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Una difficile affermazione

Non si creda che le immagini sacre abbiano avuto vita facile. Fino al secondo concilio di Nicea convocato nel 787,  ci furono patriarchi ed imperatori ostili alle icone. Il sinassario ricorda martiri e confessori fedeli al ruolo liturgico e spirituale delle icone. Si trattava di comprendere che dopo l’incarnazione del figlio di Dio, tutta l’economia divina era cambiata. Una “icona di Dio”, Gesù,  “fatto ad immagine e somiglianza” del Padre, come recita la Genesi, era apparsa sulla terra. Si faceva fatica a comprendere che a quel punto il divieto dell’Antico Testamento, relativo alle immagini, era decaduto, come facente parte di una economia superata. Alla fine, il secondo Concilio di Nicea chiarì che il fedele quando onora una immagine non onora il legno, ma colui che vi è rappresentato. Nel tempo si cominciò anche a comprendere altri aspetti, tra cui il fatto che proprio l’evento dell’incarnazione richiedeva di rappresentare non tanto l’aspetto “umano” dei soggetti dipinti, ma piuttosto il loro carattere Divino-Umano. Si trattava cioè di riprodurre nel Cristo qualcosa che ci aiutasse a pensare anche alla Sua divinità, e nei Santi la loro profonda unione con lo Spirito Santo. Ma vediamo un po’ più da vicino tutti questi aspetti.

 

Il ruolo del simbolismo

Un importante aspetto delle icone, risiede nel loro carattere simbolico. Esse contengono una teologia visiva che risponde ad una duplice funzione: quella di educare i fedeli (spesso analfabeti fino a pochi decenni fa), e quella di rappresentare un ponte tra l’invisibile ed il visibile. Come? Vediamo un esempio concreto. L’icona del “Cristo Pantocrator” o Re dell’Universo.

Quali simboli sono presenti?

  • Innanzitutto il fondo oro, che simboleggia la luce divina
  • Poi l’aureola o nimbo, che esprime la divinità di Cristo, sia attraverso il colore oro, quindi riferito anch’esso alla luce increata, e poi dalle lettere greche che troviamo ivi inscritte che significano ”Io sono”, cioè la frase pronunciata dal Padre quando appare come roveto ardente a Mosè.
  • Quindi le vesti: rossa a significare la divinità e la regalità, in quanto nei primi secoli il colore che simboleggiava il potere imperiale era appunto il rosso, il mantello blu che indica il corpo che ha rivestito Dio incarnato.
  • Poi la mano, con due simboli: le dita formano la parola ICXC che si riferiva in greco antico al Cristo. Inoltre, la congiunzione di due dita simboleggia l’unione senza confusione di divinità ed umanità, mentre le tre dita restanti simboleggiano la trinità.
  • Infine, il libro sta ad indicare non solo il Vangelo, ma anche il “Libro delle azioni degli uomini”, il libro del giudizio sulle opere degli uomini alla fine dei tempi.

Ma perché il simbolismo è importante? Massimo il Confessore riassunse  nel VII secolo il pensiero dei padri in un libro molto importante chiamato “La Mistagogia”. In questa opera il santo descriveva il simbolismo presente nella liturgia eucaristica. Ma soprattutto, quello che veramente è decisivo, sta nella sua descrizione generale del valore del simbolo. Esso rappresenta un ponte tra invisibile e visibile, e come tale dà una impronta specifica e sacra a tutta la liturgia. Essa infatti fa presente Dio ai fedeli ed al sacerdote. In questo “Farsi Presente” il simbolo gioca insieme alla parola un ruolo fondamentale. Per quanto riguarda le icone dobbiamo pensare prima di tutto che concorrano allo stesso modo al fine dell’azione liturgica, in Chiesa. Poi nelle case, esse vanno un po’ viste come il prolungamento di questa azione nelle case dei fedeli. Liturgia casalinga appunto, operante attraverso i simboli sacri.

Dobbiamo tuttavia riconoscere che in Occidente  il termine simbolo vuol dire poco o nulla. Si dice infatti “…ha un valore solo simbolico…” proprio delle cose che non contano nulla. Ma in tutte le culture del mondo ed in tutti i secoli passati non era così. Basti pensare a quella che può essere una prova in negativo del valore del simbolo. In tutte le culture, dagli sciamani siberiani agli uomini–medicina dei nativi americani,  nel Vudù africano come nella magia rinascimentale, la magia opera con questi fattori: rituale, simbolo e parola simbolica. Non ci sono eccezioni. E  purtroppo funziona. E perché funziona? Ce lo dice Elifas Levil, la voce più autorevole della Magia occidentale, il mago dei maghi e maestro indiscusso fin dall’ottocento, epoca in cui visse. “Ogni  atto magico consiste in un rapporto dell’uomo con un demone”. E questo rapporto viene stabilito con il simbolo, il rituale e la parola magica. Non solo, ma gli stessi amuleti sono dei simboli. Essi agiscono proprio perché come la magia “fanno presente” un demone, che soddisfa il desiderio di fortuna materiale di chi li porta. Stiamo attenti quindi a tenere in casa, per leggerezza o noncuranza, simboli esoterici di qualsiasi genere. Come per esempio l’ Ankh egizio, spesso portato in Italia o regalato, come ricordo di un viaggio in Egitto.

Dunque se il simbolo ha tanta efficacia in negativo, di certo ce l’ha anche in positivo, con il Signore Gesù, Maria e tutti i santi.

Ora qualcuno potrebbe avere da ridire sul valore reale della magia e sulla esistenza dei demoni. Beh! Tagliamo corto. Chi non crede agli spiriti maligni non crede neanche al Vangelo che li descrive abbondantemente. Chi non crede al Vangelo o vi crede solo in parte semplicemente non è un cristiano.

 

La rappresentazione dell’unione con Dio nei santi

Ci rimane un aspetto delle icone ancora da chiarire. Infatti, come avevamo già accennato all’inizio, nelle icone il pittore è tenuto a rappresentare la divino-umanità di chi dipinge, e non solo il suo aspetto materiale. È per questo che l’immagine iconica perde naturalezza e sembra quasi dipinta in modo troppo sintetico. Vediamo per esempio l’immagine di Santa Maria Egiziaca.

In questa immagine si vede come la santa non sia dipinta in modo naturalistico, in un modo cioè che possa richiamare alla mente una esistenza solo materiale. Il disegno è schematico, le dita sono affusolate. Ma perché tutto questo? Beh, si vuol fare assumere alla figura un carattere a sua volta simbolico. Essa infatti rimanda alla santità di Maria Egiziaca alludendo al suo “Divino Progetto”. Essa cioè è rappresentata in un modo che si vorrebbe avvicinare al “Progetto” che di lei Dio aveva nella Sua volontà fin dall’inizio dei tempi. Anzi, prima del tempo, nell’Eternità. È ciò che Giovani Damasceno e Dionigi Aeropagita chiamano “Il Consiglio di Dio”, e Massimo il Confessore il “Logos”. Sì, perché la santità consiste appunto  nel realizzare in vita il progetto di Dio su di noi. La Sua Volontà su di noi. Tutto ciò non è così banale. Spesso infatti cerchiamo la Volontà di Dio in certe nostre possibili scelte che dovremmo operare,  sul da farsi in pratica. Scegliere di fare quella cosa o quell’altra. Ma il “Logos” , il “Progetto” Divino è qualcosa di molto più profondo e riguarda quello che si è”. Si tratta dell’”Uomo Interiore” che San Paolo ci chiede di realizzare in noi  nella lettera agli Efesini (3,14-21). Di quell’uomo o quella donna che sta nell’intimo di noi stessi, soffocato dalle nostre passioni, se non riusciamo a controllarle. È la parte più bella di noi che il Signore ci chiede di scoprire. Essa corrisponde alle virtù evangeliche che Dio ci chiede specificamente di sviluppare attraverso il nostro lavoro, la nostra famiglia, le nostre attività. A Santa Maria Egiziaca chiese di vivere la Virtù della contemplazione intesa come rapporto assoluto e solitario, come un “io-tu” col Signore, da realizzarsi nel deserto palestinese. Per questo la santa è rappresentata col deserto dove pregava  e con la grotta dove viveva, a simboleggiare, insieme con la figura scarna e schematica, la realizzazione del suo “progetto”, della sua santità, della sua profonda unione con lo Spirito Santo. È lo stile chiamato “Cretese”, dall’isola di Creta da cui ha avuto origine.

 

Conclusioni

Abbiamo visto il senso profondo delle icone, ed indagato il loro valore spirituale. Adesso sappiamo che tenere in casa una icona è un po’ come tenere in casa, un piccolo pezzo di liturgia tutto per noi. È un po’ come realizzare una chiesa domestica, dove mantenere vivo il ricordo di Dio, e chiedere ai santi di intercedere per noi.