I ciechi di Gerico
L’episodio evangelico dei ciechi di Gerico, rappresenta un’ottima introduzione al tema della fede. Rileggiamo il passo secondo Matteo (Matteo 20,29-34):
“Mentre uscivano da Gerico, una gran folla seguiva Gesù. Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!». La folla li sgridava perché tacessero; ma essi gridavano ancora più forte: «Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Gesù, fermatosi, li chiamò e disse: «Che volete che io vi faccia?». Gli risposero: «Signore, che i nostri occhi si aprano!». Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono”.
Per interpretare queste parole facciamoci aiutare da Epifanio Latino, noto anche come Epifanio di Pavia, Padre del V secolo, che nella sua Interpretazione dei Vangeli (30) scrive:
“Cristo è la via. Pertanto i due ciechi (cioè i gentili) sedevano lungo la via (senza vederla). Dopo essere stati sviati dagli idoli, essi avevano del tutto perso la via della verità. Corrotti nell’oscurità del peccato, avevano distrutto gli occhi del loro cuore. Figlio di Davide abbi pietà di noi. Ma la folla li invitò a fare silenzio. Ma essi gridarono ancora più forte: figlio di Davide abbi pietà di noi, infatti mentre i giudei né credevano né avevano volontà di seguire Gesù, le nazioni accecate dei gentili, gridavano ancora più forte grazie alla fede: Figlio di Davide abbi pietà di noi”.
Dunque Epifanio di Pavia (da non confondersi con il Vescovo greco di Salamina, che ha lo stesso nome), mette a fuoco due punti importanti:
– la vista è in rapporto alla fede
– sono ciechi gli occhi del cuore
Ancora sul piano della interpretazione spirituale, come Epifanio, Girolamo aggiunge:
“La folla li rimprovera e tuttavia non tacciono, ma più fortemente gemono, manifestando grande desiderio di vedere la vera luce”.
E qui San Girolamo ricorda che la vera Luce è appunto il Cristo, come ci insegna il prologo del Vangelo di Giovanni.
Cosa vuol dire luce?
Dunque tutto l’episodio, così come è commentato dei Padri, sottolinea qualcosa che nei tempi moderni risulta un po’ in ombra:
la fede come percezione di una luce. Luce percepita con gli occhi del cuore. Ma di cosa si tratta? Forse di una “intuizione della Verità”? Questa luce è il “simbolo” di una idea mentale, forse di una “comprensione” della Verità? In fondo oggi si usano espressioni come “Mi hai dato una spiegazione illuminante”, per significare che si è capito qualcosa. Ma i santi Padri, quando parlano della fede, non intendono questo. Giusto per essere precisi, vista la delicatezza dell’argomento, sentiamo quello che dice Massimo il Confessore, santo riconosciuto dalle chiese sia di Oriente che di Occidente, e teologo capace di riassumere la sapienza dei padri che lo hanno preceduto:
“La fede è una conoscenza non dimostrabile. Ma se è conoscenza non dimostrabile, allora la fede è una relazione soprannaturale mediante la quale, in un modo che oltrepassa la conoscenza, ci uniamo a Dio in una Unione che supera l’intellezione” (Massimo il Confessore, Capitoli vari, II centuria, 12. Filocalia Ed. Gribaudi vol. II).
Subito dopo, San Massimo sottolinea come in forza di questa unione, il credente vada incontro ad una trasformazione, che lo vede acquisire le virtù divine (l’amore per il prossimo, il discernimento, etc.).
Dunque il santo è molto chiaro: la fede non è una “intellezione”, cioè una comprensione. Piuttosto è una relazione, una relazione soprannaturale, in cui l’anima si unisce a Dio.
Una sintesi necessaria
Abbiamo molti elementi adesso che ci possono aiutare. Si tratta di interpretazioni della tradizione patristica, che trovano in questa provenienza valore ed autorevolezza. Esse ci permettono di affermare con vigore che: la fede non è una convinzione ma una percezione. Per cui:
1 – Il tema della percezione è avvalorato e soprattutto significato, dal simbolo dei ciechi che vedono.
2 – Mentre la luce del mondo materiale è vista con gli occhi che stanno nella testa, la luce invisibile del “sole” spirituale, è vista dagli occhi del cuore, come dice Epifanio, cioè da quell’organo spirituale che i Padri chiamano “nous”.
3 – Il “contatto” tra “la luce del Cristo che illumina tutti gli uomini” (Giovanni, prologo), ed il cuore realizza una unione con Dio. Dunque San Massimo ci dice che la luce in questione è increata ed è Dio stesso, cioè il Cristo.
4 – Ma c’è di più. Questa luce divina, questa unione, trasforma l’uomo, perché lo divinizza.
Questa è veramente grossa! Addirittura Dio! Ma che vuol dire? Verrebbe da dire al santo: ma così si ingarbuglia tutto!
Vediamo cosa risponde il nostro teologo:
“Il Verbo di Dio, fattosi uomo, ha di nuovo colmato di conoscenza la natura, morta alla conoscenza donatale. E, temperandola perché resti immortale, la deifica, non quanto alla natura stessa, ma quanto alla qualità. Contrassegnandola perfettamente con il suo Spirito, è come se cambiasse l’acqua con la qualità del vino, per trasmettergliene la forza. Egli infatti è diventato uomo in verità, per costituirci dei per grazia” (Capitoli vari II centuria, 26. Filocalia, Ed. Gribaudi).
Queste eccellenti parole ci spiegano tutto con la bella immagine dell’acqua che pur restando acqua acquista il sapore del vino. Quindi niente paura. Non diventiamo infiniti ed onnipotenti come Dio, perché l’unione con Dio non tocca la nostra natura. Essa tocca le nostre qualità, cioè ci adorna delle Virtù Divine: carità, misericordia, compassione, pazienza, etc. In Colossesi 3,12-17, San Paolo usa gli stessi termini esortando a “rivestirsi” delle virtù cristiane. Il vestito cambia il modo con cui ci presentiamo agli altri, ma sotto il vestito, noi restiamo gli stessi: la natura umana, resta natura umana. Ecco cosa intendevano i Padri quando parlavano di “diventare Dio per adozione (o per grazia)”.
Comprendiamo ora meglio perché la fede in Gesù Cristo come Dio e Signore nostro, salva: ci salva perché la fede ci unisce al Dio immortale rendendoci suoi figli adottivi.
Due strade divergenti
Per semplificare faremo un esempio di vita ordinaria, per vedere come l’esperienza della “luce”, sia in realtà alla portata di tutti. Tutti noi, infatti, abbiamo almeno qualche volta “sentito” la Presenza di Dio. Per esempio durante una certa liturgia eucaristica particolarmente intensa, oppure durante una veglia. Magari lo abbiamo anche detto ad un amico/a: “…sai, si sentiva davvero la Presenza di Dio”. Sono cose che a volte si dicono senza pensare. Ebbene, quello non era un fenomeno psicologico. Era la luce della fede. Era la luce spirituale del Signore. In quel momento lo Spirito Santo ci toccava con la Sua Grazia, trasformandoci impercettibilmente. Sono piccoli cambiamenti che danno i loro frutti stabili solo dopo anni di esperienze ripetute. Cambiamo. Ma il merito non è nostro. È dello Spirito Santo che ci comunica giorno dopo giorno la potenza delle Virtù. Tutto ciò ci sembra tutto sommato abbastanza scontato, ma non è così. Purtroppo in Occidente per secoli, si è definita la fede come “l’accettazione del messaggio Divino” da parte dell’uomo. A poco valgono tentativi recenti di cambiare registro. Ai bambini si insegna ancora che la fede “è una decisione”. Qui la testimonianza di chi scrive è diretta. Dicono: Lo Spirito Santo, essendo Dio, è al di là di tutte le cose (per i dotti “trascendente”), e quindi opera attraverso una grazia creata, che ovviamente non è Dio. La mente dell’uomo, informata della volontà di Dio tramite questa grazia creata, deciderebbe di vivere virtuosamente. La trasformazione è dunque dovuta ad un atto di volontà, sia pure informata da questa “grazia creata”, che mette in atto tutti i giorni il giusto comportamento. Essa crea una “abitudine” che si rafforza nel tempo. Nei santi questa abitudine diventerebbe così salda, da diventare eroismo. Ora, appare evidente il pericoloso slittamento di questa interpretazione del mistero della fede, verso l’ideologia. Da tutto questo si può vedere come da una semplice “teologia” (“la fede è una decisione, dunque una convinzione”), nasca per diretta conseguenza una pratica quotidiana totalmente diversa. Se si nega la possibilità dell’uomo di percepire le energie divine, e quindi anche la luce spirituale, la fede non può essere più una percezione, ed essa diventa quella di un eterno catecumeno. Infatti, nella tradizione della Chiesa Ortodossa, il catecumeno è colui che si avvicina alla fede anche attraverso esempi di altri od attraverso prese di coscienza o ragionamenti. Nella formazione del catecumeno il “Credo” che viene recitato in Chiesa tutte le domeniche, diventa un percorso in cui dei concetti (i dogmi della chiesa ivi esposti), diventano come bandierine che guidano all’esperienza. Questa era rappresentata dal battesimo, che i santi Padri consideravano una “illuminazione”. Dal momento forte della esperienza della luce divina, partiva per il cristiano neofita, il lungo percorso della purificazione. Forse oggi si è persa un po’ la testimonianza diretta della esperienza della illuminazione. Una delle cause potrebbe essere il fatto che giustamente si battezzano più frequentemente i bambini appena nati. Molto più raramente si battezzano gli adulti. Da qui forse, insieme ad altri fattori, la tendenza anche nel popolo ortodosso, a sopravvalutare la componente volontaristica della fede. Un pericolo nascosto ed insidioso.
Le due strade divergenti e l’ecumenismo
Pochi sanno che i termini con cui oggi si parla di ecumenismo sono cambiati. Le commissioni teologiche delle Chiese Ortodossa e Cattolica, hanno con il tempo verificato che non è possibile una unione delle due diverse teologie. Il nodo principale è proprio il modo diverso di concepire le “Energie Divine”, così come in parte, abbiamo cercato di descrivere (…semplificando), parlando dei modi diversi di concepire la fede. La direzione intrapresa dunque, non è più quella della unione delle chiese. Il detto dei Padri che abbiamo cercato di illustrare: “Dio è diventato uomo perché l’uomo diventasse Dio”, non è accettato dalle Chiese Occidentali. Tuttavia questo ha aperto la strada ad un incontro forse più realistico e quindi più autentico: l’amicizia basata sulla Carità. Ci si riconosce diversi, ma si rispetta l’altro. Come non cercare di comprendere, in fondo, chi è nato in un paese diverso dal nostro. Come non cercare di capire chi è stato educato diversamente da noi al cristianesimo. La carità tutto vede e tutto copre dice San Paolo. Senza quindi scandalizzarsi delle differenze, ciò che ora sembra importare di più è l’amicizia. Una amicizia ispirata alla fratellanza, in virtù della comune fede nella Divinità di Gesù Cristo. Questo può comportare la collaborazione, quando questa è possibile. Tutti però sono consapevoli, anche i più accaniti sostenitori dell’ecumenismo, che non si può mettere da parte la teologia, come una inutile appendice teorica. Tutti infatti sanno, che da diverse teologie derivano diversi comportamenti. Abbiamo cercato di mostrarlo, descrivendo le due diverse strade, che si intraprendono in base ad una diversa concezione teologica della fede.
Conclusioni
Oggi più di prima è importante essere consapevoli dei tesori della Teologia Ortodossa. Questi tesori vanno protetti e difesi. Tra di essi troviamo il dono della unione con Dio tramite la fede, ed il suo effetto deificante. Questo però non può giustificare comportamenti polemici ed ipercritici rivolti verso altre comunità cristiane. Per esempio, omelie che continuamente insistono sulle differenze, e battute ironiche irrispettose. Ricordiamoci che lo Spirito Santo prima si mostra con la Carità e poi parla.