Un versetto che dischiude una nuova fede
Apriamo il vangelo di Giovanni e leggiamo:
“Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Giovanni 4,23-24).
Per meditare questi due versetti ci sembra opportuno mettere in evidenza i quattro punti che li costituiscono:
1 – gli adoratori ed il verbo adorare
2 – in “Spirito”
3 – e Verità
4 – il Padre che cerca (o vuole), tali adoratori.
Appare interessante valutare queste parole, tenendo presenti due elementi che ci possono essere d’aiuto. Il senso delle parole in greco, ed in particolare nel greco usato nel vangelo. Questa sarà la lingua della giovane comunità che si affermerà in tutto l’Impero Romano. È un approccio che ci può aiutare a cogliere la novità del vangelo, la sua “nuova economia”. Il significato delle parole nell’ebraico antico, ci può invece indirizzare verso ciò che era il pensiero degli ebrei di quel tempo. Vedremo la differenza tra questi due mondi e, con più chiarezza, la novità del cristianesimo.
Adoratori. La parola che significa adorare in Ebraico biblico, deriva dalla radice shachah che significa prostrarsi, inchinarsi, sottomettersi con reverenza. È un gesto di rispetto verso qualcuno che si giudica superiore, sia esso Dio, un dio pagano o addirittura anche una autorità umana. È un gesto che implica umiltà e riconoscimento della maestà divina. In ambito biblico adorare implica un atteggiamento di umiltà nel quadro di una totale dipendenza da Dio. Essa ricorda l’alleanza dell’uomo con Dio ed è un gesto di fedeltà ed obbedienza.
In Greco Biblico il verbo adorare è Proskynéo. Anche qui si ha il significato di prostrazione, e questo è interessante, perché segna una linea di continuità con l’ebraico e quindi con l’antico testamento. Tuttavia si aggiunge qualcosa. Qualcosa che va verso una nuova economia. Si aggiunge il senso di un incontro diretto con Dio. E questo è testimoniato proprio dal capitolo del Vangelo di Giovanni sopra citato. In esso Gesù fa presente alla donna samaritana incontrata ad un pozzo che Dio non lo si adora in un posto particolare. Infatti i samaritani credevano che si dovesse adorare il Signore sul monte Garizim, mentre gli ebrei sostenevano che il culto dovesse tenersi esclusivamente nel tempio di Gerusalemme. L’adorazione, nella nuova economia, è “in Spirito” quindi ovunque, tramite un rapporto intimo col Signore. Quindi nel Greco del Vangelo il verbo adorare implica un’accentuazione del rapporto personale con Dio. Questo versetto, pur preservando una religiosità rituale e materiale, segna il passaggio ad una relazione personale ed interiore con Dio.
In Spirito. Nell’Ebraico antico e biblico la parola spirito era Ruach, proveniente da una radice che ha a che fare con il soffio, il vento, ma anche con l’espansione, il movimento e la vivificazione. Può essere usata per indicare il soffio vitale, ma anche lo spirito nel senso della essenza profonda dell’uomo. Esso può indicare la potenza divina, ma anche l’ispirazione dei profeti, e ciò che facilita il rapporto tra Dio e l’uomo.
La parola del greco evangelico per spirito è Pneuma. È interessante notare che come nel caso precedente questa parola racchiude in sé anche i significati tipicamente ebraici, come soffio vitale, il vento e l’essenza profonda dell’uomo. Ma aggiunge qualcosa di più. Essa pur contenendo significati legati alla creazione, ne accentua il carattere divino, quel carattere che sa andare anche oltre la natura. Infatti in Giovanni 14,26, essa significa lo Spirito Santo. Qualcosa quindi di più di una “comunicazione” tra Dio e l’uomo, ma una vera e propria Persona Divina, costitutiva della Trinità. Quel “gemito” che nel cuore dell’uomo segretamente prega, come ci ricorda San Paolo.
Verità. Nell’ebraico antico verità si dice emet. La sua radice significa: essere stabile, sicuro, fedele. In molte parti della Bibbia Dio è descritto come Verità perché, appunto, è fedele. Per quanto riguarda l’uomo, pertanto, non si riferisce soltanto al fatto che certe parole possano corrispondere alla realtà. Emet nell’uomo significa anche vivere in armonia con la volontà di Dio, essere a Lui fedele.
Nel greco del Vangelo, per significare verità, viene usata la parola alétheia. Essa nel suo significato originale, si riferisce a non-dimenticare. Quindi Ciò che non è nascosto, ciò che non è dimenticato. Ciò che rivela la realtà, o meglio: toglie il velo alla realtà, quel velo che la nasconde. È ciò che è opposto all’apparenza, all’inganno. Nel Vangelo dunque la verità è la rivelazione di Dio, è Gesù stesso che si definisce la via, la verità e la vita (Giovanni 14,6). Quindi nel Vangelo, come nell’ebraico antico, verità non ha soltanto il significato moderno di parole che corrispondono a dei fatti. Essa significa qualcosa di più. Nei nostri versetti significa due cose:
- Essere veri dinanzi a Dio, senza le ipocrisie e le false apparenze dei farisei
- L’adoratore deve essere radicato nella realtà divina come rivelata da Gesù Cristo.
Il Padre che cerca (o vuole), tali adoratori.
Il verbo greco qui usato per cercare è ziteo, che in effetti vuol dire cercare, sforzarsi per avere, ma anche volere, richiedere. Pertanto in italiano esistono tutte e due le versioni:
sia “il Padre cerca tali adoratori” che “il Padre vuole tali adoratori”. Dunque un cercare che è anche un richiedere, un volere, un esigere.
Cosa vogliono dire per noi questi versetti?
Si potrebbe sintetizzare il significato con queste parole: con l’arrivo di Gesù, con l’incarnazione ed il sacrificio della croce, con l’annuncio del vangelo e con la nascita del cristianesimo, si realizza un cambiamento fondamentale. Pur rimanendo importante il culto comunitario (vedi l’ultima cena), pur permanendo la presenza di uomini ad esso dedicati (vedi la scelta degli apostoli), nasce una nuova economia spirituale. Essa era già presente in molti salmi, ma con la buona novella si afferma in modo deciso e perentorio: Il Padre cerca, vuole, richiede dai fedeli qualcosa di più. Egli cerca, vuole, richiede un rapporto personale, intimo con Lui. Una dedizione che è adorazione. Una adorazione che è la vita dello Spirito Santo in noi. Uno Spirito che ci è donato proprio per questo. Uno Spirito che letteralmente non riesce ad abitare in chi inganna sé stesso con apparenze fasulle, come i farisei. Dio ci vuole veri dinanzi a lui. Dio non vuole che ci si dimentichi, che si nasconda, ciò che veramente noi siamo. Non dei santi ma degli esseri fragili e peccatori. Con una vita piena di scivoloni, a cui il Signore ha guardato sempre con misericordia. Essere veri. Essere veri davanti a Lui. Semplici, spontanei, come bimbi. Allora lo Spirito si manifesterà “con gemiti inesprimibili” (Romani 8,26), e guiderà una adorazione profonda, silenziosa quanto trasformante. Egli non vuole tante parole. “Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Matteo 6,6). Egli vuole spontaneità, anche nelle parole, ascolto, dedizione.
Conclusioni
Nella fede cristiana la Liturgia Eucaristica comunitaria è importantissima, ed è doveroso parteciparvi quanto più spesso possibile. Così come sono importanti tutti i sacramenti. Ma il Signore ci chiede di più. Tutto l’episodio dell’incontro con la samaritana al pozzo, narrato in Giovanni 4, con particolare riferimento ai versetti 23 e 24, ci dice che Dio vuole, richiede, cerca qualcos’altro. Qualcos’altro di fondamentale. Ce lo ricordano Santa Maria Egiziaca, Sant’Antonio, Sant’Onofrio e tutti i santi eremiti. Essi sono stati suscitati proprio per ricordarcelo. Il Signore ci chiede di avere un rapporto personale ed intimo con lui. Ci chiede di dedicargli un po’ di tempo tutti i giorni, per stare con Lui. Per parlare con spontaneità a Lui dei nostri problemi. Per stare in silenzio alla Sua presenza. Per leggere e meditare la Sua parola. Per iniziare basta poco. Bastano 15 minuti. Poi ….l’appetito vien mangiando. La mattina presto, magari prima di colazione. Non è impossibile. Basta volerlo e chiedere a Lui l’aiuto per realizzarlo.