Perché l’arte?
Abbiamo bisogno di aiuto. Nel nostro cammino spirituale, i nostri occhi interiori maturano verso l’apertura all’invisibile. Tutto converge per questo traguardo. La grazia che ci viene donata attraverso i sacramenti, la preghiera e la meditazione della scrittura illumina i nostri cuori, ma la nostra mente talvolta non ne è cosciente. Finiamo per non utilizzare i doni che ci vengono dati. In fondo, in questo consiste una buona catechesi; rendere coscienti di ciò che la grazia ci ha regalato. La cultura dell’uomo, quando è buona cultura, serve appunto a questo. La poesia, la letteratura, la musica e l’arte in generale, quando vera espressione della ricerca di Dio, operano un “risveglio”. E non è necessario che esse siano “confessionali”. Anzi, non sempre i film, i romanzi o i quadri dedicati ai santi sono realmente utili. Talvolta infatti, indulgono al leggendario e quindi alla peggiore immaginazione. Molte volte invece, è proprio l’inquietudine degli atei o degli agnostici, spesso insoddisfatti della propria condizione, a guidare una ricerca fatta di domande autentiche, che stimolano nella loro profondità, anche i credenti. Cerchiamo allora di seguire un percorso che ci possa portare a comprendere meglio il senso educativo dell’arte. Cominciamo dall’arte classica. Essa vedeva la pittura come distinta in tre grandi livelli di valore:
- Il vedutismo, che si applicava a descrivere paesaggi naturali e cittadini, spesso da un punto di vista piuttosto distante, in modo da avere una visuale piuttosto ampia.
- Il ritratto, volto alla descrizione psicologica ed interiore dell’uomo e della donna. Era un livello di arte considerato superiore al vedutismo, perché impegnato a descrivere qualità proprie dell’anima.
- La rappresentazione di fatti storici e di eventi mitologici. In questi erano richieste al pittore conoscenze e qualità intellettuali superiori a quelle richieste nei primi due livelli. Era il livello massimo, considerato il più spirituale.
Questi tre livelli corrispondevano ad una triplice suddivisione dell’animo umano, e quindi delle sue capacità percettive:
- I sensi, e quindi la semplice percezione sensibile, corrispondente al paesaggio, alla veduta.
- La “psiche”, intesa come emozioni e sentimenti. Sfera che veniva ben rappresentata, dall’espressività del ritratto, dagli occhi, dallo sguardo dell’uomo o della donna
- L’intelletto. Esso infatti, veniva coinvolto nell’interpretazione dei fatti storici o mitologici rappresentati dal pittore. Facevano anche parte di questo livello le “Allegorie”, in cui dominava l’aspetto simbolico e metaforico. In questo livello le rappresentazioni visibili erano congegnate in modo da suscitare una comprensione dell’invisibile. Come vedremo, per esempio, la bilancia (oggetto visibile e sensibile) evocava la “Temperanza”, virtù invisibile, vero e proprio concetto, che però l’intelletto era invitato ad “estrarre” dalla rappresentazione pittorica.
Delle vedute e dei ritratti, ci sembra superfluo portare degli esempi. Cercheremo invece di esplorare in modo pratico il terzo livello, perché esso rappresenta una modalità di approccio all’arte poco conosciuta dai più, ma nondimeno assolutamente essenziale.
Scegliamo un’opera famosa e completa di ogni aspetto, sia su un piano di bellezza delle forme che su quello che va oltre.
Ecco il quadro:

Si tratta de “L’Allegoria della Temperanza”, affresco di Luca Giordano. Giordano è stato un grande pittore, nato e morto a Napoli, tra il 1634 ed il 1705. Bene, nello “spiegare” il quadro, passiamo dalle forme materiali, cioè da ciò che si vede, a ciò che in un quadro si capisce, si comprende, all’idea contenuta nel quadro. Stiamo approdando alla bellezza interiore del quadro, alla sua bellezza spirituale. Essa è contenuta nei suoi simboli.
Per ragioni di spazio, non possiamo esaurire tutti i significati simbolici, attribuiti da Luca Giordano a ciascuna figura. Può essere un divertente ed utile esercizio da continuare da soli, per auto-educarsi. Mettiamo intanto a fuoco gli aspetti principali. Prima di tutto la luce stessa. Essa ha un suo significato. La temperanza, cioè la capacità di dominare le passioni, sembra emergere dal buio, dalle tenebre del peccato, alla luce divina. La donna al centro dell’affresco, circonfusa da una luce, simbolo di santità, è la Temperanza. Essa regge in mano una briglia, simbolo di moderazione. Perché? Perché le passioni erano spesso a quel tempo rappresentate dai cavalli, che appunto andavano domati e controllati con le briglie. Consideriamo che a quel tempo ci si spostava con quelli, e non con le automobili. Per la gente dell’epoca, l’immagine era immediata. Nell’altra mano la Temperanza regge un orologio, simbolo di pazienza. Giordano vuol dirci che per raggiungere la temperanza dobbiamo prima di tutto forgiare la pazienza, accettando di buon grado le tribolazioni della vita, come ci insegnano da sempre i santi Padri. Ed è un esercizio che dura appunto nel tempo. Ma a chi si appoggia la temperanza? Ad un elefante, simbolo di saggezza. Infatti, solo la saggezza può produrre quell’accettazione delle tribolazioni che genera la pazienza. In alto, sopra, vediamo il simbolo della tranquillità, cioè una donna che tiene in mano un uccello, un “Alcione”. Questo uccello è simbolo di umiltà e di prudenza. Essa vola sopra alla Giovinezza. Questa tiene in mano un incensiere, simbolo della preghiera, ed un serpente particolare, un “uroboro”, cioè il serpente che si morde la coda. Esso è simbolo di eternità. Dunque, la purezza spirituale della Giovinezza difende la temperanza dalla donna a destra, simbolo del desiderio. Essa infatti, si presenta con il seno scoperto, ed ha in mano degli ami da pesca, simbolo della tentazione. Nell’altra mano essa regge una sfera alata che ricorda come il desiderio abbia le “ali”, cioè come voli al di là dello spazio e del tempo. Ci fermiamo qui, per non disperdere l’attenzione del lettore. Ci teniamo però a sottolineare che l’uomo d’oggi può avere difficoltà ad individuare questi simboli. Non così l’uomo del ‘600, la cui cultura era nutrita, anche ad un livello medio basso, da questo genere di metafore per immagini. Esse si presupponeva venissero colte immediatamente, per cui, il nocciolo dell’idea sostenuta dal quadro, non era l’insieme dei simboli isolati. Era la loro connessione, la loro relazione. In altre parole, la collocazione stessa dei simboli sull’affresco richiama tutta una complessa meditazione sull’origine della temperanza. Per quella parte che abbiamo tradotto possiamo riassumere così: alla radice della temperanza sta la tranquillità generata dall’umiltà. Essa, fin dalla giovinezza, se nutrita dalla fede e dalla preghiera, e opportunamente appoggiata alla saggezza, consente di combattere i desideri passionali disordinati, frutto delle tentazioni, imbrigliandoli.
Bene. Questa è la contemplazione e la meditazione a cui il quadro invita. Per certi aspetti, imparare a pensare per immagini, per simboli e per metafore, educa a leggere la stessa scrittura in modo spirituale. Cioè, ci conduce ad andare oltre al significato letterale, come facevano tanti Padri, tra cui Ambrogio da Milano e Cromazio di Aquileia. Anche la lettura degli eventi della vita, in chiave spirituale, non poteva che essere incoraggiata dall’acquisire una lettura di “terzo livello” di un quadro. Dunque, ecco l’aspetto educativo.
Dall’arte classica a quella moderna
Come già accennato, a molti sembra di capire meglio l’arte classica di quella moderna, ma in realtà, non è proprio così. Magari si ammira il disegno, si apprezza la distribuzione dei colori, si nota la struttura piacevole della scena, ma poi difficilmente ci si addentra dentro simboli e metafore. Inoltre, nel caso della mitologia, spesso ciò che è rappresentato sfugge, perché la scuola degli ultimi decenni ha molto limitato l’insegnamento dei miti greci e latini. Una parte del pubblico non li conosce e quindi non può capire. Beh, per fortuna con i ritratti e con le vedute le cose cambiano. Nell’arte moderna, tuttavia, certe cose sono cambiate. La componente espressiva ha vivificato quella che era la classica veduta. Nell’ 800 si è cominciato a parlare di arte “all’ aria aperta”. Il disegno si è trasformato. È diventato meno importante, mentre il colore ha preso il sopravvento, soprattutto là dove esso è stato usato per mettere in maggiore evidenza la luce. Si può dire che la veduta diventa paesaggio, quando questo si carica di quei valori introspettivi e psicologici, che prima venivano ricercati nel ritratto. Da qui il termine “Impressionismo”. Eccone un esempio.

Si tratta della dama bianca nel giardino. Si noti la bellissima luce che letteralmente emana dal quadro, e la dominanza del colore. Il tutto, appunto, generato dall’impressione soggettiva dell’artista, che si cura più di trasmettere questa che riportare fotograficamente la realtà. A quel tempo, siamo a fine 800, i quadri degli impressionisti destarono scandalo. L’abbandono del disegno sembrava una sorta di sacrilegio. Oggi la maggior parte delle persone ha accettato volentieri l’arte di Monet e compagni. Ma gli artisti sono andati avanti, ed hanno cominciato a porsi il problema di riuscire a rappresentare il bello ed il sublime, senza ricorrere alle figure. Kandinskij nei primi anni del ‘900, comincia a produrre quadri astratti, in cui cerca una spiritualità oltre la materia sensibile e rappresentabile. Ecco un esempio:

Kandinskij puntava ad evocare emozioni profonde sulla base di un sapiente uso di linee e colori. Scrisse un testo famoso, intitolato appunto: Lo spirituale nell’arte. Sappiamo che non pochi lettori cominceranno ora a storcere il naso. Perché abbandonare il disegno? Non è proprio quello la bellezza dell’arte? Ebbene no. La vera arte non è una copia esatta della realtà. Non è un esercizio di bravura nel disegno. Perché? Ma perché ce lo ha insegnato l’arte classica. Nel terzo livello artistico, quello che abbiamo descritto fornendo l’esempio dell’allegoria della temperanza, non si cercava il disegno. Si cercava la capacità di evocare qualcosa privo totalmente di contorni e forma, come la virtù della temperanza. L’artista usava per questo simboli e metafore. In quel quadro di Luca Giordano, il capolavoro era l’idea, non il disegno. Allo stesso modo Kandinskij ed i successivi pittori astratti, cercavano di evocare nello spettatore, il senso del bello e del sublime, non con simboli, ma eliminando direttamente la figura disegnata, e puntando sul colore. Ora, non si vuole qui fare una sorta di storia dell’arte. Vogliamo semplicemente condurre il lettore attraverso dei semplici passi, per aiutarlo a scoprire in che senso si può parlare di contemplazione attraverso l’arte. E suggerire come la contemplazione in questione ci sia sempre stata, a partire dalla stessa arte classica. Soltanto i mezzi escogitati per farla raggiungere allo spettatore erano diversi. Il fine, in realtà, era molto simile. Ma vedremo presto come col tempo, anche i mezzi utilizzati si siano molto ravvicinati. Infatti quale era il problema da superare con l’arte astratta? Il problema era questo: come a molti manca l’istruzione necessaria per elevarsi alla contemplazione, interpretando i simboli usati da Luca Giordano, così a molti manca la sensibilità necessaria a percepire il bello ed il sublime in un quadro astratto. Il risultato è stato un progressivo declino dell’astrattismo. Come allora, oggi l’arte propone una educazione alla contemplazione. Lo fa con un ritorno al simbolo ed alla metafora. Sì, esatto. Abbiamo il paradosso di un’arte supermoderna, che opera con mezzi tecnologici nuovi, come video, fotografia ed istallazioni, ma che ricorre però a metodiche “contemplative” del passato. Le stesse usate da Luca Giordano. L’evoluzione (se di evoluzione si può parlare) sta nella semplificazione: una sola immagine simbolica “bruciante”. Dal valore convincente e immediato. Facciamo un esempio:
(per ragioni di copyright possiamo riportare solo il link)
L’uomo che misura le nuvole, di Jan Fabre
https://barbarapicci.com/2019/07/09/fotogallery-26/jan-fabre/
In quest’opera la scultura in sé, intesa come capacità tecnica di esprimere un corpo umano, conta poco. Conta come essa evochi una idea importante:
L’uomo non può misurare con il proprio metro, con la propria razionalità, ciò che lo sovrasta di molto ed abita nel cielo. Anzi misurando la nuvola, troverà che è lunga un metro, ma in realtà in cielo essa misura un chilometro. È una messa in guardia contro ogni metafisica razionale. Un cristiano potrebbe dire che solo l’esperienza mistica ci può riportare qualcosa di Dio, ma non la sua essenza, che è inconoscibile. È un elogio della trascendenza di Dio, un riconoscere che Egli è al di là di tutte le cose. Si tratta di un’immagine decisamente bruciante, a cui è veramente difficile replicare.
Come si può vedere, Jan Fabre ha usato una singola metafora, molto semplice, ma chiara. Il messaggio è diretto e non articolato. La comprensione è immediata. Ecco la contemplazione attraverso l’arte.
Qualcosa di simile, lo troviamo in “Centro di accoglienza temporanea” di Adrian Paci. Ecco il link
https://publicdelivery.org/adrian-paci-temporary-reception-center/
In questa immagine la metafora è rappresentata dalla scaletta stipata di persone di un aereo che ancora non passa. È un’immagine della speranza, qui interpretata da immigrati giunti in Italia chissà come. Sì certo, piò esserci un risvolto politico. Ma quella immagine è anche la nostra. È un’immagine delle speranze che guidano la nostra vita. Tutti aspettiamo un aereo. Tutti guardiamo segretamente in avanti. Tutti cerchiamo di costruire per un futuro che attendiamo. Elevando ancora lo sguardo, possiamo dire che ogni speranza è metafora della speranza cristiana. La speranza “Nella resurrezione dei morti e nel mondo che verrà”.
Ecco ancora la contemplazione attraverso l’arte, realizzata con un’immagine semplice e diretta, con una metafora in cui tutti possiamo riconoscerci. Tutti siamo immigrati.
Conclusioni
Ora, riconosciamolo. Non tutti sono pronti subito a cogliere il senso di queste immagini artistiche. Ma non si nasce “imparati”. Per quanto ci possano essere differenze tra persona e persona, è certo che siamo comunque di fronte ad un cammino. Di fronte all’arte moderna ed alle sue (apparenti) difficoltà, ci sono due possibili reazioni: il rifiuto categorico, che spesso tradisce il pensiero: io ne so di più, e questi sono artisti fasulli. Oppure l’umile ammissione di aver bisogno di imparare. Chi sposa quest’ultimo atteggiamento può cominciare un cammino, che sarà con il tempo denso di soddisfazioni e di….contemplazioni.