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Un Vangelo di trasformazione

“Dio si è fatto uomo perché l’uomo fosse fatto dio”.

Questo il detto che fu ripetuto tanto spesso dalla maggior parte dei Padri della Chiesa. E la sua bellezza cristallina non dovrebbe essere dimenticata. Infatti è vero che l’incarnazione del Signore e la Sua obbedienza di fronte al supplizio della croce hanno ricostituito l’ordine cosmico sconvolto dalla disobbedienza di Adamo ed Eva. Ma è vero anche che tale ripristino ha da quel momento permesso la “deificazione” dell’uomo per mezzo dello Spirito Santo. Chiariamo subito una cosa. Non si tratta di “diventare Dio” trasformandoci in un essere infinito ed onnipotente. Quando i Padri della Chiesa parlano di deificazione, intendono l’acquisizione stabile da parte dell’uomo delle virtù divine: carità, fede, speranza, misericordia, perdono, umiltà etc.

L’esempio fatto da Massimo il Confessore è semplice e chiaro: è come se l’acqua acquistasse il sapore del vino. La sua natura rimane quella dell’acqua, ma le qualità diventano quelle del vino. Così l’uomo “deificato”: la sua natura umana, soggetta alla malattia, al dolore, alla morte etc., rimane la stessa, ma cambia il suo stile di vita in modo stabile, improntato all’umiltà, alla carità, al perdono, etc.  Ma come avviene tutto ciò? È davvero possibile cambiare carattere? Superare gli spigoli del nostro temperamento? Trovare stabilità nell’umore ed il controllo dell’ansia?

 

Dove tutto è cominciato: capire cosa deve cambiare in noi e come

Se vogliamo dare una risposta seria a queste domande, dobbiamo prima di tutto comprendere cosa deve cambiare in noi e quale è l’origine della malattia spirituale che ci affligge.

Adamo ed Eva, prima della disobbedienza, parlavano con Dio ed avevano confidenza con Lui, che era loro creatore e li amava. Essi percepivano la Divina Presenza grazie al senso spirituale. Cioè, oltre ai 5 sensi erano dotati di un “senso spirituale”, collocato nella parte più profonda del loro cuore. Questo senso lo abbiamo anche noi come loro. I Padri dettero a questa facoltà il nome di “Nous”, che tradotto dal greco vorrebbe dire “Intelletto”, termine in realtà molto distante dall’esprimere cosa davvero è questo organo spirituale. Purtroppo l’Italiano non ha una parola utile per tradurre questo termine in modo comprensibile, quindi manteniamo il nome originale patristico di Nous. Dunque, anche noi siamo dotati di un “senso spirituale” che si aggiunge agli altri 5, e che permette di percepire le energie Divine, come la Divina Presenza. Ma cosa è successo? La disobbedienza di Adamo ed Eva ha provocato la loro uscita dall’Eden, e l’oscuramento per loro e per tutti del senso spirituale, del Nous.  La  disobbedienza dell’uomo purtroppo si è propagata a tutto l’universo, comunicando una alterazione dell’ordine stabilito da Dio. Una irradiazione che ha coinvolto tutto il cosmo. Ecco perché San Paolo dice: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio;  essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa, e nutre la speranza  di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Romani 8, 19-21). Ma come è stato possibile che quello che è stato compiuto da Adamo ed Eva si sia davvero potuto trasmettere al cosmo intero?!

La risposta è semplice: perché tutto nell’universo è collegato a formare una invisibile unità. Una unità senza la confusione delle singole individualità che lo compongono. A prima vista tutto ciò sembra qualcosa di assurdo e contrario a quello che vediamo tutti i giorni. Ogni cosa ha la sua strada e ben poco sembra avere un collegamento. Ma i Padri ed in particolare San Massimo il Confessore, ci dicono invece che c’è una unità di tutta la creazione anche se questa unità risulta essere “senza confusione”. Cioè sono mantenute le individualità. Da dove trae San Massimo questa conclusione così ardita? Dal Vangelo di Giovanni (1,3): “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui” (il Cristo), e  dalla lettera ai Colossesi (1,16): “Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui ed in vista di Lui”.  Affermazioni infine riprese ed affermate come dogma di fede nello stesso Credo che recitiamo tutte le domeniche in chiesa. In sintesi, l’unità del cosmo è dovuta al fatto che in Cristo esistono tutti i progetti di tutte le cose, dal momento che esse sono state create appunto per mezzo di Lui. Sembra il solito discorso teologico, un po’ astratto. Eppure è proprio così, perché è la stessa scienza, la fisica di oggi a dircelo. No, non si tratta del solito scienziato mistico ed un po’ fantasioso a teorizzarlo. No, assolutamente! È la stessa scienza ufficiale che afferma categoricamente, e sulla base di ripetute prove sperimentali, che tutto nel cosmo è collegato, misteriosamente ma efficacemente. La fisica moderna ha pertanto definito con una legge questa proprietà dell’universo : la legge dell’ “Entanglement”, che in inglese vuol dire intreccio.

Teniamo ben a mente questa misteriosa verità, perché in seguito ci aiuterà a capire cosa si intende per “Liturgia Cosmica”, ed in che modo il cristiano esercita un’opera di mediazione nella creazione.  Il mistero dell’ unità cosmica però, ci fa anche comprendere perché noi, successori di Adamo ed Eva, abbiamo subito le conseguenze della loro disobbedienza: non perché abbiamo ereditato una “colpa”, ma perché  ci siamo ritrovati a vivere in un cosmo che presenta un elemento dissestato, un disordine. Questo disordine ha provocato in noi la chiusura del senso spirituale, del Nous. Dunque noi non “vediamo” più, non percepiamo più la Presenza di Dio. Con quali conseguenze? Con la conseguenza che tutte le nostre energie, invece di essere protese verso il Signore, sono inevitabilmente orientate verso noi stessi. Amiamo noi stessi, vogliamo il nostro piacere e ci arrabbiamo contro chi ci impedisce di averlo. I Padri chiamavano tutto ciò Filautia, ovvero amore eccessivo ed egoistico per se stessi. Ecco allora che nascono le passioni disordinate: gola, lussuria, collera, avarizia, vanità etc. In una parola: diventiamo malati spirituali. Ecco dunque l’origine dei nostri mali e cosa con  esattezza la grazia dello Spirito Santo, donataci dalla vita, morte e resurrezione del Cristo, ha il potere di guarire.

 

In quale modo il Cristo ha determinato con la Sua incarnazione, morte e resurrezione il superamento della caduta di Adamo ed Eva?

 

“E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,  perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Giovanni 3,14-15).

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Giovanni 6,54).

Questi versetti del Vangelo di Giovanni ci indicano la via per comprendere l’opera del Salvatore. I primi due vanno letti in parallelo con Numeri 21, 4-9, in cui Mosè riceve l’ordine da Dio di fabbricare un serpente di bronzo, e di fissarlo in cima ad un’asta. Tutti gli israeliti che avrebbero fissato questo serpente sarebbero stati guariti dal morso dei serpenti velenosi. Qui è interessante notare la somiglianza con il serpente tentatore di Adamo ed Eva. Il morso del serpente nel Vangelo di Giovanni simboleggia il peccato ancestrale, la disobbedienza di Adamo ed Eva. Dunque, il Cristo sollevato sull’asta della Croce avrebbe salvato da chi è stato “morso” dal peccato ancestrale, chiunque avesse guardato a Lui. Dunque credere in Lui per avere la vita eterna. E questa fede nel salvatore si concretizza nel versetto successivo che allude chiaramente alla Eucarestia: chi mangia il pane ed il vino consacrati dal sacerdote nella Divina Liturgia credendo siano la carne ed il sangue di Cristo, verrà salvato dalle conseguenze della disobbedienza dei nostri progenitori, e avrà la vita eterna. Questi due passi del Vangelo sembrano interdipendenti: il primo dipende dal secondo ed il secondo dal primo. Vediamo allora come questi due principi generali ci mostrino la strada della nostra guarigione. Guardiamo quale può essere il loro significato pratico nella nostra vita, e come essi possano realizzare la nostra divinizzazione.

 

Dal Battesimo alla Eucarestia

Si diventa cristiani con il battesimo, che è detto sacramento della iniziazione. Col battesimo infatti inizia una nuova vita. Questa esperienza è davvero consapevole e viva soprattutto nelle persone battezzate in età adulta. Oggi però la maggior parte dei cristiani viene battezzata da neonati. Cosa più che giusta, ma che nei secoli ha fatto un po’ perdere il senso di “essere iniziati”, il senso del cristianesimo come inizio di una vita nuova. Cionondimeno la realtà è quella. Quella cioè di una religione dei “Misteri”. In greco infatti la parola che traduce sacramento è appunto “Mistero”. Parola che va presa alla lettera, perché più antica e più adatta a descriverne la realtà. Essa infatti ci introduce a  ciò che succede nel sacramento-mistero: una misteriosa unione tra lo Spirito Santo e l’uomo, tra il Signore ed il fedele, tra cielo e terra, tra invisibile e visibile. Eventi a cui può partecipare soltanto chi è iniziato, cioè chi è stato battezzato, illuminato e purificato dal peccato ancestrale, dalla grazia divina. In altre parole, coloro che con l’illuminazione del Battesimo si accorgono che esiste in loro un senso spirituale, che timidamente e piano piano comincia a percepire la Presenza Divina. Gli altri non possono parteciparvi. I cristiani si presentano insieme al loro principale evento comunitario, che consiste nella Divina Liturgia. Questo evento è caratterizzato da una intensa presenza di azioni ed immagini, il cui simbolismo rappresenta un ponte tra il cielo e la terra, tra il divino e l’umano. Attraverso i simboli e le preghiere, tutta la Chiesa è presente in quel momento, cioè tutti i vivi e tutti i morti, tutti i santi e tutti gli angeli. Perché l’iniziato partecipi a questo mistero, nelle pareti delle chiese sono dipinti i santi, gli apostoli e gli angeli. Nello stesso modo la parete di separazione tra il popolo e l’altare, detta “Iconostasi”, è realizzata con dipinti sacri, le icone, ricchi anche questi di simboli, raffiguranti i santi ed al centro Maria la madre di Cristo ed il Cristo stesso. Il popolo degli iniziati è introdotto al “Mistero” dalla musica sacra, costituita solo da voci umane e da armonie antichissime e sperimentate; dirette al cuore dell’iniziato, accompagnano  la celebrazione del mistero eucaristico, centro della Divina Liturgia comunitaria. Giunti a  questo momento, il Sacerdote o il Diacono, seguendo l’antica liturgia di San Giovanni Crisostomo, invitano a chiudere le porte della chiesa, lasciando fuori, in una sala chiamata Nartece, tutti coloro che non sono iniziati. Nella parte così “riservata”, il punto culminante è rappresentato dalla preghiera con cui il sacerdote invoca lo Spirito Santo sul  pane e sul vino, frutto della natura e del lavoro dell’uomo. In essi sono simbolicamente rappresentati tutti i lavori e tutte le attività umane, con la natura dal quale seno i doni sono estratti grazie al lavoro e agli animali che collaborano al lavoro dell’uomo. Nel momento in cui discende lo Spirito Santo su tali offerte,  avviene il “Mistero”. Infatti, contro ogni evidenza fisica, il pane ed il vino vengono “trasmutati” nel corpo e nel sangue del Dio incarnato, il Cristo. A questo punto gli iniziati si avvicinano al sacerdote e mangiano la carne ed il sangue del Cristo. Proprio come previsto dal Vangelo di Giovanni. È l’Eucarestia, il mistero che compie l’atto supremo: l’unione dell’iniziato con Dio. Ecco che la vita eterna, come predetto dal Vangelo, si comunica all’anima ed al corpo dell’iniziato, cominciando a divinizzarlo, purificandolo. Da quel momento l’iniziato passa dal luogo della liturgia comunitaria a quello della liturgia cosmica.

 

La vita dell’iniziato nel mondo come liturgia cosmica

L’unione con Dio, che si effettua attraverso l’Eucarestia, completa l’opera di purificazione dell’iniziato, già intrapresa con il Battesimo.  Essa compie, lentamente ma decisamente, la sua divinizzazione e  dà il via alla celebrazione della liturgia cosmica. Egli è diventato sacerdote a sua volta, di un sacerdozio non ministeriale, come quello di un prete, ma quello che si realizza in tutti gli iniziati attraverso l’unione con Dio. Essi cioè attraverso l’unione con il Cristo ne rivivono nel mondo il sacerdozio, offrendo al Padre tutte le loro attività. Non solo, ma anche la natura e gli animali che Dio già nella genesi ha affidato all’uomo (Genesi 1,28). Come abbiamo già visto, il frutto di tutti questi, attività, animali e natura, partecipano all’offerta sull’altare del sacerdote, diventando il corpo ed il sangue di Cristo. Ma vengono anche santificati dalla unione con Dio che vive a  quel punto l’iniziato. In che modo? Per comprenderlo è utile precisare che il termine “liturgia” in greco trae origine da due parole che significano servizio alla comunità.  L’iniziato che si è unito con Dio è dunque chiamato a santificare tutte le proprie azioni vivendole come servizio. Questo è un punto fondamentale:  il servizio sacro alla comunità degli iniziati, in cui essi si uniscono a Dio, viene irradiato nel mondo come servizio alla comunità degli uomini ed alla natura stessa. Ma perché il Signore ci chiede tutto questo? Ma è semplice: perché, dal momento in cui è stato iniziato, l’uomo partecipa al Regno Spirituale, in cima al quale Cristo Re, dopo la resurrezione, siede in trono. Vediamo cosa dice il Vangelo per illustrare questo punto. “ Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose:  «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Luca 17,20-21).  E ancora: “ Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra;  dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.  Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura» (Marco 4,26-29). E infine:  “Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?  Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra;  ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Marco 4, 30-32). Prendiamo sul serio queste parole, perché a volte sembra che una certa spiritualità cerchi il Regno di Cristo in luoghi speciali, diversi dal mondo in cui viviamo, mentre il Vangelo è molto chiaro su almeno 2 punti:

  • Il Regno di Dio è tra di noi, nella società degli uomini, nella creazione
  • Esso cresce lungo il tempo, e diventa sempre più grande raggiungendo ad un certo punto il suo compimento.

Come spiegavano i Padri  il mistero del Regno? Vediamo cosa dicevano Dionigi Aropagita e Massimo il Confessore. Essi ritenevano che gli uomini, la loro società e la creazione tutta, potessero essere meglio compresi guardando alle tre fasi dell’opera Divina:

  • Nella prima fase Dio riposa in sé stesso ed è al di là di ogni possibile comprensione
  • Nella seconda fase Dio crea l’Universo per mezzo del Figlio
  • Nella terza fase (e qui sta qualcosa di veramente importante) tutta la creazione si volge muovendosi verso Dio, fino al compimento dei tempi, in cui essa si unirà a Dio stesso, sì che si realizzi la parola di san Paolo che ci dice che “Dio sarà tutto in tutti” (1 Corinzi 15,28). Cioè la creazione tutta sarà trasfigurata dall’unione dello Spirito con la materia che si concluderà con il ritorno del Messia e la resurrezione dei morti, cioè con la Parusia.

In altre parole, si realizza in questo modo ciò che è scritto nella parabola del vangelo di Marco sopra citata: il grano cresce fino a arrivare a maturazione e quando questa è raggiunta, si realizza il compimento dei tempi, cioè la venuta del Messia.

È bene qui chiarire che la parola movimento,  o movimento verso Dio,  non corrisponde ad uno spostamento da un punto ad un altro nello spazio, ma allo sviluppo, alla realizzazione nelle cose e nelle persone del progetto divino su di loro. Quindi, il movimento di un uomo è la realizzazione della sua vocazione ed il suo sviluppo spirituale a partire da questa.  Inoltre, per quanto sembri assurdo, anche tutta la creazione partecipa a questo sviluppo, per il principio che già abbiamo illustrato, secondo cui tutto nel cosmo è collegato. L’uomo diventa così mediatore e sacerdote. Perché attraverso di lui tutto il cosmo partecipa della santificazione. Questo il senso del sacerdozio dell’iniziato secondo i Padri.

Queste sono le premesse scritturistiche e patristiche  su cui è fondata la comprensione della liturgia cosmica a cui l’iniziato è chiamato a partecipare. In che modo?  In che modo il cristiano sviluppa un servizio alla comunità cioè una liturgia? In che modo, per tornare al nostro tema iniziale, viene divinizzato in questo processo?  Come la Divina Liturgia comunitaria, la liturgia cosmica dell’iniziato si distingue in due parti fondamentali, la preghiera e l’azione liturgica. Qui tocchiamo il centro della nostra esposizione, perché trattiamo il tema che dà il nome al titolo di questo articolo: al rapporto personale con Dio. Tutto il lungo percorso precedente è stato necessario per conferire al rapporto personale con Dio la dignità del ruolo che ha e che gli spetta. Esso non è un “optional”. Un gesto volontario che compiono “i più bravi”. Qualcosa che se c’è è bene sennò non importa. È il cuore della vita del Cristiano, senza il quale il dono della Eucarestia rimane inespresso o poco sviluppato. Esso parte e necessita della Eucarestia, ma ne è anche il necessario completamento. Senza un rapporto personale con Dio chiaro e deciso non ci può essere quella Liturgia Cosmica che iscrive l’iniziato nel grande movimento della creazione verso Dio, rappresentato dal Regno. Emilianos di Simonos Petras, igumeno del celebre monastero dell’Athos, diceva nel settimo capitolo del secondo libro che raccoglie le sue catechesi ed i suoi discorsi (“Sotto le ali della colomba”): senza un rapporto personale con Dio la vita di un monaco è ben triste. E ha ben ragione. Senza il dialogo che con Dio avevano Abramo, Mosè e tutti i profeti, senza quell’ “Io-Tu” , in cui Giobbe arrivava perfino a discutere col Creatore, la fede cristiana diventa una astratta convinzione. Una ideologia.

Il rapporto personale con Dio assume, come abbiamo detto, due aspetti: uno più visibile di aperto dialogo (per i dotti: più esplicito) ed uno più nascosto, quello che caratterizza le intenzioni con cui si opera nel mondo (per i dotti: più implicito). Vediamoli:

  • La preghiera è fondamentale. Quotidiana se possibile, dovrebbe essere collocata al mattino prima di iniziare ogni attività. Questo non solo perché il mattino tradizionalmente è considerato il momento migliore per pregare, ma anche perché è il momento in cui possiamo, verbalmente e con l’intenzione, offrire sacerdotalmente a Dio tutte le nostre attività. Dovrebbe essere un momento molto curato, in cui con la maturazione spirituale il cuore guadagna sempre di più il ruolo che gli compete. È necessaria sincerità, spontaneità e soprattutto fede nella Presenza Divina. Senza credere che Dio ascolta, non c’è preghiera ma solo un recitare vuoto. È esattamente pregando che ci rendiamo conto che abbiamo davvero un senso spirituale. Ce lo fa capire proprio la percezione della Divina Presenza nel silenzio e nella contemplazione. È lì che cominciamo a comprendere che la nostra divinizzazione è all’opera, per quanto imperfettamente e lentamente. Perché la percezione spirituale della Presenza ci aiuta concretamente a riordinare le nostre passioni verso Dio. A dare a loro il loro “verso” naturale, quello per cui sono state create in noi. Ed incomincia in questo esatto modo la nostra guarigione.
  • L’azione liturgica. E cioè il vivere ogni nostra azione come servizio alla comunità, ogni nostra attività, con il cuore scaldato dalla preghiera preparatoria, sempre volto con amore verso Dio. Non conta tanto stare sempre a recitare preghiere, ma curare, con il cuore che ama Dio, ogni cosa come servizio al Signore.

Con la realizzazione della liturgia cosmica l’iniziato vive appieno l’unione con Dio , e questa diventa l’origine della graduale, sia pur lenta, sua  divinizzazione. Essa si concretizza con l’acquisizione lenta ma pur stabile, delle virtù divine, Carità, Misericordia, Fede, Speranza, Umiltà, Mitezza, Perdono etc.  Sarà la stessa società degli uomini e la stessa Creazione, che permetteranno all’iniziato, attraverso il lavoro e la famiglia, di esprimere le Virtù Divine.  Queste Virtù segneranno la partecipazione al Regno, la Sua crescita ed il suo sviluppo, come insegnato dal Vangelo. Infatti, se tutto nel Cosmo è collegato, l’opera di vivere le Virtù Divine attraverso l’Unione con Dio generata dall’Eucarestia, trasformerà il Cosmo tutto. Attraverso le Virtù praticate dall’iniziato, il Cosmo diviene più trasparente alle Energie Divine. L’opera di questa trasformazione dell’Universo fa diventare l’iniziato  Mediatore e Sacerdote. Ed ecco il movimento dell’universo verso Dio, cioè la sua progressiva redenzione  mediata dagli iniziati al cristianesimo. San Massimo il Confessore considerava la realizzazione delle virtù nel mondo da parte degli uomini, la forma attualizzata della stessa Incarnazione. Infatti, l’iniziato, il figlio di Dio, vive nel mondo le stesse virtù del Cristo, come giustamente ad esso comunicate dall’unione con il Cristo nella Eucarestia. E quindi alla fine è solo e soltanto il Cristo che redime il Cosmo, vivendo attraverso gli uomini che partecipano attivamente al Regno. E sono appunto le Sue Virtù che pur espresse dall’uomo per mezzo della unione, trasformano l’Universo. Questo processo, come abbiamo già detto, si concluderà con la Parusia, e cioè al compimento dei tempi, quando la crescita del Regno sarà arrivata al punto giusto. La seconda venuta del Messia, col Suo Giudizio Finale, darà compimento alla spiritualizzazione del Cosmo con la Resurrezione dei Morti che vivranno nel Nuovo Mondo, il mondo che nel credo è chiamato “Il Mondo che verrà”.

 

Conclusioni

Attraverso un percorso che ci ha condotto lungo tutto il cammino cristiano, dal battesimo fino alla speranza nel mondo che verrà, abbiamo meditato su come la Grazia Divina operi lentamente ma decisamente, la nostra divinizzazione. In tutta l’Economia che abbiamo descritto abbiamo voluto mettere al centro della nostra speranza la frase del Credo: “Credo nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà”. Questo è importante e decisivo, perché chiarisce bene il percorso del cristiano ed il suo ruolo di mediatore cosmico. Vorremmo sottolineare che questo non sarebbe successo se ci fossimo fermati alla “Salvezza delle anime” ed alla aspirazione del Paradiso. Capiamo che la sopravvivenza delle anime in un luogo spirituale illuminato (o meno) dalla Luce Divina, è solo una fase intermedia del nostro cammino. Guai a fermarci lì. Non riusciremmo a capire la nostra vocazione e la nostra missione, e tutto si ridurrebbe ad una faccenda legalistica, fatta di una triste e povera osservanza di precetti. Aveva ben ragione San Paolo quando diceva:” Senza credere alla resurrezione dei morti la nostra corsa è vana”.