In cosa consiste in realtà il fariseismo?
Gesù ci insegna:
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità” (Matteo 23,25-28).
Leggiamo in questo passo del Vangelo di Matteo la vera e profonda natura del fariseismo. In pratica il nocciolo consiste in una divaricazione tra l’interno e l’esterno. Il fatto stesso, per esempio, di delegare la salvezza all’osservanza di regole (ben 613) è intima espressione di questa divaricazione: conta solo l’esterno. Sarebbe davvero pericoloso oggi pensare che il fariseismo riguardi soltanto certi ebrei vissuti contemporaneamente al Cristo. Si potrebbe forse dire che anzi, i tempi attuali sono in sé stessi dotati di una potente molla che spinge verso il fariseismo: il materialismo. Cosa c’è di meglio infatti, per lo spirito del fariseo, di un’epoca polarizzata sulla “immagine” delle persone piuttosto che sul loro essere interiore. Cosa c’è di meglio di un’epoca in cui il valore è dato soltanto a ciò che si vede, si sente e si tocca, per chi dà valore solo alla osservanza visibile di alcune regole. Il materialismo crea un universo mentale in cui semplicemente l’“intenzione” sparisce. Quella infatti non si vede né si sente. Si fa del volontariato per poi vantarsene con gli amici, per esempio. Ma cosa ci invita a fare Gesù? “pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!”
Purtroppo la faccenda è seria. Infatti il materialismo dilagante spinge molti sinceri credenti verso una qualche forma di fariseismo, in cui ciò che conta sembra essere soprattutto l’esteriorità: la frequenza alle liturgie, certe preghiere recitate senza sentimento, l’osservanza delle regole. Se si cercano, ce ne sono a bizzeffe. Regole nel mangiare, regole nei rapporti matrimoniali, regole liturgiche come il far passare avanti certe categorie di persone alla comunione, etc. Regole. Recitare certe preghiere e non altre in alcune determinate occasioni. Trasportare le icone con la testa del santo in alto. Osservare regole per adeguarvi il comportamento esteriore. Quasi nessuno se ne accorge ma più ci sono regole, più ci adeguiamo ad esse, e più ci concentriamo sull’esterno del bicchiere. È fatale… semplicemente fatale. Ed il fariseismo galoppa.
L’intuizione di Nicodemo l’Aghiorita
Siamo nel 1780. In una cella di un monastero dell’Athos un monaco trentenne vive con intensa preoccupazione il progressivo calo del fervore di monaci e fedeli. Non è il solo. Trova amici monaci che ne condividono le ansie. Tra questi c’è Macario, che viene da Corinto. Saranno tutti protagonisti di un vasto movimento di rinnovamento spirituale, battezzato con ironia movimento dei “Kolivades” dai detrattori. Giusto per far comprendere, è un po’ come se a Roma un movimento del genere fosse chiamato “dei peracottari”. Nicodemo, che nel 1782 pubblicherà a Venezia le prime copie della Filocalia, è contrastato pesantemente ed alla fine viene cacciato dall’Athos. Cosa dicevano di così scandaloso i Kolivades?
- Fare la liturgia dei defunti di sabato e non di domenica
- Rendere frequente l’eucarestia
- Ritornare alle tradizioni patristiche della preghiera di Gesù e della preghiera del cuore sia per i monaci che in generale per il popolo.
Il nocciolo di questo ultimo punto consisteva nel ritorno alla spiritualità della vigilanza. Spiritualità che rappresentava un ponte tra monaci e laici. Infatti Nicodemo sosteneva che i laici potevano avere delle difficoltà a vivere la stessa ascesi monastica, ma su un punto ci poteva essere perfetta comunanza di intenti: la vigilanza. Così essenziale nella preghiera del cuore, era disciplina mentale, perfettamente praticabile anche dai laici.
Ma perché raccontiamo questa storia? Perché colpisce come chi si sia adoperato per “pulire l’interno del bicchiere”, sia stato a suo tempo severamente punito. La vigilanza, e cioè la lotta contro i pensieri malvagi, infatti, è la via maestra indicata dai santi padri per purificare il cuore, l’interno del bicchiere. Poi Nicodemo poté rientrare all’Athos ed oggi è santo e si festeggia il 14 luglio. Tuttavia, se noi guardiamo alla realtà ortodossa vediamo che la sua battaglia non ha ancora vinto. I morti si continuano a ricordare anche di domenica, la comunione è un po’ più frequente ma l’obbiettivo della eucarestia ogni domenica per tutti è lontanissimo dall’essere raggiunto. La preghiera del cuore, con la vigilanza ad essa connessa, è praticata ben poco anche dagli stessi monaci.
Guarire dall’esteriorità
Forse la vigilanza non è il solo metodo utile a purificare il cuore. D’accordo. Tuttavia, considerato che una delle poche alternative, l’eucarestia frequente, è rara nei fedeli ortodossi, e talvolta persino boicottata, ci cominciamo legittimamente a preoccupare. Da una parte infatti, abbiamo una società pesantemente materialista, che spinge tutti verso una esteriorità sempre più marcata. Dall’altra parte vediamo offrire al popolo pochi strumenti e poche vie di uscita dal fariseismo. Ecco perché la vigilanza suggerita da San Nicodemo, torna ad essere oggi di grande interesse anche per il popolo.
Ma come possiamo esercitarla noi laici impegnati nel mondo?
- La vigilanza sui pensieri
I risultati migliori si ottengono battendo con la “Preghiera di Gesù” i pensieri malvagi sul nascere. È il suggerimento di tutti i santi padri. E c’è un motivo: quando si lascia anche un po’ di spazio ad un pensiero malvagio, questo comincia ad “incollarsi” ad una emozione. Ciò consente che metta radici, e la sua permanenza nella mente è assicurata. Cionondimeno si può ancora combattere. La preghiera rimane comunque il presidio più sicuro, ma può essere utile telefonare ad un amico/a interrompendo bruscamente il flusso dei pensieri, oppure mettersi in attività.
- La vigilanza sulle intenzioni
Per quale motivo facciamo questo o quello? Raramente ce lo chiediamo. Eppure i Padri del Deserto ritenevano più importante l’intenzione dell’atto stesso. Infatti, non di rado compiamo azioni apparentemente benefiche per vanità o per orgoglio. A volte non ce ne accorgiamo, ma c’è condiscendenza nelle nostre elemosine, intenzione che ne annulla il valore spirituale. Così nel lavoro, altro è cercare un posto migliore per dare di più alla famiglia, altro è farlo per ottenere più lodi. Dunque, favoriamo la consapevolezza delle nostre azioni.
- La vigilanza nell’interpretare gli eventi
E qui si arriva ad un punto delicato. Sì, perché questo punto ha a che fare con l’idolatria. Cosa è infatti l’idolatria?
L’idolatria consiste nell’incapacità di cogliere l’invisibile nel visibile
A pensarci bene questa affermazione è terribile. È terribile quanto vera: non è forse l’idolatria della materia, quello che ci spinge a non riconoscere che la vera causa degli eventi della nostra vita sta nell’invisibile, opera della Divina Provvidenza? Eppure insistiamo. Ci intestardiamo. Conosciamo noi le cause dei nostri problemi! Ci affidiamo a certi fatti materiali che ai nostri poveri occhi sembrano la vera causa di questo o quello e guai a chi ci contraddice. Non ci accorgiamo di dimostrare così di credere solo a ciò che si vede e si sente. Alla materia visibile. E Dio? Ecco l’idolatria. Dunque la Vigilanza consiste anche nel ricondurre tutto a Dio, senza cadere nel tranello di quei pensieri che ci incatenano alla sola realtà materiale.
Conclusione
San Nicodemo l’Aghiorita già da tanti secoli ha formulato per noi la vera ricetta per la purificazione del cuore. Non tanto veglie o digiuni, ma Vigilare, diventare consapevoli di ciò che facciamo entrare nei nostri pensieri, nelle nostre intenzioni e nel nostro modo di interpretare la realtà. Con quale strumento? Con la “Preghiera di Gesù” e con la preghiera del cuore.