sceglie di offrire l’ultimo posto servendo nella intercessione, ed un ateo che fa le stesse cose.

 

La consapevolezza del cuore

Ma quale consapevolezza ci porta davvero all’ultimo posto? Dove e come nasce Gesù in noi? Questa nascita che avviene all’ultimo posto, in una mangiatoia, davvero può realizzarsi anche in noi? E come? Beh, la consapevolezza di ogni nostro atto, fosse anche il più semplice, non può nascere nella nostra “testa”. Questa è occupata a trovare un parcheggio, a scegliere il cibo per la spesa, a spazzare le strade o lavorare al tornio. Non possiamo stare sempre a pensare a Dio. Le nostre attività richiedono attenzione! Ma certo. È ovvio. L’ultimo posto sta infatti nel cuore. È là che nasce Gesù. È là che si trova la mangiatoia ed è là che nasce, con i sacramenti e la preghiera quotidiana, il gemito dello Spirito di cui parla San Paolo (Romani 8,22-27).  Ecco perché è prezioso il consiglio della tradizione esicasta nella Chiesa Ortodossa. Portare l’attenzione sul cuore. Vivere nel cuore. Respirare segretamente quel gemito di amore verso Dio, che è la voce dello Spirito Santo. Quel gemito che è alimentato dalla Eucarestia e dalla preghiera quotidiana. Ebbene quel gemito è la firma del Signore. È la dimostrazione pratica ed incontrovertibile che Dio ci ama, perché l’amore che sentiamo per Lui attraverso questo gemito è l’amore che Lui stesso ha per noi. E se ci ama Egli ci considera importanti. Si certo! È incontrovertibile! Se ci ama siamo importanti per Lui e questo ci guarisce. Che importa essere importanti per gli altri se addirittura lo siamo per Dio? Siamo importanti perché l’attitudine amorosa del cuore, rivolta verso Dio, mentre facciamo tutte le nostre cose, ci trasforma in Sacerdoti. Non in sacerdoti ministeriali, ovviamente, ma in coloro che offrono sé stessi e tutta la loro opera in intercessione per il mondo. Diventiamo importanti, importantissimi, perché la consapevolezza del cuore trasforma ogni atto della nostra vita in incenso profumato, che sale su, fino al settimo cielo, ed è gradito a Dio. Esso si unisce alla stessa Eucarestia, che riassume tutti gli atti dell’umanità, per essere offerta di intercessione amata da Dio.

 

Conclusione

Come è bella la vita nascosta in Dio! Essa è a disposizione di tutti i laici, e non solo dei preti o dei monaci. Anzi, si potrebbe dire che è una loro prerogativa. I laici non hanno l’abito, non mostrano a tutti la loro scelta di fede. Sono naturalmente nascosti. Sta allora a loro scegliere se essere e vivere da consapevoli o no. Se scegliere e vivere la gioia e la pace dell’ultimo posto, o rodersi il fegato rincorrendo continuamente l’approvazione degli altri.