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La carità: quale è il problema?

Un cristiano con un minimo di educazione spirituale sente giustamente l’esigenza di fare qualcosa per aiutare il prossimo. Fare elemosine, proporsi per un volontariato in parrocchia o fuori, servire in chiesa. Tutto normale. È una bella cosa. Ma arriverà il giorno in cui il Signore non chiederà dei soldi per qualcuno che non ne ha. Arriverà il giorno in cui chiederà te stesso. Dare amicizia, consolare gli afflitti, dare un consiglio a chi ne ha bisogno. A questo punto tutto sembra semplice, ma non lo è. Dove sta il problema? Sta nel fatto che noi tendiamo a vedere nell’altro noi stessi. Nel nostro inconsapevole egocentrismo, tendiamo ad attribuire all’altro il nostro temperamento, i nostri gusti, le nostre esigenze, il nostro modo di reagire alle difficoltà. Siamo inclini alla compagnia? La proponiamo a colui che in quel momento è in difficoltà. Ma questa persona magari si sente meglio se sta sola qualche giorno. Crediamo che portarla al cinema possa distrarla? Ma incontriamo un netto rifiuto, perché si tratta di qualcuno che odia cinema e TV. Gli portiamo un bel dolce? Ma scopriamo che si tratta di un diabetico a dieta. A questo si aggiungono frasi inopportune, gaffes, dimenticanze nei momenti cruciali. Chi scrive ricorda distintamente la visita di un parente ad un prete malato di tumore al cervello, consapevole di essere  ormai agli sgoccioli della propria esistenza. Questo parente portò tutto soddisfatto in regalo una banconota da 50.000 lire (a quel tempo non c’era ancora l’euro).  Vi potete immaginare il disinteresse del povero prete alla vista di quell’inutile regalo. La sua indifferenza gelò quell’uomo che si credeva tanto generoso. Beh! È una immagine che chi scrive ricorda ancora come un monito per sé stesso. Come è facile essere inopportuni. Come è ovvio essere egoisti ed insensibili!

 

La prima cura: pensarci

Sembra una banalità, ma prima di tutto dovremmo assimilare un concetto base: gli altri sono diversi da noi. È il primo passo.  Ma solo il primo. Poi cominciare ad osservare gli altri in modo distaccato. Almeno accorgersi di quanto di nostro mettiamo nei giudizi che diamo. Quale strada migliore allora di seguire il consiglio evangelico: non giudicate per non essere giudicati (Matteo 7,1-5; Luca 6,37-38).

Gesù fa un appello specifico alla volontà. Va da sé, che stiamo parlando in una situazione in cui si frequenta con regolarità la divina liturgia, ci si comunica, ci si confessa, si prega almeno un po’, e si legge via via qualche capitolo della Sacra Scrittura.  Insomma si sta parlando di un fedele comune ma assiduo. Il giudizio è forse il luogo dove massimamente si esprime il nostro egocentrismo. Spesso alimentato dai giornali, interessati a denigrare certe figure in modo interessato, impariamo a condannare prima del processo, senza renderci conto di essere letteralmente manipolati. E poi le “voci”, le cosiddette “impressioni a pelle”, le malignità a cui crediamo per il piacere di dire male. Questo il primo passo: liberarsi di ogni giudizio. Secondo passo: cercare di trovare sempre il bene soprattutto nelle persone con cattiva fama. Anche perché questo è il modo di guardare del Signore. Noi non ce ne accorgiamo, ma la nostra impurità è attirata dalla impurità degli altri.

 

Uno sguardo sempliceuindi il passo successivo: esercitarsi a trovare sempre un lato positivo di chiunque sia

Ricordate? Matteo 6,22: “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso”. Esercitarsi  non vuol dire fare da soli, ma mettere a frutto la grazia ricevuta con la liturgia ed i sacramenti. Meglio ancora se ci aiutiamo chiedendo il soccorso dello Spirito Santo con la preghiera. Il nostro occhio per diventare semplice non richiede terribili esercizi ascetici. Non si ripeterà  mai abbastanza che il giogo del Signore è dolce ed il suo peso leggero (Matteo 11,25). Si tratta solo di usare la grazia che ci è già stata data: allontanare i giudizi negativi come fossero tentazioni, e cercarne invece di positivi. Ottenere uno sguardo semplice ci porta ad avere lo sguardo di Dio stesso. Semplice perché privo delle nostre passioni: ira, invidia, rabbia e risentimento.  Semplice perché distaccato e disposto a vedere tutta intera una certa situazione o persona. L’attenzione all’insieme, consente di scoprire particolari inaspettati, che consentono talvolta di comprendere certi atteggiamenti a prima vista condannabili. La semplicità dello sguardo consente il passaggio della luce che così illumina tutto il corpo. Cosa vuol dire? Vuol dire che tutte le nostre facoltà beneficiano della luce del Signore. La conseguenza del ripetersi di tale illuminazione è il progressivo migliorare delle nostre facoltà di giudizio, che allora cominciano a cogliere nell’altro quella diversità da noi che può nutrire la nostra carità.

 

Dal rifiuto della maldicenza alla scoperta dell’altro

In fondo è tutto molto semplice. Combattendo ogni tipo di maldicenza, da quella giornalistica a quella dei vicini di casa, noi pratichiamo letteralmente un digiuno! Una ascési più valida di certe rinunce corporali. Come si vede si tratta di un esercizio semplice e lo si creda davvero: favorito dalla grazia dei sacramenti. Succede allora che si scopre con meraviglia un altro mondo! Gli altri diventano pianeti da scoprire, che riservano talvolta meravigliose sorprese. Quanto è bello allora vivere circondati da profumati fiori di virtù nascoste!

La vita diventa più rosa anche per noi, e la nostra carità è più efficace.

 

Conclusioni

Abbiamo tratteggiato un problema che può avvelenare la nostra spinta all’amore per gli altri. Abbiamo scoperto che in fondo basta poco per semplificare il nostro sguardo, e diventare recettivi alla luce. Cercando il Bene infatti lo si trova negli altri e soprattutto anche in noi stessi.