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Il santo e la Bellezza

Teofane il Recluso (1815-1894) è un grande santo russo, maestro di preghiera e di spiritualità. Le sue pagine non sono mai banali. Anzi, sorprendentemente, pur da monaco, ha avuto la straordinaria capacità di penetrare a fondo la cultura laica, cogliendone il valore spirituale e didattico. Abbiamo avuto la possibilità di accedere ad alcuni aspetti della sua opera, grazie agli studi di Thomas Spidlik, che citeremo. Infatti, la maggior parte dei suoi scritti, in russo, non è tradotta in una lingua europea. Un vero peccato, come vedremo. Cominciamo comunque a meditare su quello che Spidlik ci ha riportato, a proposito della bellezza.

“Nel cuore l’azione dello Spirito si manifesta come desiderio e amore del bello. L’uomo infatti non è soddisfatto dai sentimenti, per così dire, utilitaristici. Egli è felice davanti alla bellezza di un oggetto, di un fiore, di un luogo. Ama la poesia, e gusta quell’arte, dove la bellezza va al di là delle forme. Nella poesia e nella pittura egli persegue la bellezza ideale, interiore, spirituale. Avremo occasione di ritornare sull’aspirazione del cuore umano verso il bello, che non è che la somma della bellezza suprema, Dio il bene ultimo verso cui noi tendiamo” (Nota 1).

E ancora:

“Quando si contempla un quadro, non è sufficiente guardare i colori o misurare la forma, per ammirarlo veramente o disprezzarlo. Bisogna contemplare l’idea che il pittore ha voluto esprimere nella sua opera. Questa prestazione si realizza per mezzo del senso estetico. Così è della natura. Non è sufficiente conoscere gli avvenimenti, bisogna contemplare l’idea che l’attività divina ha messo nella sua creazione.” (Nota 2).

Sono due citazioni bellissime, che ci aprono un mondo. E sono vere. Terribilmente vere. Noi cerchiamo affannosamente la Bellezza, quasi sempre senza saperlo. Allora, come ci suggerisce san Teofane, l’arte, la poesia, la cultura, possono aiutarci a scoprire ciò che davvero cerchiamo.  Ma come mettere in pratica le parole di questo grande santo?

Proviamo a farci educare da San Teofane, guardando un famoso quadro e seguendo le sue istruzioni. Naturalmente niente paura. Verrà tutto spiegato passo dopo passo, e non offrirà difficoltà alcuna.

 

Un santo davanti ad un’opera d’arte

Scegliamo un’opera famosa e completa di ogni aspetto, sia su un piano di bellezza delle forme come quello che ne va oltre. Sì, perché rispettiamo l’itinerario di San Teofane. Ricordiamolo:

“Quando si contempla un quadro, non è sufficiente guardare i colori o misurare la forma”…

Incominciamo quindi da forme e colori, cioè dal gradino più basso.  Ecco il quadro:

 

Si tratta de “L’Allegoria della Temperanza”, affresco di Luca Giordano.  Giordano è stato un grande pittore, nato e morto a Napoli, tra il 1634 ed il 1705. Ebbe il massimo della fortuna presso la corte di Spagna, ma dipinse molti quadri anche a Firenze. Siamo dunque nel 1600, ed in quell’epoca si viene a formare una più lucida coscienza di cosa è l’arte (Nota 3). Si parla infatti in quegli anni, di tre gradi pittorici. Il primo veniva considerato il vedutismo, cioè pitture che rappresentavano città o luoghi naturali. Ma in generale, anche in quadri a diverso soggetto dal paesaggio, l’abilità considerata era quella tecnica, saper cioè riprodurre la realtà. Guardiamo il nostro quadro e vediamo grandi cose. Prima di tutto il gioco tra ombre e luci, reso dalle diverse sfumature dei colori.   Esso ha un valore non solo tecnico, come vedremo. Le figure sembrano emergere dal buio, e rilucere davanti allo spettatore. Si tratta di una tecnica molto comune in quel secolo, ed è qui resa con grande bravura. Poi le forme, cioè il disegno. Si osservi la delicatezza dei panneggi e la mirabile maestria nel rendere i volti ed i corpi dei personaggi. Non c’è nulla di grossolano. Tutto è delicato. Siamo di fronte ad un grande maestro del disegno.  Vediamo ora quale era (e forse è ancora) il secondo livello della pittura: il ritratto.

Effettivamente nel ritratto il pittore riproduce una persona e non la natura. E una persona presenta caratteristiche esteriori, ma anche interiori. Era dunque bravo chi sapeva, con sapienza, mostrare queste ultime attraverso le prime. Qui certamente Luca Giordano non fa ritratti di persone esistenti. Tuttavia rimane molto importante la resa espressiva dei volti e dei gesti.  Adesso facciamo attenzione a questo primo passaggio. Stiamo passando dal sensibile, dal materiale, allo “Psichico”, cioè alla mente. Questa comunque si manifesta attraverso il gioco sensibile delle espressioni, ma in ogni modo, rappresenta un primo passo che comincia ad andare oltre le forme materiali. I due personaggi in basso a destra, e quello in basso a sinistra, esprimono attraverso il volto, la loro posizione ”inferiore”, cioè passionale, distante dal volto impassibile e forte della temperanza, quello cioè  circondato da un alone luminoso. Come si vede, è un ritratto dell’anima, un passo oltre i corpi. Veniamo quindi al terzo livello.  Al gradino più alto, si consideravano le rappresentazioni storiche o mitologico/simboliche. Queste ultime, d’altronde, richiedevano una maggiore cultura e l’abilità, tutta particolare, di saper trasferire un concetto in una immagine simbolica.Fanno parte di questo territorio dell’arte, appunto le grandi allegorie, cioè le rappresentazioni simboliche, come questa sulla temperanza. Il nocciolo, come abbiamo detto,  è una speciale comunicazione di una idea per immagini. Siamo al passaggio descritto da San Teofane, ricordate? E cioè: “…per ammirarlo veramente o disprezzarlo, bisogna contemplare l’idea che il pittore ha voluto esprimere nella sua opera”. E ancora, ”…e gusta quell’arte dove la bellezza va al di là delle forme. Nella poesia e nella pittura egli persegue la bellezza ideale, interiore, spirituale”.

Tenetevi forte. Stiamo passando “…dal sensibile all’intellegibile” come dicono i dotti, e come dicevano i Padri della Chiesa. Traduciamo. Stiamo passando dalle forme materiali, cioè da ciò che si vede, a ciò che in un quadro si capisce, si comprende, all’idea contenuta nel quadro. Stiamo approdando alla bellezza interiore del quadro, alla sua bellezza spirituale, contenuta nei suoi simboli.

  

Spiegazione della allegoria della temperanza

Per ragioni di spazio, non possiamo esaurire tutti i significati simbolici, attribuiti da Luca Giordano a ciascuna figura. Può essere un divertente ed utile esercizio da continuare da soli, per auto-educarsi. Mettiamo intanto a fuoco gli aspetti principali. Prima di tutto la luce stessa. Essa, come avevamo già anticipato, ha un suo significato. La temperanza, cioè la capacità di dominare le passioni, sembra emergere dal buio, dalle tenebre del peccato, alla luce divina. La donna al centro dell’affresco, circonfusa da una luce, simbolo di santità, è la Temperanza. Essa regge in mano una briglia, simbolo di moderazione. Perché? Perché le passioni erano spesso a quel tempo rappresentate dai cavalli, che appunto andavano domati e controllati con le briglie. Consideriamo che a quel tempo ci si spostava con quelli, e non con le automobili. Per la gente dell’epoca, l’immagine era immediata. Nell’altra mano la Temperanza regge un orologio, simbolo di pazienza. Giordano vuol dirci che per raggiungere la temperanza dobbiamo prima di tutto forgiare la pazienza, accettando di buon grado le tribolazioni della vita, come ci insegnano da sempre i santi Padri. Ed è un esercizio che dura appunto, nel tempo. Ma a chi si appoggia la temperanza? Ad un elefante, simbolo di saggezza. Infatti solo la saggezza può produrre quella accettazione delle tribolazioni che genera la pazienza. In alto, sopra, vediamo il simbolo della tranquillità, cioè una donna che tiene in mano un uccello, un “Alcione” Questo uccello è simbolo di umiltà e di prudenza. Essa vola sopra alla Giovinezza. Questa tiene in mano un incensiere, simbolo della preghiera, ed un serpente particolare. Un “uroboro”, cioè il serpente che si morde la coda, simbolo di eternità. Dunque la purezza spirituale della Giovinezza, difende la temperanza dalla donna a destra, simbolo del desiderio. Essa infatti si presenta con il seno scoperto, ed ha in mano degli ami da pesca, simbolo della tentazione, mentre nell’altra mano regge una sfera alata che ricorda come il desiderio abbia le “ali”, cioè come voli al di là dello spazio e del tempo (Nota 4). Ci fermiamo qui, per non disperdere l’attenzione del lettore. Ci teniamo però a sottolineare, che l’uomo d’oggi può avere difficoltà ad individuare questi simboli. Non così l’uomo del ‘600, la cui cultura era nutrita, anche ad un livello medio basso, da questo genere di metafore per immagini. Esse si presupponeva venissero colte immediatamente, per cui, il nocciolo dell’idea sostenuta dal quadro, non era l’insieme dei simboli isolati. Era la loro connessione, la loro relazione. In altre parole  la collocazione stessa dei simboli sull’affresco, richiama tutta una complessa  meditazione, sull’origine della temperanza. Per quella parte che abbiamo tradotto possiamo riassumere così: alla radice della temperanza sta la tranquillità generata dall’umiltà.  Essa fin dalla giovinezza se nutrita dalla fede e dalla preghiera, e opportunamente appoggiata alla saggezza, consente di combattere i desideri passionali disordinati, frutto delle tentazioni, imbrigliandoli.

Ecco l’idea del quadro, esattamente come ci aveva suggerito San Teofane. Ma il grande mistico russo va oltre: “…Così è della natura. Non è sufficiente conoscere gli avvenimenti, bisogna contemplare l’idea che l’attività divina ha messo nella sua creazione”.

Ecco dove voleva arrivare San Teofane. L’educazione alla Bellezza tramite la poesia, l’arte e la cultura, non è fine a sé stessa. Essa serve per accedere alla contemplazione. A cogliere l’idea, “ciò che si capisce”, a partire dalla natura.  Questo grande santo ci vuole educare alla contemplazione della Bellezza. Perché? Prima di tutto perché è quello che in realtà segretamente cerchiamo. Ma poi, soprattutto, per rispondere alla sapienza dei Padri. Essa ci racconta che il simile si unisce al simile. Dunque lo Spirito Santo ci spinge a cercare la Bellezza, perché la Suprema Bellezza è una manifestazione Divina, una Teofania. Contemplare la Bellezza ci rende a nostra volta più belli, cioè più virtuosi. In altre parole, una delle azioni dello Spirito è appunto quella di condurci all’unione contemplante con Dio, al fine di trasformare la nostra anima. Al fine di santificarla. E allora, come possiamo seguire il consiglio di San Teofane, cercando la bellezza Spirituale nella natura? Come trovare anche nel creato “l’idea”? Come passare dalla educazione alla bellezza alla contemplazione?

 

Ogni idea o “forma” è un pensiero divino

Vediamo. Quando, per esempio, passeggiamo in mezzo alla natura, può capitarci di fissare lo sguardo sugli ulivi, piante molto diffuse in Toscana. Se le vediamo da vicino, se esaminiamo le loro foglie, le cortecce, i tronchi. Se cerchiamo di scrutare come sono fatti, siamo colti dalla meraviglia, e molti di noi esclamerebbero: bello! A pensarci bene però, la bellezza che ci colpisce si potrebbe esprimere meglio con il termine perfezione. Questo termine è più universale, perché dal punto di vista della perfezione che esprimono, tutte le opere della creazione sono belle. Siamo dunque colpiti dalla sua perfezione.

E’ esattamente questa meraviglia, che costituisce il primo passo della nostra contemplazione.  La meraviglia di fronte alla stupefacente complessità di ogni opera di Dio, è data dalla nostra inconsapevole scoperta dell’”idea”. Appunto di quella idea che andiamo cercando. Essa è ciò che costituisce la “forma” originale dell’ulivo, il suo colore, le sue caratteristiche. Tutto ciò che è “ulivo” viene riassunta dai padri nella parola “idea” o “forma”. Ora, nella fede cristiana tutto, ma proprio tutto è stato preordinato da Dio: eventi e cose. I Padri ci insegnano che ogni cosa trova il suo modello, la sua “ragione d’essere”, la sua “idea”, la sua “forma”,  nella “mente” di Dio. Tutto è stato pensato da Lui prima dei tempi. In accordo con i Padri, usiamo i termini mente e pensiero solo per farci capire. Dio infatti non è un vecchio con la barba. Precisiamo allora ancora meglio: i Padri ci insegnano che i progetti di tutte le cose esistite, esistenti e che esisteranno, sono nel Figlio, il Logos divino del vangelo di Giovanni o Verbo. Ovvero il Cristo. E Dio, come dice il Credo, ha creato tutte le cose per mezzo del Figlio, ovvero per mezzo di tutti questi progetti.  Cosa vuol dire questo? Vuol dire che se guardiamo un ulivo, un passero, una foglia, un uomo, contempliamo ciò che era in Dio fin dall’eternità. E nel contemplare le perfezioni delle Sue opere contempliamo come in uno specchio la Sua perfezione.

Ecco compiuto il primo passo..

Per saperne di più vedi l’articolo “La contemplazione della natura come esercizio spirituale”, il cui link si trova in fondo.

Dalla contemplazione delle forme divine quella dell’idea profetica

Questa idea, questa forma così perfetta può esprimere simbolicamente qualcosa di più? Vediamo. In tutti i libri di botanica si spiega come l’ulivo non muoia praticamente mai.  Direttamente con la nostra semplice osservazione, possiamo scoprire come dal ceppo tagliato possano rispuntare nuovi tronchi, in numero da due a cinque. Essi sono assolutamente lo stesso ulivo, ma rigenerato! I romani quando distrussero Gerusalemme, vollero tagliare tutti gli ulivi, per punire gli ebrei in quella che questo popolo considerava una delle sue più grandi ricchezze. Tuttavia non riuscirono ad estirparli, perché dai tronchi nacquero, appunto, altri alberi. Ma ancora più chiaro è l’uso medicinale che gli ebrei facevano dell’olio, frutto dell’albero dell’ulivo. Vediamo in Luca 10,34, nella famosa parabola del buon Samaritano, che questi vedendo l’uomo ferito dai briganti…:” gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.” Dunque l’olio, come attestato anche nell’antico testamento, in Isaia 1,6, aveva una funzione curativa: accelerare la guarigione dei lembi delle ferite, grazie alla sua virtù rigeneratrice. Ci fermiamo qui, ma si potrebbe continuare a lungo, per cogliere a fondo, aiutati dalla Bibbia,  il senso profondo e simbolico della pianta dell’ulivo. Chi lo desidera può riferirsi all’articolo specifico sull’ulivo, segnalato in fondo all’articolo. Noi possiamo comunque concludere, che con l’aiuto della Parola di Dio, possiamo affermare di aver colto una delle idee divine sull’ulivo: esso è simbolo di rigenerazione. Di più. L’olio entra infatti anche nei sacramenti del battesimo, della cresima e della guarigione dei malati. Esso è quindi non solo è simbolo ma autentica profezia della nuova vita del Cristiano.

 

Conclusione

San Teofane il recluso ci ha accompagnati in un viaggio, e ci ha educato a contemplare la bellezza attraverso l’arte, nei suoi diversi gradi. Il fine era quello di imparare a contemplare il bello nella natura, sapendo andare oltre le forme materiali, per cogliere ciò che della natura “si capisce” di Dio. Cioè per accedere attraverso di essa al mondo della contemplazione trasformante. Quella che ci fa più belli e più santi, perché ci unisce a Dio, bellezza Suprema.

 

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Note

1 – Thomas Spidlik, La Doctrine Spirituelle de Theophane le reclus, Pontificium Institutum Orientalium studentorum ; 1965,pagina 39, traduzione dell’autore).

2 – Ibidem pagina 22

3 – Simon Schama in “Gli occhi di Rembrandt” (Ed. Mondadori),

4 – Riccardo Lattuada, Allegoria della Temperanz a, in Luca Giordano maestro del barocco a Firenze, Officina Libraria, 2023.