La “ Cena”, Mysticos Deipnos in greco, è centro del culto cristiano per l’ortodossia. La Chiesa greca la chiama più comunemente “ Divina Liturgia” “ Theia Leitoyrgia”.
Con parole altissime San Nicola Kabasilas (XIV secolo) così si esprime sulla Divina Liturgia nella sua opera “La vita in Cristo (IV, 10.29)”: “Così perfetto è il mistero della Divina Liturgia, a preferenza di ogni altro sacramento, termine di ogni umano desiderio, in esso conseguiamo Dio e Dio si congiunge a noi con l’unione più perfetta {…} Poiché non era possibile che noi salissimo alla partecipazione dei suoi beni, è lui che, discendendo fino a noi, condivide la nostra condizione e si unisce così strettamente alla natura assunta, che proprio rendendoci quella carne e quel sangue, che ha preso da noi, ci comunica se stesso. Sicché mentre comunichiamo ad una carne e ad un sangue umano, riceviamo nell’anima Dio: corpo di Dio non meno che dell’“uomo”.
Per il pensiero teologico ortodosso attraverso il rituale eucaristico; i cristiani diventano uno con il Cristo: è “mangiare con Dio” e “mangiare Dio”. Il pasto eucaristico è costituito da pane e da vino, elementi che commemorano l’ultima cena che ha preceduto la morte e la resurrezione di Gesù. Questa è avvenuta in un contesto pasquale, nel quadro dell’alleanza e nel genere del sacrificio.
L’ultima cena si è svolta attorno ad una tavola, intorno alla quale stavano i discepoli. Nei primi secoli i cristiani hanno continuato ad usare una tavola, ma quando si cominciò a edificare le chiese, si collocò al centro di esse un “altare”, prima mobile poi anche di pietra. Così mentre gli apologisti affermano che i cristiani non avevano altari, i Padri spiegano il simbolismo dell’altare fisso in pietra quale figura di Cristo, pietra fondamentale dell’edificio chiesa. Tuttavia, a differenza dell’ara pagana un piccolo elemento richiama la Cena, la mensa, ed è la tovaglia. Linguisticamente, nella tradizione bizantina greca, un altro elemento ribadisce il significato della liturgia eucaristica come mensa; infatti, l’altare continua ad essere chiamato Agia Trapeza- Santa Tavola. Trapeza, come quella della casa a cui siede la famiglia, trapeza come il tavolo del cambio o banca!!!
Nella letteratura ortodossa ciò che in Occidente si chiama sacramento, si esprime con il termine “mistero”. Oggi poi i due termini sono usati per lo più anche in Occidente come sinonimi, ed in questo eravamo stati anticipati da Sant’ Ambrogio che, nelle sue “catechesi mistagogiche”, scrive: “De sacramentis, de mysteriis”. Vasto è l’impiego del termine “mistero” : il Cristo è il sacramento fondante, assoluto, parola visibile del Padre. La chiesa è “mystirion” e continuazione di Cristo. Questo nome si usa anche per le sette fondamentali celebrazioni liturgiche della Chiesa legate alla nascita e allo sviluppo della vita cristiana. Tuttavia, non è da intendersi nel senso occidentale odierno, intellettuale, ma secondo il pensiero antico, quando “mistero” era inteso come il modo rituale di attualizzare sensibilmente un evento fondante della storia della salvezza. Allora i riti vengono concepiti come “mysteria” perché svelano l’azione del Dio trascendente che si fa immanente attraverso i suoi simboli. Nel rito-Mysterion la materia creata diventa portatrice, mediante la potenza del Santissimo Spirito, di vera comunicazione con Dio, procurando efficacemente e realmente la salvezza. Così è, in maniera “somma ed eccelsa” secondo le parole del Cabasilas, la Divina Liturgia. Nei testi liturgici si leggono espressioni come: “stare davanti alla sacra mensa con timore e tremore” e si prega perché i fedeli siano resi “degni di partecipare ai tremendi e celesti misteri della mensa sacra e spirituale”.
Dall’inizio del secondo millennio, così come l’Occidente latino, l’Ortodossia riconosce sette segni sacramentali principali, come azioni divine che, per la mediazione della chiesa, hanno reale capacità santificante. “Ta Mysteria”, i misteri sacramentali, sono partecipazione alla vita trinitaria che opera la salvezza mediante l’inserimento nel mistero di Cristo, per opera dello Spirito Santo. La fede e la pratica ortodossa mostra una convergenza di fondo sulla dottrina generale come numero, ministro, soggetto, elementi, segni ed effetti. Rimangono, tuttavia, posizioni diverse sul “carattere” indelebile, e sul riconoscimento dei sacramenti degli eterodossi.
Per tutti i sacramenti, ivi compreso il massimo che è la Divina Liturgia, la teologia ortodossa mostra un carattere più contemplativo che speculativo, più mistico che intellettuale, più carismatico che esegetico. Così nella tradizione bizantina si può parlare di mistero – sacramento quando la Chiesa agisce con l’intenzione di benedire e santificare le persone, sottolineando maggiormente la relazione trinitaria, cristologica, pneumatologia, ecclesiale, antropologica, cosmica ed escatologica.
È del tutto estranea al pensiero ortodosso la possibilità che un ministro non ordinato possa presiedere ad un rito sacramentale, nella vasta accezione che abbiamo appena detto. Gesù non è della tribù di Levi, non è sacerdote secondo la Legge di Mosè, a differenza del suo parente Giovanni Battista. Il ministero di Gesù è piuttosto di genere profetico. Nell’ Ultima Cena egli esegue il rituale del Sèder pasquale giudaico, evocando il sangue e l’alleanza del Sinai e, al medesimo tempo, mostrando una qualifica sacrificale della sua morte, anticipata da questo rito. Anche la data della sua morte ne mostra il carattere sacrificale, in quanto è in relazione con il sacrificio dell’agnello pasquale. E Paolo può dire: “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (I Corinzi 5, 7). Gesù non si è mai attribuito il titolo di sacerdote, che non aveva per la legislazione giudaica, e tuttavia vede la sua missione in una prospettiva ben più ampia del sacerdozio levitico. La sua morte è un sacrificio espiatorio e di alleanza. Sacerdote del proprio sacrificio. Questo è affermato nella predicazione di Paolo e di Giovanni.
La lettera agli Ebrei tratta del sacerdozio di Cristo, radicato nell’essere umano-divino di Gesù che lo rende, ontologicamente, mediatore. La sua “offerta” annulla per sempre il sacerdozio antico e i sacrifici, ed è compiuta una volta per sempre, Cristo esercita il suo sacerdozio in modo trascendente. La lettera agli Ebrei mostra che egli è, al tempo stesso, vittima sacrificale e sacerdote, cosa impossibile nel sacerdozio levitico. Uniti a lui i cristiani partecipano al suo sacerdozio, ma il titolo sacerdotale è riservato a Cristo.
Tuttavia la lettera agli Ebrei non parla di ministeri o sacerdozio nella Chiesa, ma i ministeri trovano la loro giustificazione nella missione della Chiesa che deriva da quella del Figlio e dello Spirito Santo, secondo il disegno del Padre. Gesù ha chiamato i Dodici per affidare loro la responsabilità della sua Chiesa, della sua parola; ha trasmesso loro i suoi poteri, affidando loro il battesimo, l’eucarestia, il perdono dei peccati, non per dignità ereditaria, ma per elezione divina che li rende “ministri della nuova alleanza” (II Corinzi 3,5 e seguenti), “amministratori dei misteri di Dio ( I Corinzi 4,1 e seguenti). È vero che Pietro applica il titolo sacerdotale alla comunità: “un regno di sacerdoti” (I Pietro 2,5,9). Ma gli Apostoli scelsero, elessero ed imposero le mani a Mattia, per sostituire l’empio Giuda e perché non si alterasse il numero scelto da Cristo; e stabiliscono dei responsabili per continuare la loro azione. Taluni hanno il nome di anziani (presbiteri), altri di ispettori (episkopi). La missione di costoro appare una “diaconia”.
La successione apostolica è garanzia di continuità nella fede e nel ministero, e troviamo che si realizza o perché stabilita dallo Spirito Santo (Atti 20, 28), o mediante l’imposizione delle mani ( I Timoteo 4, 14, II Timoteo 1, 6). Questo concetto ministeriale si evolve nelle didaché; con Sant’Ignazio d’Antiochia abbiamo un’evoluzione del vocabolario per definire una gerarchia di tre gradi: Vescovo, Presbitero, Diacono, che costituisce il concetto di ordine sacro tripartito. La “Traditio (tradizio) Apostolica” rende ufficiali questi ruoli, trasmessi con la preghiera e l’imposizione delle mani. Dunque, solo nell’ininterrotta trasmissione del ministero, che parte dagli Apostoli, si ha il ministro ordinato che può presiedere l’eucaristia e, in genere, gli altri sacramenti, riservandosi al solo Vescovo la trasmissione dell’ordine sacro.
A conclusione di questa lunga dissertazione è bene citare la preghiera di ordinazione del presbitero, esattamente la seconda orazione, che il vescovo pronuncia tenendo la mano sulla testa dell’ordinando (durante sempre la Divina Liturgia): “ Dio grande nella tua potenza, imperscrutabile nella tua sapienza, e mirabile nei tuoi disegni sopra i figli degli uomini: tu, o Signore, accorda in pienezza, al Diacono N ……. che ti sei degnato di elevare al grado di presbitero, i doni del tuo Santo Spirito, affinché sia degno di presentarsi incontaminato al tuo Santo Altare, a proclamare il Vangelo della tua salvezza, di celebrare la Parola della tua verità, di offrirti doni e sacrifici spirituali, di rinnovare il tuo popolo per mezzo del lavacro della nuova nascita: perché, venendo incontro alla seconda venuta del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo, unigenito tuo figlio, riceva dalla tua bontà la ricompensa della fedele amministrazione del tuo ordinamento. Affinché sia benedetto e glorificato il glorioso e degno tuo Nome, del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli Amin”.
Esaminando l’anafora bizantina detta di San Giovanni Crisostomo, l’anamnesi o memoriale è assai marcata. L’anamnesi o memoriale nell’uso liturgico, indica la ri- presentazione, il rendere presenti, qui per noi oggi, gli eventi della salvezza, ma non in senso morale, come un ricordo psicologico, bensì mediante un attualizzazione reale e oggettiva della “oikonomia” della salvezza che travalica il tempo e lo spazio. Anche il Grande San Basilio, a cui si attribuisce l’altra anafora più raramente celebrata, intende che la celebrazione eucaristica nella sua totalità costituisce il memoriale, in tutta la sua forza ed efficacia sacramentale. Sostanzialmente, l’intero formulario dell’anafora viene considerato memoriale, in senso globale, di tutto quanto Dio ha fatto storicamente per salvare gli uomini, ma è la cena che è vista come il vertice dell’economia, segno rituale che contiene la Pasqua di morte e di resurrezione. Si fa anamnesi facendo mimesi, si imita facendo memoria. Le parole dell’istituzione costituiscono l’adempimento del precetto di Gesù, la sua mimesi sta nel fatto che il sacerdote ripete le parole ed i gesti, usando pane e vino come ha fatto il Salvatore.
Strettamente legata alla parte del memoriale (anamnesi) è unita la parte epicletica dell’anafora. Ben sappiamo che la questione dell’epiclesi è stata oggetto di inutili e sterili polemiche tra la Chiesa di Roma e l’Ortodossia, soprattutto dopo le precisazioni sull’eucarestia del Concilio di Trento, che avevano però più lo scopo di opporsi alla Riforma protestante che contestare una verità, senza precisazioni momentanee che l’Oriente e l’Occidente non avevano, fino a quel momento, contestato. I prosecutori poi delle teorie del Concilio di Trento, in un clima neoscolastico sempre più rigido, hanno privilegiato l’efficacia esclusiva delle parole storiche dell’istituzione. D’altra parte, l’Ortodossia non ha mancato di rispondere a polemica con polemica, atteggiamento che poco chiarisce una verità che non può essere scientificamente determinata. L’Oriente è riluttante a precisare quali siano le “parole efficaci” ed il momento sacramentale preciso, o espressioni quali transustanziazione, mentre è fermo sul principio che la mutazione avviene per opera dello Spirito Santo. I Padri sia in Oriente che in Occidente erano d’accordo che tutta quanta l’anafora, recitata sul pane e sul vino, trasforma gli elementi in Corpo e Sangue del Signore, e non si preoccupavano di determinare il momento preciso, quasi che quelle parole e non altre avessero una forza magica.
L’Occidente fece riferimento alle categorie aristoteliche di materia e forma: pane e vino e parole del Signore; l’Oriente, molto più coerentemente con la sua pneumatologia ricchissima, sia con la struttura e la teologia dell’anafora antiochena, non accettò transustanziazione e rimase sulla metabolè o trasmutazione degli elementi nel momento dell’epiclesi. Per questo l’Occidente ha dato molta enfasi al “momento della consacrazione”, per l’Oriente essa avviene in forza dell’anafora stessa che culmina specificamente nell’epiclesi. Sono quindi prive di significato dogmatico le discussioni teologiche sul momento della consacrazione tra Oriente e Occidente, avvenute con reciproche accuse di eresia. L’Oriente, per lo sviluppo e la portata della sua pneumatologia, è molto sensibile a questa dimensione misterico-sacramentale e la sottolinea con forza; l’Occidente, per la sua pneumatologia debole e piuttosto embrionale nel canone romano, l’ha sentita ed evidenziata meno. Tuttavia molti studiosi latini si interrogano da tempo sul significato della prece “supplices” che viene dopo le parole dell’istituzione: “ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e del sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo”. In questa si può anche vedere un’epiclesi ascendente a favore dei doni offerti e di coloro che li riceveranno. È da notare che nelle altre anafore aggiunte al Canone Romano dopo il Concilio Vaticano II, l’epiclesi, che chiede l’effusione dello Spirito Santo perché i doni diventino corpo e sangue di Gesù Cristo, esiste anteposta, naturalmente, alle parole dell’istituzione. Ed ancora, perché ci sia possibile eliminare le polemiche inutili, bisogna aggiungere che Sua Santità Giovanni Paolo II vescovo di Roma, iscritto dalla Chiesa Romana nel catalogo dei Santi, dichiarò valida ed efficace l’antichissima anafora degli Apostoli Addai e Mari, usata nella Chiesa Assira (Caldea, per la parte unita a Roma), la quale è priva delle parole dell’istituzione.
- Ospitalità Eucaristica..
Per principio inderogabile la Chiesa Ortodossa non concede agli eterodossi la comunione eucaristica, neppure a quelli che professano la verità del corpo e del sangue di Cristo nei segni del pane e del vino. Nessun Patriarca ha pronunciato parole ufficiali e positive sulla partecipazione all’eucarestia da parte degli eterodossi. Si ricorda però l’illuminato gesto del Patriarca Atenagoras Vescovo allora e non Patriarca, che permise ai preti ortodossi di Cipro di dare la comunione agli Armeni, rimasti privi di clero, nonostante che siano ufficialmente ritenuti eretici monofisiti (talvolta preti ortodossi, specialmente russi, pubblicamente hanno dato la comunione ai latini). Si tratta dell’applicazione di un principio tipico della Chiesa Ortodossa, quello della oikonomia, che è possibilità di derogare in forma temporanea da una prescrizione normativa, senza per questo inficiare in alcun modo la validità della prescrizione stessa. Cosi si mitiga la durezza di una legge nel momento stesso in cui se ne ribadisce la validità, ma si giustifica il mitigare con il fine di agevolare il conseguimento della salvezza quando la legge, in tutto il suo rigore, potrebbe ostacolarla (il matrimonio è ritenuto dall’Ortodossia assolutamente indissolubile, e anche le nozze dopo la morte del coniuge sono ritenute benigna concessione della Chiesa. Ma per oikonomia anche per la morte del matrimonio in sé, la Chiesa ratifica il divorzio e concede di contrarre un nuovo matrimonio).
Nel pensiero dell’Ortodossia, comunicarsi tutti allo stesso calice comporta l’aver eliminato ogni discordia, ogni errore vero o presunto, le differenze nate con la storia e, per i più severi, perfino le differenze di ordine liturgico-rituale. Seguire con interesse, con una buona preparazione, la Divina Liturgia (Messa) nel rito bizantino, vale molto per intendere il pensiero sulla Cena. Questo rito è venuto a caratterizzarsi tra il 381 (Concilio Ecumenico di Costantinopoli I) e il 451( Concilio Ecumenico di Calcedonia). Gli elementi caratterizzanti provengono da Antiochia.
Il primo atto della Liturgia avviene segretamente ad opera del celebrante ed è la preparazione (protesi o proskomidia) del pane e del vino su un piano (tavolo) ben distinto e preparato, a sinistra dell’altare. È un rito assai dettagliato, descrittivo e decorativo nei gesti e nelle parole, accompagnato da formule figurative connesse con i misteri dell’incarnazione e della passione, è una profezia attiva di ciò che verrà compiuto nella seconda parte della Liturgia. Qui il sacerdote compie un’immolazione allegorico-mistica, accompagnata dai versetti di Isaia (53, 7-8) e Giovanni (19, 34-35) mediante un racconto in azione della passione di Cristo. Si usano strumenti sacri sconosciuti in Occidente: si segna e si trafigge con la “lancia” il pane destinato alla consacrazione, si copre la patena con uno strumento detto “asterisco”(stella). La lancia connessa con la passione, la stella con l’incarnazione. Poi il sacerdote, con una grande e magnifica benedizione: “Benedetto sia il regno del Padre, e del figlio e dello Spirito Santo ora e sempre e nei secoli dei secoli”, dà inizio alla celebrazione pubblica. Segue una grande litania in cui si prega per la pace, la chiesa, la gerarchia, i governanti, la prosperità di tutti, il buon clima ed ogni necessità. Seguono tre antifone tolte dai Salmi, concluse da orazioni che fanno memoria anche della festa del giorno. Poi, con una bella processione, si porta il Vangelo e lo si pone sull’altare dove sempre rimane; antichissimamente era questo il vero inizio della messa. Si cantano gli Apolitikion, brevi strofe poetiche che inneggiano al Santo del giorno o al mistero celebrato quel giorno. Segue il canto, ripetuto tre volte, del Trisaghion: “Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi” (lo ha anche la chiesa latina per il venerdì Santo, anche nei libri liturgici più nuovi, ma quasi mai lo usa). Segue la lettura dell’Epistola, dagli Atti degli Apostoli o dalle lettere di Paolo, l’Alleluia con il suo versetto e poi, dopo un solenne incensazione, la lettura del Vangelo. Dopo il Vangelo una nuova litania di supplica per tutti gli uomini e le loro necessità. In seguito il sacerdote incensa l’altare, il tavolo delle offerte, le immagini sacre, tutta la chiesa e i fedeli e, in questa mistica tensione che l’incenso sottolinea, avviene il trasporto del pane e del vino dalla proscomidia all’altare, attraverso la chiesa, quasi a raccogliere con il pane ed il vino anche il cuore dei fedeli. Intanto il coro canta l’inno dei cherubini. Le offerte vengono posate sull’altare ed il sacerdote e il popolo recitano il “Credo”; esattamente dopo l’offertorio, come anche da voi nel rito latino- ambrosiano, con lo stesso dialogo del rito latino si passa al Prefazio che è immutabile e si conclude con il “ Sanctus”. A questo punto comincia quello che i latini chiamano Canone.
La Chiesa Ortodossa usa tre canoni (Anafora). L’Anafora di San Giovanni Crisostomo è usata nella maggior parte dei giorni dell’anno, quella di San Basilio il Grande, è usata solo una decina di volte l’anno. Esiste anche una Divina Liturgia di San Giacomo, fratello di Signore, ma è caduta in disuso anche se è possibile celebrarla il 23 Ottobre, festa del Santo e, talora, la Domenica dopo Natale. Questa anafora è molto bella ed antica, riflette gli usi liturgici della Chiesa di Gerusalemme; assai diversa da quelle delle liturgie di Basilio e Crisostomo, ha conservato elementi, nonostante i rimaneggiamenti nei secoli, che risalgono alla Chiesa primitiva, anche con un influsso ebraico.
Esiste anche una Liturgia dei Presantificati per i giorni liturgici della Grande e Santa Quaresima, inserita nella celebrazione vespertina, in cui ci si comunica con l’Eucaristia preparata la Domenica precedente (il rito latino romano l’ha conservata unicamente per il Venerdì Santo – attribuita a San Gregorio Papa di Roma).
Ritornando alla descrizione della Liturgia del Crisostomo, la più frequente, dopo il “Sanctus” il sacerdote fa un breve riassunto dell’economia della salvezza che porta alle parole dell’istituzione, cantata ad alta voce. Segue l’anamnesi dell’economia della salvezza: passione, morte, resurrezione ed ascensione di Cristo. Segue la solenne e mistica epiclesi allo Spirito Santo, perché trasmuti e riveli il Corpo ed il Sangue di Cristo e discenda anche su quanti si comunicheranno. Vi è poi, come nei Canoni Latini, il ricordo della Madre di Dio, la commemorazione dei Santi, dei defunti, dei viventi e della sacra gerarchia. Il Canone si conclude con un’ardente supplica per l’utilità spirituale di tutti. Subito dopo c’è la recita del “Padre nostro”, e l’elevazione del pane consacrato accompagnata dal canto del sacerdote di una formula antichissima e pregnante: “le cose Sante ai Santi”. Poi, all’ altare, il sacerdote compie la frazione del pane, già Corpo di Cristo, e l’immissione di un frammento nel calice mentre dice: “si spezza e si spartisce l’Agnello di Dio, il Figlio del Padre, Egli che si spezza e non si divide, che sempre si mangia e giammai si consuma, ma santifica coloro che ne partecipano”. Segue la comunione del clero e dei fedeli, sempre e soltanto sotto le due specie. Il cucchiaino è chiamato “pinza” o “molle”, ricordando allegoricamente le molle dell’altare con cui l’agnello prese un tizzone ardente per purificare le labbra del profeta Isaia. Dopo alcune preghiere di ringraziamento per i doni ricevuti c’è la benedizione finale ed il congedo, in cui si invocano, oltre a Cristo e alla sempre Vergine Maria la Madre di Dio, anche i Santi.
Amin.