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Il cuore nella scrittura 

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Deuteronomio, 6,4-5).

“Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso “(Matteo 22,37-39).

“…con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Romani 10, 9-10).

Questi sono solo tre dei molti passi della scrittura, sia antico che nuovo testamento, in cui si parla del cuore.

Dunque per il cristiano non è un “optional” essere consapevole dell’esistenza del cuore, comprenderne i movimenti ed imparare a vivere nel cuore, per obbedire ai comandi di Dio.  Sembra una cosa semplice e scontata, non meritevole neanche di una qualche riflessione, ma non è così. Abbiamo bisogno. Abbiamo un bisogno estremo anche solo di capire cosa dice la scrittura quando parla di cuore.

 

Un monaco dell’800 ci guida alla scoperta del cuore

Sì, non è tanto facile comprendere cosa veramente è il cuore. Per esempio in Matteo 9,4 , come in altri passi, si parla di pensieri del cuore. Ma…il cuore pompa il sangue, non i pensieri. E se si vuole parlare dell’intimo dell’uomo ci sono altri vocaboli che si possono usare, a cominciare da mente. Questo vocabolo esisteva in greco, in ebraico ed in aramaico. Perché invece si parla di cuore? Nei versetti del Deuteronomio sopra citati, si parla di anima. Nel Vangelo citato, si parla di mente. Perché non vengono usati questi vocaboli, per indicare il fondo emozionale di noi stessi, e invece si insiste sul cuore? Tutto sembra fatto per metterci fuori strada. E tutto si potrebbe risolvere col solito giochetto di prestigio, trasformando il significato della parola cuore in qualcosa di più comprensibile per noi. Il nostro intimo, il nostro centro. Il fondo di noi stessi, etc.  Ma nella tradizione ortodossa le cose non stanno così.

Abbiamo bisogno di maestri, di uomini di esperienza e discernimento, per riuscire a capirci qualcosa. Teofane il recluso fa al caso nostro. Una notevole quantità delle sue lettere è riportata nello splendido libro di Caritone di Valamo “L’arte della preghiera”, edito in italiano da Gribaudi. Con poche parole questo santo monaco ci guida alla scoperta del cuore. E lo fa in modo semplice, banale. Come? Invece di fare della filosofia, invece di usare paroloni incomprensibili per i più, ci insegna a farcene un’esperienza diretta. Il consiglio che ci dà è quello di recitare la preghiera di Gesù “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me (peccatore)”, portando l’attenzione sul cuore. Possiamo farlo anche noi. In generale è già utile semplicemente portare l’attenzione sul cuore. Concentrarsi in esso. San Teofane però è un tipo pratico e sa che molti hanno un “cuore un po’ duro”, difficile da ritrovare. Meglio usare la preghiera di Gesù, che funge da “piccone”, per smussare la pietra. E, particolare utile in senso pratico, Teofane consigliava di armonizzare la preghiera con il battito del cuore. Proprio così. Consigliava di partire proprio dal cuore fisico, ascoltandone i battiti. Ecco che se portiamo l’attenzione sul cuore, in questo modo, cominciamo a provare un senso di calore giusto in quella regione. È come se il cuore reagisse e si facesse “notare”. Certo, non sempre si può sentire calore, ma quel che conta è cominciare a comprendere che esiste un luogo, che possiamo riferire al cuore, anche se non si tratta dell’organo che pompa il sangue. E questo è già molto importante: esiste un luogo nell’anima che possiamo identificare come cuore, almeno come collocazione, ma non è esattamente quello che pompa il sangue. Ha la posizione del cuore materiale, ma è un cuore spirituale che è parte dell’anima.

 

Conoscere ed esplorare il cuore

Una volta saputo dove sta, è bello cominciare a scoprire come è fatto. Cosa dice? Cosa fa? Naturalmente il “calore” segnalato da San Teofane non è un “calore” termico. Se si presenta qualcosa di termico può essere utile per capire il luogo del cuore spirituale, ma non si tratta di quello che veramente ci attendiamo. Meglio quindi non polarizzarsi troppo su di esso. Nella maggior parte dei casi però, se analizziamo attentamente il fenomeno, scopriamo che si tratta di un debole e sottile ma chiaro sentimento di amore per Dio. E questo, come vedremo, è fondamentale. Intendiamoci, gli uomini e le donne sono tutte e tutti diversi. Qualcuno arriva subito e qualcuno ci mette dei mesi di “lavoro” paziente.  Come mai? Beh, non è detto che ciò dipenda da speciali condizioni spirituali dell’uno o dell’altro. Molto spesso dipende da un problema comune per tutti noi oggi: viviamo troppo nella testa. Ora bisogna davvero comprendere che non stiamo parlando di una tecnica, come qualcuno crede. Stiamo parlando di una terapia spirituale. Infatti spesso non ci rendiamo conto di avere un problema. Pensiamo. Pensiamo troppo. Immaginiamo. Soprattutto immaginiamo. È vero che questo tipo di attitudine gli uomini l’hanno sempre avuta, ma nei tempi moderni si è assistito ad un cambiamento radicale. Cinema, TV, Video, Computer, Fotografie, etc. Tanti, tanti stimoli bombardano ogni giorno la nostra mente. Soprattutto tante, tante immagini, spesso rinforzate emozionalmente con una adatta musica di sottofondo, che ne imprime fortemente i caratteri nella nostra coscienza. Noi immaginiamo come è fatto o cosa pensa il tale. Immaginiamo le competenze o l’assenza di competenze del tal’altro. C’è addirittura una scienza psicologica, che studia questi atteggiamenti e si chiama “Teoria della mente”. E poi libri, conferenze, notizie del telegiornale. Allora pensiamo. Pensiamo ed immaginiamo nella “nostra testa”, ma di certo non nel cuore. È talmente frequente questa condizione, che crediamo  che sia normale. Ma non lo è. Non lo è affatto. Il motivo per cui la scrittura parla tanto di cuore, è legato al fatto che l’uomo antico “abitava nel cuore” molto più dell’uomo moderno. La prova ce l’abbiamo studiando popolazioni africane o latinoamericane, rimaste ai margini dello sviluppo della modernità. In quelle popolazioni il cuore “pensa”. Per loro “i pensieri del cuore” è una espressione normale. Ad aggravare questa condizione, di “migrazione verso la testa”, ci pensano le nostre passioni disordinate: la collera, il desiderio mal orientato, l’orgoglio. Descrive bene la situazione la parabola del figliol prodigo (Luca 15,11-32). Quando si converte, il figlio dissipatore “rientra in sé stesso”. Era “fuori di sé”, vittima della follia del peccato, e poi finalmente si converte e rientra in sé. Ecco la strada. Ecco la guarigione. Rientrare nel cuore. Riprendere a vivere “nel cuore”. Portare l’attenzione sul cuore dunque, per accorgerci innanzitutto che abbiamo un cuore. E poi, insistendo con pazienza, per imparare a viverci. Per rientrare in noi stessi.

 

La fiamma del cuore.

Ma vale la pena fare tutto questo ambaradan? Si perché per San Teofane portare l’attenzione sul cuore, accorgersi del cuore e viverci, è la sostanza della vita spirituale. Per lui tutta la spiritualità può consistere solo in questo: scaldare il cuore ed amare Dio. Non c’è altro da fare perché tutto il resto viene da sé. Il servizio, amare il prossimo etc., tutto si sviluppa intorno al più importante carisma dello Spirito Santo: la carità che è prima di tutto amore per Dio. Coltivando quella debole, incerta ed intermittente fiammella, facciamo una cosa bellissima. La fatica necessaria ad individuarla, proteggerla e svilupparla, vale tutta la vita cristiana. Perché lo diciamo? Ma perché lo dice San Paolo:

“Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8,14-16). Questo nostro sentire amore per Dio è appunto tutto il nostro sentimento filiale, che certifica la nostra unione con Dio. Una unione ancora imperfetta, ma unione. Ce lo dice la scrittura. Il cuore non parla. Non pronuncia parole. Geme diretto verso il Signore. Ce lo spiega poco dopo, nella stessa lettera, ancora San Paolo: “Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Romani 8, 26-27). Il cuore geme e la nostra mente spesso riveste di parole questo gemito. Ecco che ora cominciamo a comprendere cosa vuol dire l’espressione “pensieri del cuore”. Dal cuore partono degli impulsi sia positivi ma anche negativi, come odio, rancore ecc. Quando questi impulsi salgono alla mente, essa li interpreta traducendoli in parole. Ecco la sequenza che giustifica il termine “pensieri del cuore”. Come abbiamo visto, San Paolo  ci aiuta a comprendere meglio questa attività del cuore. Si tratta quindi di imparare a conoscere il nostro cuore e scoprire questa voce silenziosa, questo gemito, questa fiammella di amore. Se coltivata, questa fiamma acquista una certa continuità. e questo amore per Dio che si esprime nel nostro cuore come una voce senza parola è esattamente ciò che i santi padri chiamano “preghiera del cuore”. Come si può vedere, tutti vi possono accedere. Non si tratta di qualcosa di specialistico, che solo pochi eletti possono raggiungere. La preghiera del cuore altro non è che il nostro desiderio e il nostro amore per Dio, a cui il cuore riesce a dare una voce silenziosa. E’ un gemito che purifica, perché “assaggia” azioni e pensieri, e se ci facciamo prendere da ira o desideri disordinati, sparisce, si nasconde. Se seguiamo questa fiamma che brucia nel nostro cuore, impariamo ad avere una condotta migliore. Questo è ciò che i santi padri chiamavano purificazione del cuore. La fiamma dello Spirito trasforma e guarisce. Ci vuole del tempo, ma piano piano, rinforzata e ravvivata dai sacramenti, opera. Ecco allora che abbiamo imboccato la strada della santità, perché è la strada della nostra unione con Dio. Una strada per tutti. Anche e forse soprattutto per i laici, che San Teofane amava ed istruiva. Per tutti. Davvero per tutti.

 

Conclusioni

Cercare con pazienza il “Luogo del Cuore”. Ascoltare in esso la voce dello Spirito. Alimentare con pazienza, portando sempre più la nostra attenzione sul cuore, imparando a “vivere in esso”. Per San Teofane la spiritualità è tutta qua. Il resto viene da sé. Ce lo assicura un grande santo.