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Abbiamo bisogno di eroi

Il termine “eroe” nacque con i poemi omerici, che parlavano della guerra di Troia, Iliade ed Odissea. Dunque, il contesto è quello guerresco, ed Ettore ed Achille ne sono il prototipo. Essi cominciarono ben presto ad assumere l’aspetto di semi-dei, e come tali protettori di chi a loro si rivolgeva. In particolare, ad essi era, almeno in parte, affidata la cura delle città, che per questa ragione se ne contendevano la tomba. Col tempo, anche personaggi leggendari come Edipo assursero a tale posizione, intermedia tra gli Dei e l’uomo. Ad altri eroi ancora, fu anche affidato il potere di guarire. Famosissimo nell’antichità Esculapio o Asclepio, semi-dio a cui si rivolgevano i malati. Si andava al tempio la sera per dormirvi. Ai più fortunati Esculapio appariva in sogno, ed essi al risveglio, si ritrovavano guariti. In seguito, tutta la cultura dell’uomo ha saputo produrre eroi, leggendari o meno. Dall’antica Roma ai giorni nostri, passando per il Medioevo, l’uomo ha sempre e comunque cercato eroi, ed eletto ad eroi guerrieri, figure politiche, condottieri etc. Durante il Risorgimento italiano Giuseppe Mazzini (poi assurto a sua volta a figura eroica) fu il primo a chiamare martiri coloro che morivano per la causa, con evidente intento di dare loro un carattere semi-religioso.

 

Gli eroi come modelli

Gli eroi sono stati immortalati da artisti più o meno noti, con statue solenni. L’opera doveva essere posta su un piedistallo, così da apparire sollevata da terra. Talvolta le statue degli eroi venivano (e lo sono tutt’ora) poste sopra archi, e perfino sui tetti dei palazzi. Questo a simboleggiare il distacco dalle questioni vili della terra, la lontananza da passioni volgari, e l’appartenenza ad un mondo ideale e superiore. Filippo Tommaso Marinetti, poeta e fondatore del futurismo, esaltava l’eroismo, fino alla bella morte. Esso era per lui, il prodotto di una volontà d’acciaio. Marinetti ci ha raccontato meglio di altri l’eroismo, come coraggio, disprezzo del pericolo, disprezzo dei piaceri e delle passioni come la paura, e rifiuto delle mollezze “sessuali”, fino al disprezzo per la donna.  E non lo scrisse o disse e basta. A più di sessant’anni, partì volontario nella Seconda Guerra Mondiale, lasciando la moglie a casa.  Fu accolto da lei, distrutto nel fisico, di ritorno dalla campagna di Russia. Morì poco dopo. Dunque, esaltazione della volontà e rigetto delle passioni. Esaltazione della volontà non solo in particolari e cruciali momenti, ma anche nella quotidianità (vedi i suoi: “Manifesto del futurismo” e “Mafarka il futurista”). Questa descrizione che risale ai primi del 1900, delinea i tratti di sempre dell’eroismo, ed è per questo che l’abbiamo riportata. Gli uomini, dunque, sono chiamati ad alzare il loro sguardo e la loro testa, ed a forgiare la loro volontà guardando agli eroi del mondo ideale, come a modelli. L’elevarsi da terra degli eroi sottolinea proprio il loro essere modelli. Ed è su questi modelli che le varie società si forgiano. Certo, vi sono anche altri fattori, ma il modello eroico recita senz’altro la sua parte.

Ora, tutto questo non è calato dall’alto, ma risponde ad una eterna esigenza dell’uomo. L’uomo ha bisogno di eroi. L’uomo ha bisogno di modelli. L’uomo ha bisogno di esseri perfetti, ideali, “senza macchia e senza paura”, a cui guardare come modello dei propri valori. Valori fondativi, non solo della sua vita, ma della società a cui appartiene.

 

La risposta della Chiesa

Il Signore non ha naturalmente mancato di rispondere a questa profonda esigenza umana. Il culto dei Santi come eroi nasce subito, con i martiri di cui venivano conservate parti del corpo, come reliquie. Tipico è l’esempio di San Gennaro, Vescovo e martire nel 305, di cui è conservato il sangue a Napoli.

Il culto dei santi, tuttavia, era molto diverso da quello degli eroi. Essi non operavano e non operano direttamente, ma sono intercessori verso l’unico Dio. Hanno molte somiglianze con gli eroi, ma se ne distinguono perché la loro volontà è ispirata dalla grazia, ed opera attraverso un’ira correttamente rivolta verso il peccato, e quindi verso sé stessi attraverso l’ascési. Molti eroi invece, sono tali perché rivolgono l’aggressività verso i molti nemici uccisi, e se loro stessi sono uccisi, questo accade mentre cercano di uccidere altri. Dunque, il Santo cristiano è il modello di Eroe rovesciato. Esso è portatore di valori cristiani, sconosciuti ai semi-dei pagani. Si compirono allora delle vere e proprie sostituzioni. Cirillo di Alessandria, si recò con una solenne processione a Menourhis, vicino ad Alessandria, dove sorgeva il tempio dedicato ad un demone egiziano, che compiva miracoli e guarigioni. Egli portava con sé le spoglie dei santi medici guaritori Ciro e Giovanni, che collocò nel luogo del tempio pagano, dopo averlo distrutto. I sacerdoti del demone si convertirono, e divennero curatori del nuovo sito dedicato ai due santi martiri. E le guarigioni ripresero, ma questa volta per l’intercessione di Ciro e Giovanni. Dunque, nuovi eroi per nuovi valori. Non più la forza, ma la fede. Non più l’aggressività, ma l’ascesi. E questo era ed è assolutamente necessario. La continuazione, nelle vesti dei santi, del motivo di fondo della esistenza degli eroi fu rappresentata dal modello. La civiltà cristiana, fondatasi e sviluppatasi indubbiamente grazie ad una molteplicità di fattori, ha tuttavia beneficiato, nella sua costruzione, anche dei valori rappresentati dal modello dei santi.

 

L’attualità del modello ed il suo superamento

I continuatori del modello dei santi sono oggi, con tutta probabilità, i monaci ed i religiosi. L’ascesi monastica è stata infatti paragonata da più di un autore spirituale al martirio. E in questo c’è davvero un fondo di verità. Sono infatti loro che ricordano ai laici che rispondere al “seguimi” di Cristo significa prendere l’iniziativa sulla propria vita, e riorganizzarla in funzione del Regno. Sono loro che ricordano ai laici come il mondo interiore conti assai più delle vanità del mondo esteriore. Dunque, ancora una volta un modello formativo ed efficace, costruttore di civiltà cristiana. Ma una volta stabilito quanto bene hanno fatto alla Chiesa santi e monaci, è legittimo farsi una domanda:

se l’eroe è indispensabile per costruire una società, lo è sempre e comunque, per costruire l’uomo?

È davvero sempre e comunque basandosi sulla volontà che lo Spirito Santo divinizza con le sue Virtù i cristiani sinceri che cercano Dio?

Cosa ci dice il Vangelo? Vediamo:

“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.  Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.  Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero” (Matteo 11,28-30).

E ancora:

“In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me»” (Matteo 18,1-5).

Certo, Gesù ci ha mostrato un comportamento davvero eroico, morendo sulla croce per noi. D’accordo. Ma non sembra che chieda proprio a tutti di imitarlo nella sofferenza. Lui sa bene che siamo tutti affaticati e stanchi, dal nostro peccato, dagli affanni del mondo, dalle tentazioni. Sa che abbiamo già la nostra croce. E cosa ci dice? …. io vi ristorerò….E poi… troverete ristoro per le vostre anime.  “Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero”. Sembra una prospettiva diversa dalla santità intesa come acuta sofferenza. Ma come fare? … imparate da me, che sono mite e umile di cuore…ecco dunque la ricetta. L’umiltà, e soprattutto la mitezza…. Una virtù spesso dimenticata. Questo vuole da noi il Signore e lo ribadisce altrove: “…se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”.  Conta per il Signore soprattutto l’abbandono confidente. Piuttosto che una volontà d’acciaio, egli ci chiede un rapporto personale con Lui, fatto di spontaneità e fiducia, quella fiducia che il bambino ha con il Padre. Allora ci possiamo chiedere: per raggiungere la purezza dei bimbi, è l’ascési l’unica strada?  Vediamo.  L’ascesi impegna, tra le tre facoltà dell’anima previste dai padri, quella irascibile. L’ascesi trasferisce infatti l’aggressività dall’esterno all’interno, puntando al controllo delle pulsioni istintive. Questo è molto bello e prelude alla mitezza, ma non tutti riescono in questa operazione. In certi casi si osserva qualche “sbavatura”, nella misura in cui l’aggressività finisce per rivolgersi ancora all’esterno. Quanti santi monaci abbiamo visto scagliarsi contro la società moderna, capaci solo di vedere il male e mai il bene. Quanti ne abbiamo visti rovesciare la loro rabbia contro la zizzania, mettendosi al posto dell’angelo, che solo ha il diritto, dato da Dio, di falciarla (Matteo 13,24-30), e distruggendo così con essa, anche il grano.  Una marcata ascesi, inoltre, rischia talvolta di alimentare l’orgoglio. Ci fa vedere chi a differenza di noi non la pratica come una persona meno impegnata nella fede. Ci può far credere che davvero siamo noi i migliori, quelli che veramente fanno una vita cristiana. Non sempre quindi l’ascesi è di aiuto per diventare miti ed umili di cuore, per diventare quei bambini che sono accolti nel regno. È necessario quindi andare oltre.

 

Oltre l’eroismo

Per muoverci correttamente in questo compito delicato che ci siamo dati, occorre partire dalla base: cosa vuole in definitiva da noi il Signore? Vediamo come ci aiuta la tradizione.

I Padri ripetevano: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. Ma non è troppo? Sembra un tema spinoso ma in realtà è molto semplice. La nostra natura rimane umana. Non diventiamo infiniti come Dio. In questo senso i Padri parlano di “adozione” a figli. Quello che cambia è il nostro comportamento, che acquisisce in modo stabile le virtù divine. Quegli attributi cioè, che sono frutto dello Spirito Santo: carità, misericordia, pazienza, umiltà etc… È come se noi bevessimo dell’acqua, che ha assunto il sapore del vino. La natura dell’acqua rimane la stessa, ma le qualità cambiano, e somigliano a quelle del vino. (San Massimo il Confessore, Capitoli vari, seconda centuria, n°26, Filocalia, vol. 2). Naturalmente non parliamo di tutte le Virtù, cosa propria solo del Cristo, il Figlio di Dio. Si tratta di sviluppare quegli specifici attributi divini, che ci sono stati assegnati fin dall’eternità. Quelli inscritti nel progetto che portiamo nel cuore, e che il Signore ha stabilito per noi. Questo è il punto decisivo che vorremmo trasmettere con questo paragrafo. Il progetto generale è uguale per tutti, e cioè essere figli di Dio per adozione. Ognuno ha poi inscritto interiormente un progetto specifico che, come abbiamo detto, concerne alcuni attributi divini o virtù. Riflettiamo bene su questo punto.  San Paolo ci dice:

“Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani 8,29). Dunque, primogenito tra molti fratelli. Ora i fratelli si assomigliano per qualcosa, in genere. La somiglianza che quindi possiamo avere con Gesù, riguarda alcuni aspetti. Certo non di tipo fisico. Piuttosto la somiglianza invocata anche dai padri, riguarderà certi comportamenti. Quali? Appena sopra abbiamo accennato per brevità alle virtù del Cristo. Carità, mitezza, umiltà etc.. Per scoprire gli attributi divini di Gesù, proviamo a cercarli leggendo il Vangelo. Infatti, c’è un modo di leggere il Vangelo che ci mette di fronte non alle parole, ma agli atti del Messia. È una interpretazione molto semplice e popolare, che risponde a questa domanda: cosa fa Gesù in questo versetto? Come si comporta? Che relazione ha con gli altri? In realtà non scopriamo niente di nuovo, ma facciamo rivivere un approccio un po’ dimenticato. È appunto coltivando questo modo di leggere il Vangelo, che possiamo pensarci suoi fratelli. Fratelli minori d’accordo, essendo Lui il primogenito, ma comunque fratelli. Soprattutto leggendo ed interpretando il Vangelo in questo modo, scopriamo che Gesù ci ha mostrato nella Sua vita una quantità veramente notevole di Virtù. Scopriamo i Suoi modi dolci e comprensivi, la Sua fermezza, la Sua capacità di ascolto, il Suo interpretare i bisogni degli altri, la Sua comprensione per chi cade nell’errore, il Suo modo tutto particolare di insegnare, l’uso di parabole, il senso del mistero, la conoscenza, e tanti, tanti altri modi di esprimere la santità. Modi che possiamo vedere riflessi come in uno specchio nei santi, e perfino nelle persone che ci circondano. Ebbene: tante di queste virtù non ricordano affatto l’eroismo. Non invitano alla sofferenza. Non sono espressione di una volontà di acciaio. Per avere un esempio concreto di questo tipo di lettura del vangelo, vedi:

LEGGERE IL VANGELO SCOPRENDO LE ENERGIE DIVINE DI GESU’

https://adoratori.com/leggere-il-vangelo-scoprendo-le-energie-divine-di-gesu/

E allora ci possiamo domandare: cosa facciamo nella vita che in qualche modo somiglia o ricorda gli atti di Gesù? Cosa risuona dei suoi gesti nel nostro intimo? Cosa ci sentiamo portati a fare che può somigliare alle Sue azioni? Ebbene, fissando la nostra attenzione su Gesù, scoprendo e meditando i Suoi attributi realizziamo “il passaggio del Giordano”. Impariamo a dare meno valore alle cose sensibili, e cioè alle storie eroiche ed eclatanti, ai miracoli, ai poteri straordinari, persino… all’abito, che troppe volte ha la pretesa di “fare il monaco”. Impariamo invece a dare più valore alla sostanza spirituale, e cioè alle Virtù. Alle tante e tante virtù cristiane, il cui numero, come abbiamo già detto, va ben oltre quello che ci immaginiamo. Lo conferma San Massimo il Confessore in un celebre scritto, l’Ambiguum 10:

“Contemplazione di Giosuè e del passaggio del Giordano” (Dal libro di Giosuè al capitolo 3):

“Così Giosuè, il successore di Mosè,…. avendo preso la guida del popolo che precedentemente in molti modi, nel deserto era stato educato alla devozione,….fece passare tutto il popolo, senza che si bagnasse, attraverso il Giordano…..Egli manifestava il Logos Salvatore (cioè il Cristo, indicato dallo stesso nome, Giosuè=Gesù, n.d.r.)…il quale, dopo che è terminata la lettera delle disposizioni della Legge (Mosè ed i comandamenti, n.d.r.), assume la guida del vero Israele, cioè di colui che vede Dio: questa guida si attua nei pensieri.”

In pratica, San Massimo vuole dire che leggendo il Capitolo terzo del libro dell’Antico Testamento intitolato “Giosuè”, ha contemplato cioè, ha avuto una ispirazione che gli ha fatto comprendere questo significato spirituale, che fa contemplare anche a noi: Il Signore Gesù Cristo guida il popolo che crede in Lui, aiutandolo a “passare il Giordano”. Egli cioè, simbolicamente fa passare i credenti, dal mondo materiale, simboleggiato dalla “lettera della legge”, al mondo Spirituale (detto dai dotti “intellegibile”). Ovvero dal mondo visibile a quello invisibile. Questo passaggio, san Massimo precisa che si attua nei pensieri. Cosa vuol dire? Vuol dire che, quando si passa dal mondo visibile a quello invisibile, si passa dal mondo dei sensi, quello che si vede e si tocca, a quello che si capisce. Cioè a quello che “vediamo”, comprendendo col nostro intelletto. Avremo sempre meno bisogno di eroismi straordinari ed esemplari, e avremo invece più attrazione per la semplicità e la mitezza. In altre parole, veniamo proprio a quanto esposto sopra. Impariamo a contemplare le Virtù. Ad accorgercene, a vederle intorno a noi.  Lo ripetiamo per spiegare meglio: Fissando gli occhi su Gesù, meditando ciò che fa nel Vangelo, ci educhiamo a dare valore a ciò che Lui ci mostra con la sua vita. E cioè alle tante virtù che troveremo in Lui e, riflesse come in uno specchio, in chi ci circonda. E se noi viviamo dando ad esse l’importanza che meritano, se noi guidati dal cuore e dalla preghiera impariamo a scoprirne ed a gustarne il grande numero, ci renderemo sempre più disponibili all’azione santificante dello Spirito.  Continueremo a chiedere l’intercessione dei santi, ma non ci fermeremo a tutto ciò che di meraviglioso circonda la loro vita, piuttosto ammireremo il loro modo di riflettere come in uno specchio le energie divine. E se non sarà la nostra vocazione, rispetteremo l’eroismo, ma cercheremo anche altre ricchezze. E scopriremo anche che il Vangelo di Luca ci spiega come ottenere lo Spirito Santo, cioè Colui che ci conduce a vivere queste virtù. Ottenere il dono dello Spirito, infatti, non è il frutto di una dura ascesi, ma la risposta Divina ad una nostra semplice preghiera, purché fatta con vera fede: “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”  (Luca 11, 11-13).

 

Conclusione

Abbiamo visto come la santità eroica sia un grande bene per la Chiesa, e per tutti i fedeli. Abbiamo però anche visto che, fissando gli occhi sul Salvatore e sulla sua vita nel Vangelo, possiamo permettere allo Spirito di agire con più efficacia nei nostri cuori. Gi potremo permettere così di trasformare i nostri occhi spirituali, facendoci scoprire il mondo invisibile e benedetto delle virtù Divine, andando così ben oltre le immagini eroiche dei santi.