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Nazareth

Facciamoci una domanda: Come mai il Figlio di Dio, colui che sedeva alla destra del Padre, si è incarnato in una famiglia di un falegname, a Nazareth il Palestina? Poteva incarnarsi nel figlio di un sacerdote, ci poteva stare benissimo. Oppure in un dottore della legge. Perché no. Ancora, forse una buona alternativa poteva essere quella della famiglia di un ricco, disposto ad usare potere e denaro per la “causa” del Regno. Niente di tutto questo. Ma è vero pure l’incontrario. Cristo non si è incarnato in una famiglia di schiavi. Poteva essere una bella uscita polemica. Contro la schiavitù. Oppure poteva lui stesso lavorare come bracciante a giornata. No. Non è vero che il Figlio di Dio ha scelto l’ultimo posto per incarnarsi. Un falegname o un fabbro (non sembra chiaro se l’uno o l’altro) era qualcuno ai tempi di Gesù. Era un uomo con un mestiere in mano. Molti non avevano questa fortuna. La famiglia di Nazareth, in buona sostanza, apparteneva a quello che oggi chiameremmo il ceto medio. Giuseppe era un artigiano e non un povero. Nell’incarnazione del Figlio di Dio, non c’è nessun estremismo. La famiglia di Gesù era una famiglia normale. Oggi diremmo di una normalità quasi grigia. Senza nessuna punta di eccezionalità. E la vita che essa viveva non presentava nulla di eroico. Non abbiamo racconti di fatti eroici durante i 30 anni passati da Gesù a Nazareth. Una vita normale che più normale non si può, interrotta semmai a 12 anni da una quasi marachella. Gesù va alla sinagoga mentre i genitori lo cercano angosciati. Lo trovano e lui si difende con una spiegazione “spirituale” ma….”Ma essi non compresero le sue parole” (Luca 2,52). Possiamo immaginare il Signore ad apparecchiare la tavola, a lavare i piatti, e più grandicello a lavorare con il padre. Sappiamo pure che non è andato a scuola. Infatti in Giovanni 7,15 troviamo: “I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”. E trenta anni di allora, sono come 40 di oggi. Certamente dunque, ha fatto il falegname o il fabbro con Giuseppe. Nessun eroismo. Un normale lavoro. Ma se questo tipo di vita è egoistico, se il lavoro si fa solo per sé stessi ….ma allora Gesù era un egoista? Viveva una vita senza santità? Oppure al contrario, la santità propria della natura di figlio di Dio non ha avuto ostacoli nell’esprimersi, proprio nella normale vita di Nazareth?

 

Santità straordinaria e santità ordinaria

Siamo abituati a vedere la santità attraverso alcune sue manifestazioni straordinarie. I martiri con la resistenza esemplare della fede al dolore, i grandi asceti come sant’Onofrio e sant’Antonio, i carismatici come San Paissios dell’Athos. Giustamente essi rappresentano un modello di fede a cui mirare, oltre ad essere intercessori potenti presso Dio.  Se è vero che, molto giustamente, essi popolano i pensieri di chi si avvicina alla fede cristiana in gioventù, è vero anche che giunge ad un certo punto il momento di cominciare a vedere più da vicino la propria vita. Ci si comincia a domandare: cosa vuole da me il Signore? Il focus dell’attenzione si dirige allora sulla quotidianità. Ci si può rendere conto degli aspetti edonistici di certa “religiosità”. Inoltre si comincia a toccare con mano, il pericolo di trasportare un’autentica vita cristiana nella dimensione della fantasia e del meraviglioso. Oppure, considerando l’apparente grigiore della nostra vita, finiamo per delegare il nostro rapporto con Dio ad altri: il prete, il monaco, la monaca. Finiamo per pensare: loro sì, loro fanno sul serio. La nostra invece è vita egoista, e sostanzialmente non pura. Alla fine, la vita dei santi, vanto della Chiesa, finisce per diventare quel modello irraggiungibile, che genera lo scoraggiamento. Invece di incitare al bene, spinge verso il lasciarsi andare. Tutto ciò succede perché manca la distinzione tra santità straordinaria e santità ordinaria. Cristo infatti è per tutti. I pochi eroi si distinguono dai tanti normali. Tutti siamo chiamati al fascino della santità. Una santità ordinaria, normale. Una santità che è prima di tutto vera felicità. Vivere nel modo migliore. Cogliere la bellezza del dono della fede e valorizzarlo nella nostra vita.

 

È la santità ordinaria la fonte della felicità

Soprattutto in occidente si è diffusa negli ultimi secoli una immagine di santità che richiama il dolore e la sofferenza. Il santo è colui che soffre. ….dunque è meglio evitare….già abbiamo un sacco di problemi. Ecco il danno che certa santità eroica, finisce per fare al nostro desiderio di Dio. Ma la santità è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Ce lo dice San Paolo: “Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini “(Romani 14,17-18). Se poi leggiamo il Vangelo troviamo che Gesù stesso rincara la dose: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giovanni 15,10-11). Qui Gesù sembra preoccupato. La gioia non deve essere solo un po’. Deve essere piena. Il santo, cioè colui che rispetta i comandamenti, ha la pienezza, la profondità della gioia.  Ma non basta. San Paolo ribadisce che deve essere profonda anche la pace. Leggete qua: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti;  e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Filippesi 4,6-7). Naturalmente la Scrittura ci ripete queste verità molte altre volte, ma sono sufficienti questi brani. Gioia piena e pace profonda. Sentimenti che ci possono assistere anche nella prova. Anche nelle tribolazioni. Ecco cosa ci aspetta se nella nostra vita riusciamo a vivere quella che possiamo chiamare una santità ordinaria. Il Signore Gesù e San Paolo non parlano di ascesi durissime e di dolori. Essi non ci dicono che questi beni ce li “dobbiamo meritare”. Il cristianesimo ci dice che la pace e la gioia sono gratuiti. Solo non bisogna contristare lo Spirito Santo che vive in noi, violando i comandamenti e disubbidendo al Padre.

 

L’avventura della santità “banale”

Sì, certo. Gustiamo la bellezza della santità ordinaria. Banale. Senza tanti eroismi (che alimenterebbero fra l’altro anche l’orgoglio). Essa si alimenta di una costante ricerca di Dio nelle cose di ogni giorno. Il lavoro. La famiglia. Gli amici. Il tempo libero. Certo, quando si è giovani si vorrebbe qualcosa di più avventuroso. Ci sembra di non sopportare la banalità. Una certa radicalità può solleticare la fantasia, ma senza che ci se ne accorga, solletica anche l’orgoglio. Pochi sanno che alcuni, come per esempio Origene, criticavano il protagonismo di certi martiri. E questo in piena persecuzione. Gli eremiti del IV secolo conducevano una vita eroica nel deserto, ma furono criticati da San Pacomio che consigliava invece la vita in comunità. Non tutto ciò che è “splendido” è realmente “splendido”. L’orgoglio fa non di rado capolino in certe “imprese”. E con esso è in agguato la tristezza. Ma quanto è bella invece la vita nascosta, dove ogni cosa diventa trasparente allo Spirito.

 

Conclusioni

Suvvia! Tiriamo un sospiro di sollievo! Nazareth e la vita familiare ordinaria e normale della sacra famiglia ci aprono spazi spirituali incredibilmente vasti. Magnifici da esplorare. Un luogo dove esplorare la luce che può trasparire da ogni gesto quotidiano. Dalla vita familiare come dal lavoro. Un modo sorprendente di amare Dio con tutte le nostre forze.