Una parola misteriosa
“La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. Se dunque il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, sarà tutto nella luce, come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore» (Luca 11,34-36).
Una parola divina davvero misteriosa. Come fa il corpo ad essere luminoso? Non abbiamo visto mai corpi luminosi. I santi sono dipinti con una aureola e dunque l’arte delle icone sembra ripetere la saggezza del Vangelo. Sì, ma….quando mai un corpo umano diventa tutto illuminato? Eppure il Vangelo insiste:
“Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendé come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce” (Matteo 17,1-2). Il Vangelo di Luca specifica che questo avveniva mentre Gesù pregava (Luca 9,29).
Tutto questo per noi comuni mortali può risultare scoraggiante. Non ce la faremo mai. Forse qualche santo, ma noi….
Viene in nostro soccorso San Serafino di Sarov. Un giorno il santo eremita ebbe un colloquio con un suo discepolo dal nome Motovilov. Egli insisteva su un concetto fondamentale: il fine della vita cristiana è acquisire lo Spirito Santo.
Motovilov allora chiese: “Ma come facciamo a sapere di aver ottenuto lo Spirito?” Fu in quel momento che agli occhi di Motovilov sia il santo che lui stesso risplendettero di una luce accecante, che richiamava l’episodio della trasfigurazione narrato nel Vangelo. Apparve allora chiaro al discepolo che la luce di cui narra il Vangelo è una luce immateriale, nascosta agli occhi ed alla sensibilità di noi comuni mortali. Tuttavia essa è presente e può rivelarsi per l’intercessione di un santo, come ora riportato. Ma allora anche noi possiamo farcela? Si se ce l’ha fatta Motovilov ce la possiamo fare anche noi.
Crediamo nella resurrezione dei corpi?
Ma da dove nasce la nostra incredulità? Nasce dal poco valore che diamo al corpo. “In fondo che importanza ha che il corpo sia illuminato? Basta che il nostro cuore sia con Dio” Questo sembra un valido argomento, soprattutto se accompagnato dalla nostra convinzione che in fondo ciò che conta sia “salvarsi l’anima”. Una certa tendenza a trascurare il corpo ha fatto della nostra speranza l’aspettativa del Paradiso. Una immersione nella luce divina in cui il corpo non ha nessuna parte. La carne infatti viene vista come fonte di impudicizia e di desideri grossolani, lontani da Dio. Le “lotte ascetiche” vengono interpretate come “sottomissione della carne”. Anche le nostre debolezze vengono dipinte come inevitabili, visto che “viviamo nella carne”. La morte sembra allora una “liberazione dal corpo” e dalle sue schiavitù, per correre liberi nella dimensione dello Spirito.
Ma c’è un problema: il cristianesimo non è questo. Il Credo che recitiamo tutte le domeniche in Chiesa lo dice chiaro: “Credo nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà”. Lo recitiamo, ma non ci crediamo. Crediamo (a stento) nella salvezza delle anime, ma non nella resurrezione dei corpi. Quest’ultima….vabbè è alla fine…è lontana….intanto pensiamo all’anima. E così, con un gioco di parole, se ne va il nocciolo della Speranza cristiana, quella predicata al costo della vita dagli Apostoli e da San Paolo.
L’importanza del corpo nei Padri della Chiesa
Ma non fu così nei primi e gloriosi secoli del cristianesimo. Grazie al combattimento spirituale che i Padri dovettero ingaggiare con gli eretici del filone “gnostico”, la Chiesa acquisì rapidamente la consapevolezza dell’importanza del corpo. Già nel libro della Genesi infatti troviamo che Dio al momento di creare l’uomo, forma prima il corpo, cui solo dopo insuffla lo spirito vitale. Tuttavia i Padri suggerivano, a differenza del filosofo Aristotele, che nell’utero della madre l’anima fosse infusa fin dall’inizio. Quindi ritenevano un peccato l’aborto compiuto anche nei primi mesi di gravidanza. La dottrina della Chiesa riteneva pertanto che l’anima fosse intimamente legata al corpo. E naturalmente a tutto il corpo. Questa precisazione non è inutile poiché filosofi come Cartesio, nel 1600, ritenevano che essa fosse contenuta nella ghiandola pineale, una ghiandola contenuta al centro del cervello. Non meraviglia, allora, che oggi il vocabolo “psiche” voglia dire mente, ed una mente contenuta solo nel cervello. E non si creda che questa falsa credenza fosse limitata solo agli “Intellettuali”. In una chiesa cattolica di Napoli, che sorge nel quartiere Sanità, è possibile visitare la cripta, dove i religiosi sono sepolti in un modo singolare. Le tombe sono chiuse, ma sporge l’osso occipitale del cadavere, frutto della credenza che l’anima fosse contenuta “nella testa”. Naturalmente ciò era contrario all’ortodossia della stessa Chiesa Cattolica Romana, che come quella Ortodossa, crede con i Padri che l’anima non abbia una sede specifica, ma sia presente in tutto il corpo ed in ogni sua parte, donandogli la sua forma specifica. Forma che verrà mantenuta, sia pure intimamente spiritualizzata, al momento della resurrezione dei morti. Per questo la Chiesa crede che anche dopo la morte ci sia un legame tra l’anima ed il cadavere, che assume caratteri stretti nei primi tre giorni. Abbiamo quindi bisogno di purificare la nostra fede, attualmente in molti di noi inquinata dalla credenza che il vocabolo moderno “psiche”, si esaurisca nel suo significato di “mente”. Il corpo invece non è una macchina, come lo concepiva Cartesio. Esso collabora con l’anima nella realizzazione delle Virtù. Ascoltare con pazienza un amico sofferente, praticare l’elemosina, ed esercitare lo stesso ministero sacerdotale, tutto si può realizzare solo e soltanto grazie alla collaborazione del corpo. Ed è per questo che l’anima in attesa della Parusia può purificarsi soltanto grazie alle preghiere dei viventi e della Chiesa. Infatti, senza il corpo l’anima non può provvedere a quegli atti di carità che la possono far avanzare verso la Luce Divina. Infine il corpo, secondo i Padri, è destinato alla divinizzazione che avverrà con la Resurrezione. In quella occasione l’uomo intero sarà glorificato dalla stretta unione con Dio, anima e corpo, e quest’ultimo diverrà così un corpo spirituale.
Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutta la tua anima
La visione dell’anima che pervade e dà forma a tutto intero il corpo è ricordata e rilanciata dalla Chiesa Ortodossa nella tradizione esicasta. Un dono della grazia a tutti i cristiani, volto ad affrontare e superare proprio molti degli argomenti fin qui trattati. Ma in che modo? Beh….invitiamo prima di tutto a lasciar perdere le molte descrizioni dell’Esicasmo che si trovano in Rete e YouTube. Spiace dirlo, ma non è in quel modo che nacque e si sviluppò quella tradizione spirituale, così mirabilmente difesa da San Gregorio Palamas. Infatti si trovano pseudo “spiegazioni”, in cui tutto si ridurrebbe ad una certa posizione del corpo su un panchetto, ed alla “recita” della preghiera di Gesù, vissuta come un Mantra indiano. Pregare è rivolgersi prima di tutto ad un Dio che non vediamo ma che “sappiamo” presente. Non è recitare una formula, per quanto santa. La benedizione del Padre spirituale non è una “iniziazione”, ma il frutto di un discernimento in cui l’Anziano giudica la decisione del giovane che gli si rivolge, monaco o laico che sia, in conformità con il volere divino. L’esicasmo non è dunque né lo Yoga del cristiano , né la parte esoterica del cristianesimo. Insomma, prima di tutto, per chi ha creduto a queste storie, è necessario liberarsene. Solo allora è possibile avvicinarsi a quello che oggi è il vero esicasmo. Esso infatti consiste nel portare l’attenzione sul cuore durante la preghiera. Questa può essere la “Preghiera di Gesù” come un’altra. Il corpo non partecipa alla preghiera semplicemente perché assume una qualche posizione. Questo sarebbe un modo decisamente materialista di inquadrare la preghiera. Il corpo è coinvolto perché a rivolgersi a Dio non è più la “testa” o soltanto la “testa”, ma anche il petto con il cuore del fedele. Ecco perché portare l’attenzione sul cuore non è una tecnica e non è una pratica. Con l’abitudine alla preghiera, quando portiamo l’attenzione sul petto, semplicemente ci accorgiamo che questo prega. Teofane il recluso, ne “L’arte della Preghiera” (dal libro di Caritone di Valamo, edito da Gribaudi), ci dice infatti che ad un certo punto ci accorgiamo di un calore nella regione del cuore. Ma questo calore non è un calore fisico, bensì, se ci facciamo caso, se appunto portiamo al cuore la nostra attenzione, ci rendiamo conto che è amore per Dio. Amore puro, senza immagini né fantasie. Dolce gemito del cuore e nel tempo di tutto il petto, ispirato dallo Spirito Santo. Siamo come si vede completamente in un altro mondo rispetto ai “chakra” indù, punti ripresi in parte anche dalle tecniche “sufi”, cioè da quelle proprie della mistica islamica. San Gregorio Palamas, nel suo scritto “In difesa dei santi esicasti”, suggerisce anche di puntare la potenza della preghiera anche sull’addome, con l’intento di vincere il desiderio disordinato. Come ora si potrà facilmente intuire tutto ciò ha lo scopo di facilitare la partecipazione dell’addome alla preghiera che è suscitata dalla Luce Divina, che penetra così attraverso il cuore in tutto il corpo. Capiamo meglio ora quattro cose:
- Perché la Trasfigurazione avviene quando su un alto monte Gesù ed i discepoli vanno a pregare. Ricordate? Lo abbiamo sottolineato riportando il passo evangelico
- Comprendiamo che l’”occhio” del cuore, cioè ciò che i padri chiamavano “nous”, diventa una lampada, quando è illuminato dalla Luce della Divina Presenza nella preghiera
- Comprendiamo che questa luce viene trasmessa se il cuore è puro, a tutto il corpo, tramite il fatto che l’anima è strettamente legata al corpo
- E quindi comprendiamo finalmente il primo comandamento, che prima ordina di amare Dio con tutto il cuore e poi specifica anche con tutta l’anima
Conclusioni
Al termine di questo viaggio non possiamo che raccomandare di dare tutta l’importanza che merita al corpo. Esso è un fedele compagno che ci segue in tutte le nostre opere, siano esse di carità, di predicazione e perfino di orazione. Il corpo prega con noi, perché l’anima tutta intera lo coinvolge nella luce della Divina Presenza con cui essa è illuminata. Solo, dobbiamo uscire una buona volta dall’ “eccesso di testa” in cui costantemente abitiamo, per accorgerci che Dio ci ha donato un fedele compagno che risorgerà con noi.