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Il pane e il vino frutto del lavoro dell’uomo

“Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio»” (Matteo 26,26-29).

Ora, come sono finiti su quella tavola il pane ed il vino? Ce lo siamo mai chiesto? Il pane viene dal grano, che è stato seminato e poi raccolto dal contadino, messo in sacchi che sono stati realizzati da operai che hanno usato tessuto fatto da donne che hanno preso il materiale da filare da altri contadini. Poi i sacchi vengono trasportati da carri di legno, e quindi realizzati da falegnami, che hanno usato materiale fornito dai tagliaboschi. Per costruire il carro ci sono voluti degli attrezzi a loro volta costruiti da altri uomini con metalli estratti dalla terra e quindi lavorati al fuoco dal fabbro. Ma il fabbro ha prodotto anche le liste di ferro che tengono unite le assi del carro, che è guidato dal fiaccheraio che lo porta dal mugnaio al mulino. Ma il mulino è stato costruito da muratori con mattoni e calce, a loro volta termine di un’altra lunga catena produttiva… insomma, siamo appena all’inizio e già abbiamo coinvolto numerosi lavori. Ma è importante ricordare il termine di questa lunga catena: nella chiesa ortodossa il pane che diventerà Eucarestia è spesso preparato in famiglia dalle donne, a suggellare che anche la famiglia entra nel suo ciclo produttivo. E che dire del vino e del bicchiere che lo contiene? Anche qui osserviamo il coinvolgimento di molti lavori, tutti proiettati all’unisono per produrre quel vino che diventerà il Sangue di Cristo.

Perché abbiamo detto tutto questo? Per spiegare in modo semplice e chiaro, che l’Eucarestia trasforma  in corpo e sangue di Cristo il frutto di tutti i lavori e di tutte le attività umane, anche familiari, riassunti simbolicamente nel pane e nel vino, su cui il Sacerdote invoca la discesa dello Spirito Santo.  Tutte le attività umane vengono santificate, trasformandosi nella sostanza stessa dell’incarnazione. A pensarci bene, un punto di partenza meraviglioso, su cui non si medita mai abbastanza. Dio ha voluto riassumere, santificandole, tutte le nostre attività nel corpo e nel sangue di Suo Figlio. E il sacerdote, non di rado coscientemente, al momento della preghiera Eucaristica, il momento più solenne della liturgia, offre a Dio tutte le attività dei suoi parrocchiani. Siamo tutti lì, sulle sue mani, offerti al Signore. E il ciclo si chiude con la comunione. Noi mangiamo le nostre stesse attività, trasformate nel corpo e nel sangue del Signore, per nutrirci spiritualmente e trasformarci a nostra volta. Per mezzo di Cristo, lo Spirito entra in noi per re-iniziare il ciclo, informando di santità, ogni nostro gesto, ogni nostro lavoro, tutta la vita familiare. Un autentico circolo virtuoso che progressivamente solleva da terra il cristiano, per farlo salire lentamente verso la Gerusalemme celeste.

 

Sacerdozio ministeriale e sacerdozio del laico.

Ecco allora perché è importante la consapevolezza di questo ciclo. Esso infatti non va soltanto dal sacerdote al fedele, ma anche dal fedele, anzi dall’umanità intera, al sacerdote. Rispetto al resto degli uomini, il fedele è chiamato alla consapevolezza di questo santo percorso, affinché partecipi coscientemente all’offerta di tutte le attività, realizzata poi nel sacerdozio ministeriale del prete, durante la liturgia Eucaristica.  Ora si può dire che il ciclo Eucaristico, comprensivo anche del movimento che va dall’uomo al prete, rappresenti il fondamento della santità del laico. L’offerta a Dio gradita, del proprio lavoro, delle attività familiari e financo dello stesso riposo (perché finalizzato al lavoro), o della stessa ricerca di un lavoro da parte di chi non ne ha, rappresenta il normale ricettacolo della grazia che purifica dalle conseguenze del peccato ancestrale: Con il sudore del tuo volto mangerai il pane (Genesi 3,19).  Ma perché questo avvenga è necessaria la prima parte del ciclo: la trasformazione del pane e del vino e la comunione Eucaristica. Essa “scalda” il cuore del laico, che vivrà le proprie attività, con una fiamma d’amore per Dio, che è la manifestazione vivente dell’azione dello Spirito, comunicato al fedele dal corpo e dal sangue di Cristo. Questa fiamma rappresenta quel “fuoco” spirituale che “brucia” in offerta a Dio ogni attività umana. E da questa attività si sprigiona un incenso spirituale, che giunge in alto, fino al Trono di Dio. E’ così che si prepara spiritualmente l’offerta che sarà poi concretizzata nella sua pienezza, sull’altare, da parte del sacerdote. E inizierà un nuovo ciclo. Ma per il profondo realizzarsi di questo santo movimento, dal fedele al sacerdote, è di grande utilità la consapevolezza. Esso naturalmente si realizza lo stesso, ma il fedele che vi partecipa con piena coscienza, favorisce con la sua partecipazione, la propria santificazione.

 

La liturgia nella vita ed il sacerdozio del laico

Certo si dirà, tutto questo è difficile. Sì, lo è se non facciamo attenzione al cuore ed alla fiammella dello Spirito che l’Eucarestia vi accende. E che questo avvenga ce lo spiega San Paolo: “…La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5,5). Ecco perché i santi asceti dell’Athos insistono tanto nel porre attenzione al cuore. Per scoprire e valorizzare il dono dello Spirito che scalda i cuori, e con essi, come abbiamo detto, tutte le nostre attività. Se invece ci proiettiamo all’esterno, magnetizzati dai nostri affanni, ecco che ci dimentichiamo del cuore, e la nostra fiammella, che comunque esiste, rimane nascosta. La santità del laico dunque, parte da qui. Ma prosegue. Come? Ora se il gemito di amore che ci parte dal cuore rappresenta quella preghiera senza parole che offre le nostre attività, a completare la trasformazione del lavoro e della vita familiare in liturgia cosciente, è necessario il corredo simbolico, proprio appunto, di ogni forma liturgica. Per esempio, nella “piccola entrata” della liturgia eucaristica,  un accolito precede il sacerdote portando in alto una candela. Si tratta del simbolo di San Giovanni Battista che “precede” il vangelo portato dal prete. Tutti i movimenti della liturgia Eucaristica sono simbolici e come tali esposti da San Massimo il Confessore, nella sua opera “La Mistagogia”. Questo grande santo sottolineava appunto, come i simboli sacri fossero un ponte tra invisibile e visibile, tra cielo e terra. Essi partecipano del sentimento vivo della Divina Presenza che il laico avverte durante le liturgie. Allo stesso modo, anche se in un contesto non sacralizzato dal sacerdote, le attività umane hanno tutte una valenza simbolica. Se noi guardiamo al lavoro con gli occhi del contemplativo, scopriamo anche qui l’invisibile nel visibile. Non è forse un simbolo di purificazione il netturbino che spazza le strade? O il muratore che costruisce una casa non ricorda Gesù che ci invita a costruire la “nostra casa”, cioè la nostra fede, su fondamenta solide e non sulla sabbia. E come non vedere Gesù che si cinge con un panno e serve gli apostoli nell’ultima cena, quando vediamo lavoratori che servono il pubblico nelle amministrazioni o nel commercio!  Vogliamo poi vedere la donna che allatta? Non ci ricorderà le tante icone di Maria? Non insistiamo per non allungare eccessivamente questo articolo. Ora  è proprio il lato “invisibile” delle nostre attività, a fornire il lato simbolico che completa la liturgia del laico. Essa appare così fornita di tutti e due i lati della liturgia: la preghiera (l’amore per Dio nel nostro cuore) ed il simbolo. Un simbolo, lo ripetiamo, non sacralizzato dalla presenza del prete, sacerdote non laico ma ministeriale. E purtuttavia un simbolo ravvivato dalla nostra offerta di sacerdoti, laici d’accordo,  ma nel nostro piccolo, sacerdoti. Come la stessa Chiesa ci considera.

 

Dal Simbolo la Virtù

È da questa segreta liturgia, anche se del tutto incosciente, come avviene nella maggior parte dei casi, che nasce la virtù. Il lavoro, la vita familiare, generano gioie ma anche tribolazioni. E ci dice San Paolo: “E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza” (Romani 5,3-4).Quali virtù? Ogni lavoro ha le sue: il barista l’obbedienza, lo psicologo l’ascolto, il muratore la prudenza e la scienza, la madre l’insegnamento ai piccoli,  etc.  Eccoci dunque arrivati a quanto si era detto in modo succinto qualche rigo sopra. Siamo arrivati a descrivere il processo di santificazione del laico attraverso il ciclo Eucaristico, in cui egli assume un sacerdozio che non è ministeriale come quello del prete, ma purtuttavia è sacerdozio santo che guarisce e lentamente trasforma.

 

Conclusioni

Ecco come l’Eucarestia diventa fontana zampillante di grazia. Essa genera un santo ciclo che trasforma la vita umana in una segreta liturgia. La consapevolezza di questa opera può trasformare ogni laico in un sacerdote che offre efficacemente la propria vita a Dio.