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Raccordo con la prima parte,

Nella prima parte di questo articolo, eravamo arrivati ad individuare cosa con tutta probabilità, significava il termine compassione ai tempi di Gesù.  Abbiamo compreso che questa parola faceva parte dell’area di significato del termine ebraico tzedakah, cioè Giustizia. Essa nel suo senso più ampio, aveva a che fare con l’armonia dei rapporti tra l’uomo e Dio e tra gli uomini.  Nella giustizia troviamo il punto di partenza della compassione, il suo senso spirituale. In altre parole, la compassione nasce nel momento in cui si nota una disarmonia, una mancanza. Il giusto è dunque colui che pone rimedio a questa mancanza e dunque ha compassione del povero e della vedova. Tuttavia come abbiamo detto, la partecipazione emozionale, talvolta presente, non è obbligatoria.  Tutte queste considerazioni possono condurci a risultati non attesi. Per esempio, ad una nuova visione spirituale del senso cristiano del lavoro.

Lavoro e compassione

Un commerciante di frutta e verdura dove metterà il proprio negozio? Forse accanto ad un supermercato? Oppure in un quartiere dove già ci sono molti altri negozi di frutta e verdura?  Logicamente no. Andrà nel quartiere dove manca un tale negozio. Un medico di famiglia dove andrà a mettere l’ambulatorio? Dove già ci sono altri medici come lui oppure là dove invece mancano?  Un imprenditore cercherà di assumere un dipendente per quel settore dove già ne ha molti oppure per quella sezione dove invece i lavoratori mancano?  L’amministrazione delle Poste Italiane assumerà un nuovo postino per quella zona della città dove già ce ne sono oppure per operare dove i postini mancano? Sembra chiaro come il sole che proprio la mancanza e la disarmonia, siano alla base della creazione dei posti di lavoro. Dunque è la compassione che guida il lavoro dell’uomo, non tanto nella componente di partecipazione emotiva, che tuttavia è talvolta presente. Piuttosto nel suo senso spirituale e profondo di cura di una mancanza, di ripristino della armonia.

 

 

La motivazione economica come odio per l’uomo

Ma a questo punto bisogna far luce su un punto oscuro. Infatti quando si tratta di lavoro, tanti alzano gli scudi ed esclamano: “…ma lo faccio per soldi!”, “…ma il lavoro è interessato!”. È un punto oscuro perché è purtroppo frutto di una tentazione degli spiriti decaduti. Essi ci vogliono far credere che tutto nel mondo dipenda dall’egoismo e dai soldi, quindi da loro. Ma in Genesi 3,19 il Signore comanda: “Col sudore del tuo volto mangerai il pane!”.  Lavorare risponde prima di tutto ad un comando del Signore. Il Signore vuole che la necessità di mangiare e di far mangiare i nostri figli ci spinga ad accettare la disciplina del lavoro. Non solo, ma ci spinge anche a coltivare le virtù necessarie ad ogni specifica occupazione. Ma il maligno tende a tutti noi un tranello. Oscura il nostro occhio interiore con un inganno. Si tratta di un tranello che sfrutta due errori di ragionamento, come nel suo stile migliore:

1 – Confondere lo strumento con il fine. Il fine è, come dice la Bibbia, mangiare il pane: cioè oggi, pagare l’affitto di casa, fare la spesa, vestire i propri figli e mandarli a scuola, pagare le bollette di acqua, luce e gas, pagarsi le medicine ed ora sempre più spesso il dottore. Ma non solo questo! Anche, perché no, per pagarsi un buon film la sera, per riposarci dopo una giornata di duro lavoro. I soldi sono solo un mezzo, uno strumento, per poter mangiare il pane, non sono il fine. E mangiare il pane è un diritto sancito dalla Bibbia e scritto nella vita, non egoismo! Anzi: sostenere le spese della casa e mantenere i figli, è un preciso dovere ed una responsabilità, a cui dobbiamo scrupolosamente attenerci. Altro che egoismo! Anche perché non tutti arrivano in fondo al mese. Dunque dire: “lavoriamo per i soldi” è un inganno!

2 – Confondere la parte con il tutto. “Ma c’è chi se ne approfitta, e fa i soldi facendosi la villa!”  “Ci sono i commercianti disonesti!”.

Questo è vero ma quanti sono? Forse tutti quelli che lavorano sono disonesti? Forse lo sono tutti i commercianti? Ma quanti di loro purtroppo sono costretti a chiudere, altro che villa sulla Costa Smeralda. Non caschiamoci, non confondiamo quello che è proprio di una piccola parte con quello che fanno tutti.

Dunque apriamo gli occhi e cerchiamo di vedere il grano che cresce, piuttosto che la zizzania. Se facciamo così scopriremo insieme cose davvero interessanti.

 

Le virtù nel lavoro

“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”, questa frase del Signore non è una condanna ma una medicina. Infatti il lavoro permette alle nostre forze migliori di emergere. Ogni lavoro richiede, per essere eseguito, una o più virtù. La pazienza, l’ascolto, la gentilezza, la conoscenza. Per un commerciante il sorriso e la disponibilità verso il cliente non sono un “optional”. La perseveranza di chi lavora per ore la terra, lo spirito di servizio degli infermieri come di tanti altri lavoratori, la pazienza dei tassisti nel traffico cittadino, sono solo un piccolissimo scampolo del tesoro di virtù, che l’umanità mette in campo con il lavoro.  Il ragazzo scapestrato che fa le 4 del mattino con gli amici ubriacandosi e facendo altre cose non nominabili, quando comincia a fare il barista trova la disciplina. Altro che baldoria con gli amici! Ci si alza alle 6 perché alle 7 si deve tirare su il bandone, e servire il caffè ai primi avventori. Invece che essere sempre servito dalla manna questo ragazzo impara a servire gli altri. Il ragazzo insicuro che comincia a fare il barbiere, si rende conto che in fondo ha imparato un mestiere e che sa fare qualcosa. Questo lo aiuterà a maturare una maggiore fiducia in sé stessi. Scaccerà così la paura, anche essa un vizio ed una passione distorta dell’anima. Il lavoro contribuisce alla redenzione, disciplinando fin dall’età giovanile il desiderio di piacere, vincendo allo stesso tempo la paura di non valere. Dunque il lavoro è la medicina che il Signore ci ha dato per ridurre gli effetti del peccato ancestrale sulle potenze dell’anima. Grazie all’efficacia redentiva del lavoro, il cristiano vede nascere in sé, dal fondo del proprio cuore, l’uomo interiore che vi è nascosto (1 Pietro 3,4). È infatti anche grazie al lavoro che l’uomo riesce a sviluppare, almeno in parte, la sua vera personalità, quella cioè ordinata alla somiglianza col Cristo.  Ma intendiamoci, non basta il lavoro. Questo fa parte di quel complesso di abitudini, che potremmo chiamare “stile di vita”. E la vita cristiana risulta da una integrazione profonda, tra sacramenti, preghiera, studio della bibbia e stile di vita. Tuttavia in questa complessa costruzione della grazia, il lavoro gioca la sua parte.

 

Il ruolo della compassione nella creatività

 

Tra tutte le virtù connesse al lavoro, la compassione è la virtù regina. Essa trascina con sé tutte le altre virtù. La compassione infatti non solo provvede a fornire al giovane un lavoro, ma stimola la creatività di chi già lo ha. È infatti individuando una mancanza, un disordine che l’uomo trova qualcosa di nuovo, qualcosa capace di correggere un disordine. Il medico cerca una cura nuova per quelle malattie che ne mancano. L’operatore ecologico cerca nuovi mezzi per smaltire i rifiuti, quando vede che si accumulano dannosamente, creando una mancanza di igiene. Una parrucchiera attenta, cerca il modo migliore per realizzare una messa in piega ad una signora, senza farle perdere troppe ore. L’ agente immobiliare può accorgersi che manca una adeguata diffusione alle offerte di case che è in grado di produrre, e la compassione lo spinge a sopperire a questa mancanza, indirizzandolo verso mezzi nuovi e più creativi di comunicazione. Tutti i lavori possono essere creativi. Tutti i lavori possono essere migliorati e la virtù che conduce le danze è immancabilmente la compassione. Essa sola è capace di aprire gli occhi verso una mancanza, suggerendo anche una possibile soluzione.  Stimolando poi nuovi orizzonti creativi, la compassione “trascina” con sé tutte le altre virtù. Quelle necessarie a realizzare il nuovo progetto.

 

Conclusioni

Tutto quanto abbiamo detto non è un mero “discorso teorico”. Possiamo trarne delle conseguenze pratiche, che sono poi in fondo quelle stesse sottolineate nella prima parte di questo articolo.  Chiediamo in preghiera al Signore di farci il dono di:

1 – Accorgerci, vedere e vigilare con l’attenzione

2 – per cogliere intorno a noi quelle mancanze quelle disarmonie che necessitano di una riparazione

3 – di procedere ad agire in tal senso, con o senza sentimento.

Ed il nostro lavoro prenderà così le ali, contribuendo a formare un nostro stile di vita

coerentemente informato dal Vangelo.

 

Link per leggere la prima parte di questo articolo:

https://adoratori.com/il-sorprendente-fondo-spirituale-della-compassione-prima-parte/