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Il vino nuovo e il Vangelo

“Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano” (Matteo 9,16-17).

Questi versetti del vangelo di Matteo appaiono collocati quasi in modo inaspettato, nel capitolo 9. Verrebbe da dire: che ci stanno a fare? A cosa allude Gesù? Perché si preoccupa tanto del vino nuovo? Nel suo commento al Vangelo di Matteo San Giovanni Crisostomo suggerisce, come altri padri, l’idea che il vino nuovo, simboleggi la fede del nuovo testamento. Il Vangelo come nuova economia e quindi “vino nuovo”, migliore perché la fede nel Messia salva, mentre la legge dell’Antico testamento, in questo caso il vino vecchio, non salva.  Qualcosa si comincia a vedere. Ma gli otri? Che c’entrano gli otri?

 

Gli otri

Sempre Giovanni Crisostomo suggerisce che gli otri rappresentino la Chiesa nascente e quindi la cultura in cui la fede viene annunciata. In ebraico l’antico testamento, (l’otre vecchio), in greco il nuovo (l’otre nuovo). Nel dire questo bisogna sottolineare che, come sanno tutti coloro che si accingono a studiare una lingua, il linguaggio esprime il modo di essere tipico del popolo a cui appartiene. Gli stessi vocaboli sono coniati nel tempo, in base ai costumi prevalenti dei popoli che li usano per significare qualcosa. La scelta del greco, per i quattro vangeli, ha avuto una importanza enorme. Basti pensare al termine “Logos”, che sta per indicare il figlio di Dio, nel prologo di Giovanni. Una parola di grande importanza nella filosofia greca, con particolare riferimento a quella stoica. Naturalmente reinterpretata in senso cristiano. Tutto l’Impero Romano era pervaso dalla cultura greca. Oggi molti studiosi, più che di Impero Romano parlano di Impero Greco-Romano. Gli imperatori sapevano infatti di poter portare la legge e l’ordine pubblico, mentre tutto ciò che era arte, sapienza, politica, teatro, sport etc. era da essi coscientemente trasmesso ai popoli sottomessi, nei termini della cultura greca. La diffusione in tutto il mondo conosciuto della cultura greca era sentita dai romani come una vera e propria missione. Lo stesso imperatore Marco Aurelio scriveva e pensava in greco. Dunque, la lingua greca era la lingua internazionale del tempo. Si comprende bene allora, la trasmissione dell’annuncio evangelico in greco. E non solo questo. Molti grandi padri dei primi secoli della Chiesa scrivevano in greco, una minoranza in latino. Occorreva non solo farsi capire da tutti, ma usare le parole giuste, per indicare i dogmi della fede.

 

Le trasformazioni della fede giudaico-cristiana a contatto con la cultura greca

Una delle rivoluzioni apportate dall’incontro tra cristianesimo e cultura greca, è consistita nello sviluppo del concetto di anima. Molti studiosi, tra cui alcuni di grande autorevolezza, come Giovanni Reale, sostengono che il termine stesso anima, provenga interamente dal mondo ellenistico. Ciò appare un po’ esagerato, perché gli ebrei avevano più termini per indicare l’anima. Tuttavia, si può dire che l’incontro con la filosofia greca, abbia fecondato e sviluppato nel mondo cristiano, questo concetto importantissimo. I padri della chiesa, illuminati dallo Spirito, hanno saputo prendere il buono dalla loro educazione ellenistica. Essi hanno fatto una esperienza dello Spirito come di una luce che permetteva loro di “capire”. La “visione spirituale” dell’anima corrispondeva proprio a questo. L’illuminazione come capacità di “vedere” con l’occhio del cuore l’anima. Il concetto stesso di “capire” come “vedere” e “vedere” come “capire” è di provenienza greca. La grandezza di questi contributi, per la storia del cristianesimo, sta sotto gli occhi di tutti.

 

In che modo inizia a strutturarsi una teologia cristiana?

Ma tutto questo non è nato da sé, né si è sviluppato senza fatica e senza dolore. Nei primissimi secoli dopo la nascita di Cristo, la capitale culturale dell’Impero Greco-Romano, non era Roma e non lo era nemmeno Atene. Era Alessandria. Ed è qui che bisogna cercare i primi semi di una teologia cristiana organizzata. Il protagonista di quella stagione fu San Panteno, detto l’ape sicula, perché era siciliano. Panteno si trovò a dover difendere la comunità cristiana da molteplici attacchi, tanti quante erano le correnti religiose e filosofiche diffuse ad Alessandria. I Marcioniti sostenevano che il Dio dell’Antico testamento fosse un Dio cattivo, gli gnostici mettevano la conoscenza al di sopra della fede, i pagani accusavano la chiesa nascente di politeismo perché devota, secondo loro, a due dei, il Padre e Cristo, i filosofi deridevano l’idea stessa di incarnazione, perché un Dio infinito non può mescolarsi ad un corpo finito.  Insomma, un diluvio di attacchi in un momento in cui chi era cristiano rischiava anche la vita. Siamo infatti nel secondo secolo. Per difendere la chiesa, San Panteno fondò ad Alessandra la prima scuola teologica cristiana. La prima in assoluto. E Panteno, con i suoi allievi, riuscì a rintuzzare tutti gli attacchi, usando la stessa cultura ellenistica a cui era stato formato da giovane. Il merito di questa scuola fu, tra gli altri, anche quello di saper discernere e scegliere alcuni aspetti positivi proveniente dagli ambienti ebraici. La comunità ebraica di stanza ad Alessandria, aveva infatti notevolmente influenzato l’ambiente spirituale della città, soprattutto grazie alla personalità di Filone. Questo mistico e filosofo era vissuto al tempo di Cristo ed aveva provveduto a seminare alcune delle idee che divennero poi un prezioso bagaglio per i difensori della fede cristiana. I padri dei secoli successivi presero infatti da lui il tema di un Dio al di là di tutte le cose, cioè trascendente, e l’interpretazione spirituale dei sacri testi. Filone contribuì anche a valorizzare la traduzione greca, detta dei settanta, dell’antico testamento, proponendone la canonicità, cioè la sua autenticità e la sua santità. Questa versione è tuttora considerata canonica, anche dalla Chiesa Ortodossa.

 

Lo scontro con le eresie

La “costruzione” dell’“otre” continua. Nei secoli immediatamente successivi, un po’ in tutto l’impero, si diffusero interpretazioni erronee del Vangelo. Furono tante. Tantissime. Sant’Ireneo ne compose un lungo ed articolato catalogo. La lotta contro le eresie si rese urgente, perché apparve subito chiaro che agli errori nella fede corrispondevano errori nel comportamento e nella morale. Le eresie pertanto rappresentavano una grave minaccia per la chiesa nascente. Ecco allora svilupparsi quella argomentazione teologica che fu in grado in quei secoli di proteggere la comunità dei credenti. I sette concili tenutisi nei primi mille anni riassunsero il lavoro teologico che si era man mano sviluppato, a costo di fatica e di martiri. Uno dei risultati più importanti fu il credo che recitiamo tutte le domeniche in chiesa. Esso è detto Niceno-Costantinopolitano, perché appunto definito nei primi due concili, quello di Nicea ed il primo tenutosi a Costantinopoli. L’importanza della integrità assoluta del credo era sancita da alcune leggi stabilite in quei concili ed in quelli successivi. Esse punivano severamente tutti coloro che avessero provato a cambiarne il testo, fosse anche con un modo di dire diverso. I trasgressori sarebbero automaticamente stati espulsi dalla continuità apostolica che caratterizza la chiesa, e se laici addirittura sarebbero stati scomunicati. In automatico, senza bisogno di tribunali ecclesiastici.

 

L’importanza della Chiesa e della sua integrità teologica

Questo breve cammino ci ha portato dal vino agli otri e da questi alla cultura greca ed alla Chiesa. Come abbiamo già detto si è trattato di un cammino di dolorosa lotta, di martirio, di ricerca di purezza, di faticosi studi. Un cammino segnato da quei sette concili che hanno definito la dottrina a cui oggi tutti noi facciamo riferimento. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che dobbiamo tenere in massima considerazione la teologia della chiesa, prevista dal Vangelo, come abbiamo visto, e così faticosamente conquistata dai cristiani che ci hanno preceduto.

Per queste ragioni non è bene prendere sottogamba quelle differenze dogmatiche, che sono state prodotte da modifiche apportate al testo del Credo Niceno-Costantinopolitano. Modifiche non generate da concili ecumenici riconosciuti. Perché?  Perché un antico adagio recita:

non c’è niente di più pratico della teoria

tutti i comportamenti, morali e non, sono generati consapevolmente o inconsapevolmente da dei principi generali. Se questi principi cambiano, cambiano anche i comportamenti.

Onoriamo dunque, il sangue e la fatica di chi ci ha preceduto, e che ha dato la vita perché la verità giungesse a noi tutta intera.

La chiesa ortodossa è l’unica chiesa, nei tempi moderni, che ha conservato intatto il testo del credo Niceno-Costantinopolitano.

Non disperdiamo questo tesoro. Ispirati dalla carità, apriamoci con spirito di amicizia e di sincera collaborazione alle comunità cristiane diverse dalla nostra. Ma non sottovalutiamo per faciloneria, le differenze teologiche prodotte da chi ha modificato in modo del tutto autonomo il credo.

Conclusioni

La nascita di una Chiesa, che avrebbe modificato le condizioni culturali e teologiche in cui si era sviluppato l’ebraismo dell’antico testamento era stata prevista dai Vangeli. Abbiamo visto come essa si è sviluppata a partire proprio dalle incomprensioni, dalle ostilità, dalle persecuzioni e dalla lotta agli errori. Dunque teniamo presente che c’è stato chi si è sacrificato per noi, e senza cadere in facilonerie, preserviamo, studiamo e approfondiamo, con il rispetto e l’onore dovuto, quella dottrina che ci è stata tramandata attraverso secoli.