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L’ultimo posto
Giunsero a Cafarnao; quando fu in casa, domandò loro: «Di che discorrevate per strada?» Essi tacevano, perché per via avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: «Se qualcuno vuole essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Marco 9,33-35).
Che dono abbiamo noi laici! Non dobbiamo cercare l’ultimo posto, ce l’abbiamo già. Non siamo Vescovi, non siamo preti, non siamo diaconi. Nella Chiesa siamo all’ultimo posto. Quello dove Il Signore si è incarnato. Ricordate? Gesù nacque a Betlemme. Giuseppe e Maria cercarono invano un posto in albergo, ma per loro non c’era. Dovettero arrangiarsi. Il mestiere di Giuseppe, il falegname o carpentiere, non era l’ultimo nella scala sociale di quel tempo. Nascere però in un modo così arrangiato sì. Quello era davvero il posto dei dimenticati. In una stalla? Forse. Non ci sono certezze, ma sicuramente qualcosa del genere. Ma se Gesù è nato all’ultimo posto e ci invita a cercare l’ultimo posto, perché rivendicare autorità? Perché protestare per il ruolo secondario che i laici hanno nella Chiesa? Non ha senso! Non ha proprio senso!
Sapere chi veramente siamo
Ma non basta. Se soltanto siamo un po’ capaci di guardare in fondo a noi stessi, ci potremmo accorgere che siamo capaci di tutto. Quante sciocchezze abbiamo fatto e da quante ci ha protetto il Signore, tenendoci una mano sulla testa! Guardiamo una buona volta alla nostra rabbia: saremmo capaci di colpire. Non illudiamoci. Qualcuno ci trattiene, altrimenti potremmo colpire. Forse anche infierire. Scaricheremmo la nostra rabbia con soddisfazione. Con odio. E il desiderio? Cerchiamo di evitare le occasioni, ma quando esse ci colgono di sorpresa…. siamo scombussolati. Non è più il fuoco dello Spirito che ci brucia dentro, ma quello della passione. E se soltanto riusciamo a contenerci non attribuiamo la vittoria alla grazia del Signore, ma a noi stessi, e giudichiamo con arroganza chi non ce la fa. Ci sentiamo buoni. Diversi dagli altri. Ma ammettiamolo una buona volta: siamo capaci di tutto, proprio di tutto.
E allora perché pretendere di essere ascoltati? Perché chiedere che i laici siano presi in considerazione, abbiano un ruolo, siano “riconosciuti” nella Chiesa? Quali sarebbero i nostri meriti? Quali i nostri carismi? In realtà per fortuna siamo all’ultimo posto, altrimenti combineremmo disastri. Stiamo dove non facciamo danni. Ma paradossalmente siamo là dove molti cercano di essere, senza riuscirci. Sì, perché siamo là dove in realtà possiamo fare molto. Davvero molto. L’unico problema che abbiamo è che non ci crediamo. E allora dobbiamo solo ringraziare. Ringraziare e ringraziare.
Farsi servitori di tutti
Ma come possiamo renderci utili alla Chiesa ed al Regno se nessuno ci considera? I modi sono tanti ma si lasciano scoprire solo se li cerchiamo. Vediamo:
- Oggi nessuno è capace di ascoltare. Vogliono tutti parlare, convincere. Credono tutti di avere cose importanti da dire. Il che significa naturalmente, essere importanti. Se si chiede di essere ascoltati, se si chiede considerazione, ci facciamo servire. Gli altri si fanno nostri servitori. Ma chi è capace di ascoltare si fa servo di tutti. Ascoltare. Ascoltare con pazienza. Ascoltare tutto. Cercare di capire senza giudicare. Senza scandalizzarsi. A volte basta questo. A volte chi parla scarica un suo bisogno. Talvolta è un bisogno di chiarirsi da solo. E non di rado il chiarimento viene da sé. Senza bisogno di consigli esterni.
- Poche parole. Non un fiume. Facciamoci una domanda: chi convince? Quando le parole cambiano davvero il comportamento delle persone? La tradizione ci offre degli esempi molto chiari. Un giorno Agostino d’Ippona si stava chiedendo cosa volesse il Signore da lui. Si sentiva indeciso ed ansioso. Ad un tratto udì fuori dalla finestra un bambino che recitava in latino: ”Tolle et lege! Tolle et Lege!” (Prendi e leggi, prendi e leggi). Allora si precipitò sulla Bibbia e lesse la prima frase che gli capitò sotto gli occhi: era un invito a vendere tutto ed a seguire il Signore. Fu così che si fece felicemente monaco. Poi abbiamo il racconto del Pellegrino russo: udì in Chiesa il versetto della lettera ai Tessalonicesi: ”Pregate incessantemente”. E da lì cominciò la sua memorabile ricerca spirituale. Questi esempi ci dicono che è la Grazia che opera servendosi delle parole dell’uomo, e non l’abilità oratoria di questo o quello. Quando la grazia opera, anche una sola parola (per es. “Seguimi”!) cambia le nostre vite.
Dunque anche per noi tutto ciò ha un valore inestimabile. Il Signore non ci chiede una grande sapienza nel parlare. Ci propone di essere come una matita nelle Sue mani. Nell’ascoltare i nostri amici o chi ha bisogno, basta rispondere con poche parole dette col cuore, per permettere alla Grazia di agire e toccare l’anima di chi chiede aiuto.
Ecco la predicazione del laico. Rifuggire dal cercare il pubblico, rifuggire l’oratoria, parlare senza autorità, come è giusto che sia per un laico, ma far operare lo Spirito. E così tutti noi siamo chiamati a fare, nell’amicizia, nell’ascolto di chi ha bisogno, nelle poche e povere parole che il Signore ci chiede di dire.
Servire tutti nell’intercessione
Ma c’è un modo privilegiato di servire veramente tutti: pregare, pregare intensamente per la Chiesa. Intercedere per i preti, per i Vescovi, per tutti. Per questo è necessario, direi indispensabile, ricavarsi un momento quotidiano di preghiera personale. Mezz’ora, un’ora. Meglio se al mattino. Recitare poco. Giusto un salmo. Quindi la preghiera spontanea, espressa con la semplicità dei bimbi. Farsi presenti a Dio con fiducia, con abbandono. E chiedere. Chiedere per tutti, chiedere per la Parrocchia, per la Diocesi, per tutti i cristiani. Per tutti. Farsi servi di tutti con la preghiera. Vivere ed interpretare la preghiera come un servizio. Ecco la chiave di volta che quasi ci costringe, non volenti, a diventare primi. Perché? Ma perché come è l’anima che governa il corpo, così è il mondo dello Spirito che governa la realtà materiale. Le vicende umane, la storia. Tutto si decide in alto, non in basso. Ecco perché chi si fa servo di tutti con la preghiera e l’intercessione, si ritrova, spesso con sorpresa e senza volere, al primo posto. Quando ci si sente come un bimbo seduto sulle ginocchia del Signore, trastullati dalla sua voce come un Padre amoroso, allora sappiamo che saremo ascoltati. I bimbi non dubitano del Papà.
Conclusioni
Il laico consapevole che cerca il Signore può trovarsi, se vuole, se lo accetta, in un posto assolutamente privilegiato: l’ultimo. Una benedizione capace di trasformarlo in un bambino fiducioso, libero dall’arroganza della vanità, e ricco di un Padre pieno di amore.