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Le ascensioni nel cuore

“Beato l’uomo il cui soccorso viene da te Signore:

hai disposto nel suo cuore ascensioni,

alla valle del pianto, al luogo stabilito;

perché colui che ha dato la legge elargirà benedizioni;

andranno di potenza in potenza, si mostrerà il Dio degli dèi in Sion” (Salmo 83,5-7 -LXX ).

Come interpretare questo bellissimo passo della Bibbia? I Padri focalizzano l’attenzione sulle “ascensioni nel cuore fino alla valle del pianto”.  Essi ci spiegano che il soccorso del Signore si realizza prima di tutto nel pentimento. Sta lì prima di tutto il dito di Dio. Pentirsi è un dono. Un dono che va richiesto e che rappresenta per l’uomo una rivoluzione. Vediamo da vicino cosa essi vogliono dire. Per farlo dobbiamo cominciare dal comprendere cosa veramente è il peccato. Esso è un errore.

Sia in greco che in ebraico “peccato” sta per sbaglio. Più precisamente, in ebraico è qualcosa di simile al tirare con l’arco e a sbagliare bersaglio. Dunque prima di tutto il peccato è una rappresentazione errata della realtà. Noi crediamo fermamente qualcosa che non è vero. Pensiamo che sia un bene per noi ciò che invece ci fa male. Comprendiamo meglio allora, perché la conversione si dice in greco “Metanoia”. Oltre l’intelletto. Superare ciò che si crede. In pratica: cambiare idea, opinione. Convertirsi dunque non vuol dire piagnucolare sulle solite nostre debolezze, come ci piacerebbe fosse. Convertirsi è qualcosa di più duro da accettare, perché non c’è niente che ci dia più fastidio che cambiare idea od opinione. Ecco perché ci vuole il soccorso del Signore: senza la grazia niente conversione.  E la grazia è quella dell’umiltà: abbiamo sbagliato. Credevamo di essere intelligenti ed invece siamo dei bischeri. E perché no, anche un po’ stupidi. Ci siamo fatti abbindolare dal nemico che ci ha agitato davanti agli occhi dei ciondoli finti, e noi li abbiamo scambiati per oro. Ecco la vergogna, quando arriva il soccorso divino. E il pianto. “La valle del pianto” del salmo, secondo i padri, corrisponde al dono delle lacrime. Le ascensioni nel cuore corrispondono dunque  al sollevarsi, al salire della nostra comprensione ad un livello più elevato, per il soccorso ricevuto. Dall’alto si vede meglio cosa facciamo e perché lo facciamo. E “vediamo”, capiamo. Ci rendiamo conto. Ecco la conversione.

 

Dall’uomo esteriore all’uomo interiore

“…perché colui che ha dato la legge elargirà benedizioni;

andranno di potenza in potenza”…

Cosa vuol dire? Forse San Paolo ci può aiutare:

“Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome,  perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore”  (Efesini 3,14-16).

Insieme alla  conversione, ed oltre ad essa, cresce in noi potentemente “l’uomo interiore”.  Ma c’è ancora da spiegare: chi è questo uomo interiore? Cosa vuol dire che sia rafforzato?

Ebbene, si tratta di andare alla radice dei nostri errori. Perché scambiamo il male per il bene? Perché ci lasciamo ingannare dal nemico? Il perché è semplice. Noi diamo valore ai beni materiali ed al piacere dei sensi. Quella parte di noi che esagera il valore del piacere sensibile è l’uomo esteriore. Egli è quel nostro modo di comprendere e di fare che si ferma alla esteriorità. Alla vanità, alla gelosia, alla collera disordinata perché un bene materiale è stato sottratto. L’uomo esteriore è l’artefice delle critiche e dei giudizi sugli altri. Suggerisce l’avarizia ed ogni altra passione. Questo è l’uomo che rimane abbindolato dalle suggestioni del nemico. Ma allora cosa vuol dire “…essere rafforzati nell’uomo interiore…”?

 

L’aiuto che viene dal deserto

Molti giustamente guardano con ammirazione alla vita monastica. Ma per cosa?  Talvolta colpisce l’ascetica, la rinuncia a volte estrema. Si cerca spesso lo “Ierunda” che ispirato dallo Spirito sembra dotato di quel discernimento che ci può aiutare a sbrogliare i nostri problemi quotidiani. Nel migliore dei casi si ammira e si gusta la liturgia dei monasteri. Tutti aspetti positivi, che tuttavia non vanno in profondità. Anzi, sul discernimento potrebbero esserci degli incidenti, visto che i monaci non hanno esperienze di famiglia e di lavoro dipendente. Inoltre, ciò che è peggio, è che si finisce per delegare la nostra vita cristiana a loro, come se fossero i professionisti dello spirito. Così, a volte, finiamo per esagerare le nostre aspettative sulla vita monastica, per un semplice motivo: sbagliamo ancora una volta la mira. La vita monastica ha invece qualcosa di importantissimo da donarci, basta aprire le braccia ed accogliere questo regalo. Tutto nacque nel deserto egiziano. Ai novizi i Padri del deserto solevano dire: “Vai nella tua cella, chiudi la porta, siediti e la tua cella ti dirà tutto”. Il monaco, chiusa la porta,  era solo con i propri pensieri. Egli imparava ad osservarli. E faceva scoperte. Scopriva che certi pensieri erano chiaramente delle intrusioni esterne, erano cioè delle tentazioni. Scopriva che altri pensieri, spesso amplificati proprio da quelli intrusivi, corrispondevano ad impulsi disordinati. Ecco che uno dei primi trattati monastici sulle passioni dell’anima, compilato da Evagrio, si intitolava “Gli otto pensieri”.  I novizi si rivolgevano agli anziani dicendo”…i pensieri mi dicono…”. In poche parole, fin dai tempi dei padri del deserto, i santi monaci hanno donato al popolo questa profonda verità:

Noi siamo quello che pensiamo.

Ecco allora cosa vuol dire passare dall’uomo esteriore a quello interiore: significa guardare, conoscere, guidare, i nostri pensieri. La vigilanza è il segreto della Filocalia e della vita monastica. Essa è il grande dono che i monaci fanno ai laici. Diceva infatti Teofane il Recluso (Da Caritone di Valamo, L’arte della preghiera, Ed. Gribaudi, Pag. 216-217): “Vigiliamo sui nostri pensieri per scoprire a cosa tendono: se a piacere a Dio o a  noi stessi. Guarda di non avere dentro di te un traditore. Chi è il traditore? Chiese il discepolo, ‘È l’autogratificazione’, rispose lo staretz”.

L’uomo interiore è colui che diventa consapevole che dai nostri pensieri nasce ogni azione, e che è l’intenzione ciò che separa la buona dalla cattiva erba. La vita monastica dunque ci insegna che il segreto del pentimento e della purezza del cuore sta nella Vigilanza.

 

La vigilanza medicina del cuore

Ancora San Paolo:

“Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8, 14-16).

Noi tutti dunque dovremmo avere in noi stessi  quel gemito del cuore che è la voce dello Spirito. Quell’amore per Dio che scalda i cuori come una fiammella, e fa gridare al cuore “Abba”, Padre! E invece spesso non è così. Non sentiamo nulla. Anzi, al mattino al risveglio sentiamo un vuoto. Talvolta tristezza. Durante il giorno inquietudine. E dove andiamo a cercare la causa di tutto ciò? Negli affanni che abbiamo, nei nostri problemi, nelle difficoltà della vita. In una parola cerchiamo all’esterno di noi. Ecco l’uomo esteriore. La vita nella Chiesa, i sacramenti, la preghiera, ci aiutano invece a scoprire la vera causa: la spazzatura dei nostri pensieri. I risentimenti, gli odi. Le rabbie, i desideri che portano all’invidia ed al giudizio sugli altri. La vanità. Tutta questa spazzatura contrista lo Spirito Santo di cui siamo tempio, come ancora dice San Paolo. Ecco perché non sentiamo amore per Dio, ecco perché in noi non brucia la fiammella dello Spirito. Abbiamo seppellito tutto con il peso della nostra testa piena di errori. E quale è la cura? La vigilanza sui pensieri accompagnata dalla “preghiera di Gesù”. Allontanarci dai pensieri malvagi, ecco la potenza del salmo. Ascendere nel cuore grazie all’ “attenzione”. Grazie al “badare a noi stessi”. E quando anche con la preghiera non ce la facciamo, diciamo al Signore con sincerità: “Signore non voglio questa roba, ma non ce la faccio!” Chiediamo insistentemente il soccorso divino. Forse allora la conversazione con un amico, un impegno improvviso, una musica o qualcos’altro può intervenire a bloccare la nostra sopraffazione. E anche se non ce la facciamo, ecco che la misericordia divina accetta la nostra intenzione, che è quella che conta, e passa oltre. Accorgersi che esiste il cuore nella nostra vita, e non vivere sempre nella “nostra testa”, recitare la preghiera di Gesù, portando l’attenzione sul cuore, per vivificarlo. Ecco le medicine che ci consegna la vita monastica ed Athonita. Vigilare e pregare, per purificare i nostri pensieri per purificare le nostre azioni.

Questa la cura. Questa la medicina.

 

Conclusioni

La felicità è alla nostra portata. Sentire nel cuore l’amore per Dio è quanto basta a dare pienezza alla  nostra esistenza, e a darci la forza di accettare e superare le tribolazioni che ci riserva il mondo. Sì, perché amare Dio e servirlo è l’unica vera felicità. Ecco a cosa serve la vita nella Chiesa unita alla preghiera ed alla vigilanza.