Dove sta la vita?
Meditiamo insieme questo passo del Vangelo.
“…A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti, e annunzia il regno di Dio”. (Luca 9,59-60). Dunque, Gesù chiama. L’uomo risponde, ma stupisce l’affermazione di Gesù: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Ci sono dei vivi che secondo Gesù sono morti. L’uomo a cui egli dice “Seguimi” è invece chiamato alla vita. Seguire Gesù nel Vangelo è vita. Restare, qualunque cosa si faccia, è morire. È non vivere. Dunque, tutti noi, siamo chiamati alla vita. E chi è morto? Chi si “lascia vivere”. Chi vive in automatico, rispondendo alle esigenze quotidiane. Chi vive non di azione, ma di reazione. Quel seguimi oggi, vuol dire prendersi in mano. Rispondere alla chiamata, vuol dire farsi parte attiva della vita, decidendo. Decidendo cosa fare. Certo tutti apparentemente decidono, ma in realtà reagiscono ad una esigenza, il più delle volte materiale. Vivere, rispondere al seguimi, vuol dire invece “pensare la propria vita”, modificandola per poter seguire il Vangelo. Non avere in mente prima di tutto la sussistenza, ma prima di tutto il Regno.
“Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo 6,31-33). Chi cade nel tranello degli affanni muore, perché dimentica la vera vita, il Regno, chi organizza la propria vita, per rispondere a quel “seguimi” di Gesù, vive, perché coltiva giorno per giorno la vera vita.
Una esigenza radicale
Ma c’è di più. Quell’uomo voleva in fondo, obbedire al comandamento: onora il padre e la madre. Voleva dare l’estremo saluto, non ad uno qualsiasi, ma a suo padre, e con un atto di misericordia. Non è forse tale seppellire i morti? Non stava andando a trovare gli amici, non stava andando all’osteria. Voleva semplicemente onorare il proprio padre. Colui a cui doveva la propria nascita. Un dovere filiale! Ma non è un’enormità chiedergli di non farlo? Verrebbe da dire a Gesù: ma…. lasciagli almeno il tempo… Niente. Nulla da fare. Farlo significa essere morti. Ci vengono i brividi! Noi siamo devoti cristiani. Andiamo alla liturgia eucaristica la domenica, accendiamo la nostra candelina. Poi lavoriamo onestamente. Non rubiamo. Facciamo quello che si deve fare…. e per il Signore potremmo benissimo essere morti!
Sta un po’ qui, su questo punto, la grande ed epocale differenza, fra laici e monaci. O meglio, fra certi laici ed i monaci. Il grande dono della vita monastica a chi è chiamato a vivere nel mondo è esattamente questo messaggio, che la vita religiosa trasmette a tutti: non basta “lasciarsi vivere”, per rispondere alla chiamata del Signore, è necessario pensare la propria vita, deciderla, programmarla, per rispondere alle esigenze del Vangelo. Il fatto è che non se ne parla. Vivere la fede per molti, consiste nell’assolvere ad una serie di obblighi, perlopiù liturgici e sacramentali. Non che la confessione e l’eucarestia (frequente) non servano. Servono eccome! Ma andrebbero vissuti come punto di partenza, per far sì che il Vangelo entri nella nostra vita. In una parola, essi dovrebbero trasformarsi in uno stile di vita cristiano. Subito dopo il periodo apostolico tutto ciò era molto sentito. Alla fine del II secolo, Clemente Alessandrino sentì per questo l’esigenza di scrivere un libro proprio dedicato allo stile di vita del cristiano: il “Pedagogo”. Dovremmo riscoprire questa saggezza.
Prendersi in mano, diventare consapevoli
Un altro punto importante è quel “seguimi”. Dio ci chiede un intervento attivo. Non è un “lasciar fare allo Spirito”, che poi consiste nel mettersi a sedere. Per seguire, bisogna alzarsi e camminare. Rispondere equivale ad agire, fare. Ma cosa alla fine?
Si tratta di pensare la propria vita. Qualcuno, per esempio, può essere tentato di darsi un orario, come i monaci. Purtroppo per i laici funziona poco, perché esso viene sistematicamente annullato da imprevisti di ogni genere. Se qualcuno lo può fare, si tratta di un’ottima scelta. Tuttavia la cosa più semplice, ed insieme la più importante, sta nel rispondere attivamente e programmaticamente, a queste domande:
Come impostare in modo cristiano il mio lavoro?
Come vivere in modo fedele al Vangelo la famiglia?
Come impostare da credenti l’educazione dei figli?
Che ruolo può avere, in una vita fedele al Vangelo, l’amicizia?
E la cultura? Esiste un modo di viverla che piace a Dio? E il tempo libero?
Quale è il modo corretto di fare del volontariato?
Come impostiamo il nostro rapporto personale con Dio?
Naturalmente non è possibile rispondere qui a tutte queste domande. Tuttavia, molti articoli di questo blog sono concepiti proprio per essere di stimolo, vita e “risveglio”, su tutti questi temi.
Conclusione
Dunque, in conclusione: è necessario essere consapevoli della chiamata che Dio fa ad ognuno, e decidere di rispondere. Chi crede di essere saggio, perché si “lascia vivere”, muore alla vera vita.