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Abramo, l’ospitale per eccellenza

Leggiamo dal libro della Genesi:

“Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mambre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono” (Genesi 18,1-8).

Questo è un passo celebre della Bibbia. Basti pensare che ispirò Rublev nel creare la sua famosa icona della Trinità. Infatti Abramo si rivolge ai tre al singolare, come fanno notare i Padri della Chiesa.  Ambrogio da Milano sottolinea che anche a noi potrebbe accadere di ospitare Dio, perché la figura di chi è ospitato è Divina. Egli è mandato dal Signore di cui è simbolo. Ambrogio da buon pastore ci propone di considerare l’ospitalità una virtù sacra. Non era una gran novità. In tutto l’Impero Romano, si aveva in grande onore chiunque desse ospitalità. Il grande poeta Ovidio, nel suo capolavoro, “Le metamorfosi”, racconta come una coppia di anziani ebbe ad ospitare gli Dei, accogliendo per caso dei viandanti. Ancora oggi, in tutto l’Islam l’ospitalità è sacra. Come possiamo allora noi cristiani approfondire un nostro specifico modo di vivere l’ospite?

 

Il percorso spirituale dell’ospitalità

Prima di tutto la Bibbia ci dice che l’apparizione avviene presso la Quercia di Mambre, che secondo Origene vuol dire visione, intelligenza.  Questa avviene quando Abramo sta davanti alla sua tenda. Dunque mentre sta vegliando come dice il Vangelo (Marco 13,33). Nell’ora più calda, Ambrogio dice, mentre gli altri dormono e Beda il venerabile aggiunge: quando il Sole simbolo dell’amore arde con il suo calore.  Riassumendo possiamo dire che il primo principio della ospitalità è quello di stare accorti. Si potrebbe presentare chiunque, anche un mendicante. Ma come riconoscere il Signore? Egli alzò gli occhi e vide…Per accorgersi che accogliere significa ospitare Dio, bisogna guardare di meno ai desideri della carne e “vedere” con gli occhi dell’intelligenza, cioè con l’occhio del cuore. Questo “capisce” che l’ospite è qualcosa di più di un uomo o una donna. Abramo non si fa pregare ma corse loro incontro.  La vera ospitalità si propone, non attende una richiesta.  Sembra quasi di vederlo. Abramo corre avanti e indietro tutto emozionato. C’è Dio! Non capisce più nulla ed invece di ordinare al servo di trovare un vitello, lo cerca lui stesso, scegliendolo tenero e buono. All’ospite si offre ciò che si ha di meglio. Bene. Ma come potremmo attualizzare questo passo dell’Antico Testamento? Semplice: ovunque esista una piccola comunità, come per esempio in una parrocchia, si può accogliere la persona nuova come Abramo. Ospitare con entusiasmo, facendolo sentire a suo agio, colui o colei che si avvicina senza conoscere qualcuno, spesso con timidezza, e con un certo senso di estraneità. Non c’è bisogno di andare lontano. Sono cose che in chiesa capitano tutti i giorni. Presentarsi e presentare. Accogliere con gentilezza. Per approfondire il mistero della ospitalità si comincia così, con cose semplici.

 

Dalla condivisione alla partecipazione

Ma le caratteristiche della vera accoglienza che abbiamo riassunto, meditando i versetti della bibbia, valgono universalmente. Esse infatti entrano in gioco anche quando ospitalità vuol dire andare incontro ad un amico. Come Abramo, siamo chiamati a vegliare, per accorgersi che un nostro conoscente, un parente, un parrocchiano, necessita di essere ospitato. Come in Abramo, che corre incontro ai tre uomini, lo spirito della vera accoglienza, ci spinge a fare noi la prima mossa, senza attendere l’altro. La sollecitudine di Abramo, la sua generosità, guarda al bisogno dell’ospitato. Di cosa necessita?  Spesso ospitare non vuol dire molto di più che ascoltare. Ascoltare con pazienza. Ma naturalmente anche venire incontro a necessità pratiche, talvolta economiche. Se Abramo donava il suo vitello migliore, noi doneremo la nostra cortese attenzione, avendo cura di partecipare. Fare nostro il sentimento dell’altro. Farlo rivivere dentro di noi. Portarlo dentro anche dopo l’incontro fino a intercedere, pregare per lui/lei. “Sentirsi” proprio lei o lui. Offrire il suo problema, il suo sentimento. Ospitare diventa così rivivere nella preghiera.

 

Ospitalità e contemplazione

Ma la “scala segreta” dell’accoglienza, ci offre un altro gradino da salire. È l’Apocalisse di Giovanni che ce lo racconta:

“Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20).  L’insegnamento sull’ospitalità inizia nella Bibbia con il primo libro, la Genesi, e termina con l’ultimo libro, l’Apocalisse di Giovanni. Adesso è Gesù stesso che si presenta apertamente, non velato da simboli. Non appare e basta ma bussa. Ha un ruolo attivo. Ci chiede. Se noi come Abramo vegliamo e “sediamo davanti alla tenda”, cioè siamo protesi col nostro cuore, verso tutto ciò che ci può presentare Dio, ecco che lo possiamo sentire bussare. L’ora più calda, in cui il sole-Cristo risplende con potenza di fronte a noi e ci illumina, è l’ora della preghiera. Il momento in cui ci mettiamo in ascolto della Sua presenza che discretamente e con voce sottile “bussa”. Correremo solleciti verso di Lui con un vitello buono e tenero, se invece di ossessionarlo con le nostre richieste, del resto da Lui ben conosciute, ci adopereremo a stare in silenzio. In ascolto, come con un amico sincero. Allora Lui cenerà con noi, cioè ci comunicherà la Sua gioia, la Sua forza e la sua purificazione. In una parola il termine ultimo e profondo di ogni Divina Ospitalità è la nostra trasformazione. La nostra Divinizzazione ad opera dello Spirito Santo. Ad opera del fuoco che Dio ci trasmetterà.

 

Conclusioni

Abbiamo insieme percorso il sentiero della Ospitalità. Esso ci ha rivelato le sue segrete stanze. Ciò che comincia con un ospite umano finisce con un ospite divino. Ma i suoi movimenti, quelli proverbiali ed eterni di Abramo presso la quercia di Mambre, rimangono gli stessi. Mettiamoci dunque fiduciosi a sedere davanti alla nostra tenda, avendo cura di scegliere l’ora più calda del giorno. Quella del Signore.