In onore di Clemente Alessandrino
Pochi sanno che tra la fine del secondo secolo e l’inizio del terzo, ad Alessandria D’Egitto, Clemente Alessandrino, allievo di San Panteno, scrisse un’opera interamente dedicata ai laici battezzati. Clemente era cosciente, che dopo il catecumenato e relativo battesimo, i Cristiani avevano bisogno di imparare ad interpretare il Vangelo, nel loro stile di vita quotidiano. Tutto ciò ovviamente, molto al di là di semplici indicazioni morali. Scrisse pertanto “Il Pedagogo”, un testo su come proseguire il cammino. indirizzato non ai presbiteri, ma ai laici ed alle famiglie. Ricordiamo che a quell’epoca non si era ancora sviluppato appieno il monachesimo, e questo rende ancora più interessante lo scritto di Clemente. In tutta la prima parte questo scrittore ecclesiastico, non si sofferma tanto sulla liturgia e sui sacramenti, anche se a quell’epoca erano già presenti presbiteri e vescovi. Piuttosto descrive l’atteggiamento che il credente deve avere, nel costruire il proprio rapporto con Dio. Egli suggerisce di puntare molto su quella che oggi si chiama infanzia spirituale. Ne parleremo nella sezione dedicata al rapporto personale con Dio. Gli aspetti che Clemente descrive nelle pagine successive, saranno toccati nella sezione dedicata alla ascèsi. Il libro è comunemente reperibile nelle librerie e su Amazon, ma è presente anche sotto forma di Podcast diviso in dieci puntate, comodamente reperibile su YouTube a questo link
https://www.youtube.com/watch?v=spiJTA4TwSQ&t=7s
Una avvertenza
Questo è un articolo che, dato il suo carattere pratico, è composto da più parti, che possono essere lette a “puntate”. Visto l’argomento, importante quanto poco trattato, si sono resi necessari dei rimandi ad altri articoli e video. Questo ne rende la lettura un po’ impegnativa. Non sarebbe male leggere gli articoli e vedere il video con l’inizio del film consigliato. E’ interessante di questo proprio il colloquio iniziale, subito dopo i titoli di testa, il resto può essere saltato. Ciò darà completezza alla esposizione di un tema inevitabilmente piuttosto complesso, e articolato. Crediamo di suggerire che in questo caso, un po’ di fatica sarà premiata.
Un progetto nascosto nella volontà del Padre
“Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda;
meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.
Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;
erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno” (Salmo 139 (138),13-16).
Il senso di questo salmo viene ripreso e confermato dal Vangelo:
“Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Matteo 10,30), e ancora “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Luca 12,7).
Quale è il senso profondo di tutto ciò ed il suo significato per noi oggi?
I Padri della Chiesa non esitavano a sostenere che il “progetto” della nostra esistenza, che loro chiamavano logos, è inscritto nella volontà divina fin dall’eternità. La cattiva abitudine di fare della teologia a partire dalla filosofia, ha portato alcuni a credere ingenuamente, che tutto ciò sia nato sotto l’influsso di un qualche pensatore greco. Basta semplicemente leggere i padri per accorgersi che essi partono solitamente dalla sacra scrittura. Mai o quasi mai citano filosofi. E con ragione, visti i due esempi biblici sopra riportati. Dunque, possiamo fare una affermazione solidamente fondata:
Tutti noi nasciamo con un progetto interiore, che abbiamo il compito di vivere e realizzare appieno. Questo è ciò che si dice “fare la volontà di Dio”. Questo è quello che San Paolo definisce “rafforzare l’uomo interiore” (Efesini 3,16).
“Essere sé stessi” un tema che viene da lontano
La ricerca “dell’uomo interiore”, è stato forse uno dei temi più dibattuti del secondo dopoguerra. A quel tempo fu ripreso da radici ancora più lontane. Chi ha vissuto il ventennio che va dal ‘60 all’’80, ricorderà senz’altro l’intensità di questo dibattito, in certi ambienti giovanili. Innumerevoli i testi dedicati. Citiamo tra i più noti “L’ uomo ad una dimensione”, di Herbert Marcuse, in cui l’uomo esteriore, ricordato da San Paolo come opposto all’uomo interiore, era descritto come frutto dell’oppressione sociale operata dal capitalismo. I giovani meno inclini alla ideologia marxista, trovavano fonte di ispirazione nelle opere letterarie, degli scrittori appartenenti alla “Beat Generation”. Kerouac, Ginsberg e Burroughs, esaltavano come trasformanti il viaggio e la ricerca di quella spontaneità, che nasce dal rifiuto delle sovrastrutture borghesi, e dalla ipocrisia.
Quasi contemporaneamente, ed a seguire per molti anni, profeti come Timothy Leary, assicuravano il realizzarsi di un profondo rinnovamento interiore grazie all’uso dell’LSD, e di altre droghe. Infine, a partire dalla metà degli anni ‘50, la California, divenne un centro di diffusione mondiale del Buddhismo e delle religioni orientali, grazie all’opera instancabile di Alan Watts. In tutto il mondo tra i giovani si diffuse l’idea che solo le filosofie provenienti dall’Asia, avrebbero potuto portare alla vera scoperta di sé. Infine, sull’onda della necessità divenuta sempre più estrema, della ricerca del proprio “vero” essere, grande successo ebbe la psicoanalisi. Si andava in terapia non per guarire da una malattia mentale, ma per “conoscere sé stessi”. Ci fermiamo qui per non tediare il lettore, ma molti, veramente molti furono i tentativi, i “cammini”, le scuole, che sorsero di fronte alla esigenza imperiosa e quasi ossessiva, della “scoperta di sé”, del proprio “vero” essere. Per avere una idea di quanto si agitava in quegli anni, consigliamo un video ed un film (gratuito) da questo presentato. Film da vedere soprattutto nella sua primissima parte, contemporaneamente e subito dopo i titoli di testa. Il video è rinvenibile a questo link del canale “Spiritualità e cultura”:
Film ritrovati: Dillinger è morto di Marco Ferreri, la maschera e l’uomo interiore
https://www.youtube.com/watch?v=WURbr0BVRF4&t=26s
Al di là degli errori, e delle tante false strade, rimane una constatazione: quella domanda, quella esigenza così imperiosa era giusta. Sì, assolutamente giusta. Giusta e santa. Negli anni molti dei giovani di quella generazione trovarono la vera strada nel cristianesimo. Ricordiamo Seraphim Rose, divenuto dopo una parentesi Buddhista, monaco ortodosso in California. Oggi è reputato santo ed i suoi scritti sono ancora molto letti. A livello di massa, ricordiamo la nascita dal movimento Hippie, dei “Jesus People”, un fenomeno di conversione vastissimo, che dall’America arrivò anche in Italia ed in Europa, sotto il nome di “Cristo è la risposta”. Dunque, alla fine qualcuno approdò al vero uomo interiore, ma una domanda drammatica ora sorge:
dove è finita quella domanda di verità su sé stessi?
E ancora:
È infatti facile condannare le droghe ed il sesso libero degli Hippies, ma a quella domanda, a quella esigenza di ricerca interiore, siamo davvero in grado oggi di dare una risposta veramente esaustiva?
Purtroppo, tutto sembra dimenticato. Tutto sembra rientrato nella ipocrisia, nel perbenismo, nel fariseismo. Eppure….Eppure non è così! La domanda sulla verità di sé stessi è ancora valida, ed ha una risposta profonda che merita di essere dissepolta! Sì, dissepolta, attualizzata, vivificata, rilanciata.
Progetto e divinizzazione
I Padri ripetevano: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. Ma non è troppo? Sembra un tema spinoso ma in realtà è molto semplice. La nostra natura rimane umana. Non diventiamo infiniti come Dio. In questo senso i Padri parlano di “adozione” a figli. Quello che cambia è il nostro comportamento, che acquisisce in modo stabile le virtù divine. Quegli attributi cioè, che sono frutto dello Spirito Santo: carità, misericordia, pazienza, umiltà etc. E’ come se noi bevessimo dell’acqua, che ha assunto il sapore del vino. La natura dell’acqua rimane la stessa, ma le qualità cambiano e somigliano a quelle del vino. ( San Massimo il Confessore, Capitoli vari, seconda centuria, n°26, Filocalia, vol. 2 – Per ulteriori approfondimenti, chi sa il francese può leggere l’esteso ed esauriente volume di Jean-Claude Larchet . La Divinisation selon saint Maxime le Confesseur, Ed. CERF) Naturalmente non parliamo di tutte le Virtù, cosa propria solo del Cristo, il Figlio di Dio. Si tratta di sviluppare quegli attributi divini che ci sono stati assegnati fin dall’eternità. Quelli inscritti nel progetto che portiamo nel cuore, e che il Signore ha stabilito per noi. Questo è il punto decisivo che vorremmo trasmettere con questo paragrafo: il progetto generale è uguale per tutti, e cioè essere figli di Dio per adozione. Ognuno ha poi inscritto interiormente un progetto specifico che, come abbiamo detto, concerne alcuni attributi divini o virtù. Riflettiamo bene su questo punto. San Paolo ci dice:
“Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani 8,29). Dunque primogenito tra molti fratelli. Ora i fratelli si assomigliano per qualcosa, in genere. La somiglianza che quindi possiamo avere con Gesù, riguarda alcuni aspetti. Certo non di tipo fisico. Piuttosto la somiglianza invocata anche dai padri, riguarderà certi comportamenti. Quali? Appena sopra abbiamo accennato per brevità alle virtù del Cristo. Carità, pazienza, umiltà etc.. Tuttavia Questi termini, sebbene tratti dalla scrittura, rischiano di essere visti come generici e di sciogliere dunque la somiglianza che cerchiamo, nell’indeterminato. Nel generico. Nel non concreto. Se ne perde il senso pratico. Come fare allora ad essere concreti? Per scoprire i mille attributi divini di Gesù, proviamo a scoprirli leggendo il Vangelo. Infatti c’è un modo di leggere il Vangelo che ci mette di fronte non alle parole, ma agli atti del Messia. E’ una interpretazione molto semplice e popolaresca, che risponde a questa domanda: cosa fa Gesù in questo versetto? Come si comporta? Che relazione ha con gli altri? In realtà non scopriamo niente di nuovo, ma facciamo rivivere un approccio un po’ dimenticato. E’ appunto coltivando questo modo di leggere il Vangelo che possiamo pensarci suoi fratelli. Fratelli minori d’accordo, essendo Lui il primogenito, ma comunque fratelli. Cosa facciamo nella vita che in qualche modo somiglia o ricorda gli atti di Gesù? Cosa risuona dei sui gesti nel nostro intimo? Cosa ci sentiamo portati a fare che può somigliare alle Sue azioni?
Per avere una descrizione dei principi da seguire per una tale lettura del Vangelo e per degli esempi pratici, possiamo riferirci al seguente articolo per i principi generali e qualche esempio:
LEGGERE IL VANGELO SCOPRENDO LE ENERGIE DIVINE DI GESU’
https://adoratori.com/leggere-il-vangelo-scoprendo-le-energie-divine-di-gesu/
Al seguente articolo per un esempio concreto e sistematico riguardante i primi quattro capitoli di Luca:
SCOPRIRE GLI ATTRIBUTI DIVINI DI GESU’ MEDITANDO I PRIMI CAPITOLI DEL VANGELO DI LUCA (1-4)
Per concludere questa parte, possiamo dire che siamo chiamati a realizzare un progetto divino. Esso rappresenta la realizzazione particolare del progetto generale della Deificazione, così come illustrato dai Padri della Chiesa. Per cominciare a comprenderlo è necessario leggere questo progetto come somiglianza con Gesù. Somiglianza che si realizza quando, con il tempo, riusciamo con l’aiuto di Dio, ad interpretare in modo stabile nella vita. Alcuni modi di essere, alcuni attributi divini mostrati da Gesù nel Vangelo. Leggere dunque il Vangelo cercando di riflettere e meditare su cosa fa Gesù, versetto per versetto, può aiutarci a comprendere in quale direzione cominciare a camminare.
Il primo passo: la consapevolezza e la decisione
Nei paragrafi precedenti ,abbiamo delineato, nel suo profilo generale, in cosa può consistere il termine patristico divinizzazione, quando questo interessa il mondo laico. Adesso il lettore giustamente si chiederà: come si procede? Certo. Infatti è importante, avere le idee chiare sul fine della nostra vita, ed in pratica, sul dove vogliamo arrivare. Ma una volta fatta almeno un po’ di chiarezza, su questo tema, urge cominciare a sviluppare, un percorso fattibile e concretamente percorribile da tutti. Allora partiamo dalla prima tappa, fissando l’attenzione su un passo del Vangelo.
“…A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; “ (Luca 9,59-60). Dunque Gesù chiama. L’uomo risponde, ma stupisce l’affermazione di Gesù: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Ci sono dei vivi che secondo Gesù sono morti. L’uomo a cui egli dice “Seguimi” è invece chiamato alla vita. Seguire Gesù nel Vangelo è vita. Restare, qualunque cosa si faccia, è morire. E’ non vivere. Dunque tutti noi, siamo chiamati alla vita. E chi è morto? Chi si “lascia vivere”. Chi vive in automatico, “rispondendo alle esigenze quotidiane. Chi vive non di azione, ma di reazione. Quel seguimi oggi, vuol dire prendersi in mano. Rispondere alla chiamata, vuol dire farsi parte attiva della vita, decidendo. Decidendo cosa fare. Certo tutti apparentemente decidono, ma in realtà reagiscono ad una esigenza, il più delle volte materiale. Vivere, rispondere al seguimi, vuol dire invece “pensare la propria vita”, modificandola per poter seguire il Vangelo. Non avere in mente prima di tutto la sussistenza, ma prima di tutto il Regno.
“Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo 6,31-33). Chi cade nel tranello degli affanni muore, perché dimentica la vera vita, il Regno, chi organizza la propria vita, per rispondere a quel “seguimi” di Gesù, vive, perché coltiva giorno per giorno, la vera vita. Sta un po’ qui la grande ed epocale differenza, fra laici e monaci. O meglio, fra certi laici ed i monaci. Il grande dono della vita monastica a chi è chiamato a vivere nel mondo, è esattamente questo messaggio, che la vita religiosa trasmette a tutti: non basta “lasciarsi vivere”, per rispondere alla chiamata del Signore, è necessario pensare la propria vita, deciderla, programmarla, per rispondere alle esigenze del Vangelo. Il fatto è che non se ne parla. Vivere la fede per molti, consiste nell’assolvere ad una serie di obblighi, perlopiù liturgici e sacramentali. Non che la confessione e l’eucarestia (frequente) non servano. Servono eccome! Ma andrebbero vissuti come punto di partenza, per far sì che il Vangelo entri nella nostra vita. In una parola, essi dovrebbero trasformarsi in uno stile di vita cristiano. Subito dopo il periodo Apostolico tutto ciò era molto sentito. Alla fine del II secolo, Clemente Alessandrino sentì per questo l’esigenza di scrivere un libro proprio dedicato allo stile di vita del cristiano: il “Pedagogo”. Dovremmo riscoprire questa saggezza.
Dunque in conclusione: è necessario essere consapevoli della chiamata che Dio fa ad ognuno, e decidere di rispondere. Chi crede di essere saggio, perché si “lascia vivere”, muore alla vera vita.
Gli ostacoli alla realizzazione del progetto
Ma quali sono gli ostacoli che hanno generato l’addormentamento generale?
Sono fondamentalmente 9:
1 – Il nostro temperamento.
Tutti noi nasciamo con un progetto, è vero, ma anche con l’inclinazione al peccato, generata dalla Colpa Ancestrale. Essa consiste nella cecità del nostro cuore, che accentua in modo spiritualmente patologico, una o due delle passioni dell’anima che ci affliggono. Oggi questo è riconosciuto scientificamente, anche dagli psichiatri. Essi riconoscono che ogni individuo può essere condizionato da una emozione di base, vissuta in modo marcato, forte, accentuato. Per esempio, la paura può forgiare un temperamento incline a cautelarsi eccessivamente rispetto al pericolo. Ci sono molti modi. Da lavorare in gruppo, alla esagerata precisione, allo scegliere una “guida”, etc. Questo vale per tutte le emozioni, che sostanzialmente coincidono con le passioni dell’anima descritte dai monaci del deserto. Gola, lussuria, avarizia, etc. sono parte di questo quadro che gli stessi psichiatri descrivono e definiscono come temperamento. La moderna medicina ha anche scoperto che certe caratteristiche del temperamento, sono innate, cioè nascono con noi. Sono ereditarie. Viene invece definito carattere tutto ciò che viene all’uomo dalla cultura in cui nasce e dai suoi costumi, come dall’educazione dei genitori. E l’ambiente, talvolta, può contrastare e modellare il temperamento. Questo complesso gioco tra natura ereditata ed ambiente culturale può rappresentare un ostacolo talvolta severo, al raggiungimento del fine della vita inteso come realizzazione del progetto divino in noi. Ecco perché si dice che la volontà di Dio talvolta per noi è una croce.
2 – Il materialismo.
Come giustamente sostengono i Padri, se noi accettiamo Gesù come Signore della nostra vita, Egli ci condurrà al di là del fiume Giordano: un simbolismo che sta a significare il passaggio dal mondo sensibile a quello intellegibile. Dice San Massimo il confessore: “Il maligno suole perfidamente congiungere i concetti relativi alle cose sensibili, con le loro forme e figure. In questo modo sono prodotte le passioni per le manifestazioni esteriori delle cose visibili. La nostra potenza razionale arrestandosi per l’interporsi della percezione sensibile, non sale verso le realtà intellegibili” (Massimo il Confessore, Filocalia vol 2, Capitoli vari, II centuria, n°38). Si è un po’ difficile, ma niente paura. Adesso spieghiamo tutto con parole semplici. Le realtà intellegibili sono quelle che si capiscono. Per esempio, una azione si vede, mentre l’intenzione si capisce. Se uno dà una moneta ad un povero è una azione che si vede. L’intenzione con cui la da invece è qualcosa che “si capisce”. L’atto di fare elemosina rientra nelle realtà sensibili, perché si vede. La misericordia con cui essa è fatta non si vede ma si “capisce” ed è un intellegibile. In altre parole, quando cerchiamo la volontà di Dio su di noi, il Suo progetto, scritto dall’eternità in noi, di solito finiamo per fermarci alle forme sensibili di un compito visto nel suo svolgersi materiale. Ecco allora che giudichiamo “vocazioni” il medico o l’insegnante. Vedendo dal punto di vista materiale le loro azioni, pensiamo che abbiano la vocazione sublime di curare ed insegnare, al modo dello stesso Gesù. Del barista invece, vediamo il suo fare il caffè e la riscossione del suo prezzo, e questo non ci entusiasma più che tanto. Ci sfugge ciò che di questo mestiere va capito: l’obbedienza, la vocazione a obbedire e servire. Ci concentriamo sugli spiccioli che gli dobbiamo per il nostro caffè, e diciamo: “lo fa per soldi”. In questo modo la stragrande maggioranza dei lavori ci apparirà poco nobile, ed in fondo interessata. E questo perché ci siamo fermati alle informazioni date dai sensi. Al famoso sensibile. Ci sfugge l’incredibile esercizio di obbedienza continua del barista, spesso realizzato con avventori impazienti e maleducati. Come per tutti i commercianti, però, il sorriso e la pazienza non sono un “optional”. Con questa attenzione tutti i lavori ci appariranno sotto un’altra luce, e non sarà difficile cogliere questo terzo ostacolo, come il più duro a morire ed il più temibile
3 – La svalutazione dell’impegno spirituale del laico.
Di questo ostacolo è un po’ è doloroso parlarne. Non pochi pastori, sia Cattolici che Ortodossi, di fronte ad un laico che cerca la profondità nella vita spirituale, tendono a scoraggiare. “Questa è cosa per i monaci (o frati), non per i laici”. Sembra che se qualcuno desidera conoscere la parola di Dio, pregare, studiare teologia o cercare una sia pur moderata ascesi, egli automaticamente entri nel gruppo dei “fanatici”. Si va ogni tanto alla Liturgia domenicale, si accende una candelina e si fa qualche opera buona. Tutto qui. Chi cerca di più è strano. Non va bene. I laici devono fare i laici: seguire il calcio, le telenovele alla tv, andare al ristorante la domenica e la sera andare al cinema. E’ necessario reagire e guardare avanti, ma senza polemiche. Guardiamo tutto con carità, accettando con comprensione la debolezza degli altri.
4 – Il quietismo, cioè in pratica la tiepidezza.
Non è raro trovare religiosi o laici che tendono a rispondere di fronte alla eventualità di un impegno:”….ma lasciamo fare allo Spirito Santo….” Che poi in pratica vuol dire: non facciamo nulla. Il termine esatto per definire questa condizione è: “quietismo”. Sembra qusi una posizione umile, ma non lo è. E’ vero che ad agire è la grazia, ma essa chiede una risposta. L’amore si vive in due. Se uno ama l’altro è chiamato a corrispondere ed a farlo usando la volontà. Dio non ci vuole dei fantocci. Delle marionette. Che amore sarebbe.! E quale rispetto ci sarebbe per l’essere umano e per la sua libertà?
5 – Il dominio dell’immaginazione.
“Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era” (Giacomo 1,22-24).
Giacomo ci spiega che c’è un modo di vivere il cristianesimo, che lui equipara al guardarsi in uno specchio. Cioè in una immagine. Ci racconta in pratica, che possiamo illuderci di seguire il Vangelo vivendo di immaginazione. Dando alla immaginazione più importanza dei fatti. E’ doloroso notarlo ma dobbiamo parlarne: essere i primi nel volontariato verso gli immigrati, e coordinare addirittura gli altri operatori parrocchiali, e poi non mettere in regola la propria COLF rumena, è un esempio efficace, per descrivere di cosa stiamo parlando. Stiamo riferendo un fatto vero. Ancora, è accaduto che dipendenti pubblici abbiano “timbrato il cartellino” del lavoro, per poi andare a dare da mangiare ai senzatetto. Ovviamente in orario retribuito da chi si aspetterebbe da queste persone, una qualche prestazione. Un furto….a fin di bene. Sono storie vere che parlano di noi. Parlano di come sia facile relegare nell’immaginario lo stile di vita evangelico. Come ci insegna San Giacomo questo c’è sempre stato, ma oggi è veramente molto accentuato, per ragioni facilmente comprensibili. I video, i film, i fumetti, hanno aumentato in modo molto marcato il piacere mentale procurato dalle immagini. Il meccanismo è semplice. Si associano le immagini ad emozioni, attraverso storie dal ritmo avvincente, stimoli sessuali, improvvisi cambiamenti di scena che sorprendono, etc.. Le nostre menti vengono in questo modo, oggettivamente catturate all’immaginario tramite il piacere, da cui è sempre più difficile liberarsi. Ciò ha per conseguenza, una maggiore disposizione a cadere nelle tentazioni caratterizzate da immagini. Per esempio nella pornografia. Nel fedele che cerca a suo modo il Signore poi, questo fenomeno da vita ad una più facile produzione di un ideale religioso immaginario. In altre parole, letture e prediche concorrono nel realizzare in noi, una immagine di fede. Un film di come dovrebbe essere un cristiano. A questo film cerchiamo di aderire attraverso atti e gesti che ne riproducono l’ideale, con cui inconsapevolmente, di continuo ci confrontiamo. Da qui nascono certi gesti generosi, certi digiuni, certi pellegrinaggi. Quello che vorremmo comunicare, è che in questo modo, il punto di riferimento non diventa più la realtà, ma l’immaginario che ci siamo costruiti. La nostra attenzione ed il nostro “autocontrollo” guarda al confronto con l’immagine, non con i fatti. Facciamo volontariato con gli immigrati: questo combacia con la nostra immagine di carità. Non ci accorgiamo di guardarci in uno specchio. Ciò che poi facciamo nella noiosa routine quotidiana, casa e lavoro, priva delle emozioni generate dall’immaginario religioso, non ci interessa più di tanto. Non ci emoziona. Non ci fa sentire buoni e pertanto non ci interessa.
Ecco perché dobbiamo assecondare quella grazia che ci tira fuori dal mondo della immaginazione.
6 – Credere che la santità sia sempre eroismo
L’uomo ha bisogno di eroi. Da sempre. Ricordiamo le gesta di Ettore ed Achille nell’Iliade, i 40 chilometri di corsa, del messaggero della battaglia di maratona (da cui il nome della celebre gara olimpica e nel mondo Romano, Muzio Scevola, che mette la mano in un braciere acceso senza fiatare. Dal mondo antico a quello moderno, gli eroi contribuiscono a generare la stessa identità di un popolo. In Italia abbondano gli eroi del Risorgimento, martiri per la patria, e gli eroi delle due guerre mondiali. Filippo Tommaso Marinetti, poeta e fondatore del futurismo, esaltava l’eroismo, fino alla bella morte. Esso era per lui, il prodotto di una volontà d’acciaio. Marinetti ci ha raccontato meglio di altri l’eroismo, come coraggio, disprezzo del pericolo, disprezzo dei piaceri e delle passioni come la paura, e rifiuto delle mollezze “sessuali”, fino al disprezzo per la donna. E non lo scrisse o disse e basta. A più di sessant’anni, partì volontario nella Seconda Guerra Mondiale, lasciando la moglie a casa. Fu accolto da lei, distrutto nel fisico, di ritorno dalla campagna di Russia. Morì poco dopo. Dunque esaltazione della volontà e rigetto delle passioni. Ci ricorda qualcosa? Ma certo che ci ricorda qualcosa. La Chiesa ha saputo accogliere questo intimo desiderio dell’uomo, di guardare agli eroi come ad un modello. Essa ci ha indicato eroi come i santi- Martiri che accettavano con coraggio la morte per la fede. Beh, un po’ meglio che morire nel tentativo di uccidere qualcun altro. Il santo è un eroe positivo che, se non muore, soffre con coraggio per la virtù. Per la carità, per l’umiltà, per la pazienza. Il suo è un eroismo della volontà, ma a differenza del pagano, esso è sostenuto dalla grazia. I santi hanno letteralmente sostituito gli eroi nella difesa delle città, e perfino nel pellegrinaggio che il popolo faceva alle loro tombe. Bene. Va tutto bene. I santi sono nostri amici e fratelli, che intercedono per noi. Ma senza rinnegare il tanto, tantissimo di buono che essi ci regalano, facciamoci una domanda: la santità è sempre e solo eroismo? Lo è in tanti casi. Anche nella vicina di casa di cui nessuno parla, ma che da sola e senza badante, si fa carico del marito malato di Alzheimer. Tuttavia limitare la santità al solo sacrificio, alla sola sofferenza, sembra non esaurire tutto ciò che i padri della Chiesa ci indicano come santità. Come abbiamo già illustrato sopra, la santità consiste nella stabilità nelle virtù acquisite con lo Spirito Santo. Esse possono essere il coraggio e la sofferenza, ma anche la gioia, la pace, la semplicità, l’infanzia spirituale, la mitezza, l’umiltà. Come abbiamo già illustrato, ci sono tanti e tanti modi di somigliare, come fratelli al primogenito Gesù. L’eccessiva enfasi sull’eroismo e sulla sofferenza diventa alla lunga un ostacolo. Genera scoraggiamento per la meta impossibile, e troppo lontana. Genera confusione perché limita enormemente ciò che il Vangelo ci può indicare come somiglianza col Cristo. In oche parole non c’è solo la croce. Non c’è solo la sofferenza. Non c’è solo il deserto. Non c’è solo l’assenza dolorosa. Superare il blocco generato dalla eccessiva enfasi sull’eroismo e sulla croce, permette di trovare energie e coraggio, per ascoltare il meglio del pensiero dei Padri: siamo fatti per diventare Figli di Dio. E ce la possiamo fare tutti. Ma proprio tutti, perché per questo Dio si è fatto uomo: perché tutti gli uomini diventassero Dei per adozione. Tutti.
7 – Il progressivo cambiamento del significato della parola Carità.
I linguisti la chiamano con una parola difficile deriva semantica. Un termine che indica il fenomeno per cui il significato di una parola, originariamente concepito in un modo, finisce col tempo, per cambiare del tutto. E’ il caso della più importante delle virtù: la carità. Cerchiamo insieme di capire servendoci dell’aiuto di S. Massimo il Confessore. Questo grande padre della Chiesa si è occupato a lungo proprio della carità, scrivendo ben tre centurie sull’argomento, che rappresentano tre diamanti preziosi, incastonati nella Filocalia, libro che li contiene in modo reperibile in italiano. Nel primo capitolo della prima centuria, il santo padre inizia con una definizione lapidaria: “La Carità consiste nel desiderio di conoscere Dio”. Come si può vedere da questa affermazione, il significato patristico di carità è piuttosto lontano da quello attuale nella lingua corrente. Oggi tendiamo a pensare alla carità quando facciamo un’elemosina, o quando ci impegniamo in una piccola opera a favore di una persona. Tutto questo non è sbagliato di per sé. È sbagliata l’eccessiva polarizzazione sulla generosità nei confronti degli altri. Quasi si arriva a un controsenso: occuparsi dei bisogni degli altri diventa più importante che occuparsi di Dio. Anzi, di più: il Signore diventa un intruso. Perché pregare quando ci sono tante persone che soffrono e aspettano il nostro aiuto? E poi, “Se stai pregando e il tuo fratello ha bisogno di aiuto, interrompi la preghiera e vai da lui”. Tutto ciò deriva da un’interpretazione abusiva della prima lettera di Giovanni (4,20-21): “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”.
L’interpretazione abusiva consiste in questo corto-circuito: “Dando prova di amare il mio fratello, già automaticamente amo Dio, quindi non c’è bisogno di intrattenere una relazione di amore personale col Signore, perché è già tutto fatto”. Ma chi pensa così, dimentica il versetto di Giovanni che precede il 20: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo”. Inoltre, c’è qualcosa di ancora più solido che mette in difficoltà questa interpretazione abusiva e volontaristica del secondo comandamento: il fatto che Gesù stesso ribadisce che è il primo comandamento ad essere il più importante. “«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 22, 36-39).
Il significato vero di Carità è dunque: prima di tutto amore per Dio. Per i lettori cattolici, affinché non pensino che qui si cerchi di rimescolare le carte alle loro spalle, possiamo citare due Catechismi ufficiali della Chiesa Cattolica Romana. Il Catechismo di Pio X recita così:
“La carità è una virtù soprannaturale, infusa da Dio nell’anima nostra, per la quale amiamo Dio per sé stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi stessi per amor di Dio”.
Più recentemente anche il Catechismo attuale non si discosta da questa definizione:
“1822 – La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio”.
Come si può vedere il significato di Carità non varia e si può dire che è lo stesso per i Padri della Chiesa, per la Chiesa Ortodossa e per la Chiesa Cattolica.
Dunque è innegabile che per ragioni che qui sarebbe troppo lungo esaminare, il termine Carità ha cambiato in buona parte il suo significato. Per indicare l’amore per Dio oggi si preferisce usare il termine Pietà. Esso starebbe in realtà ad indicare una serie di pratiche fatte per onorare Dio. Liturgie, recita di preghiere, processioni. Ma più nel senso formale del termine, e non si tratterebbe in realtà, di una virtù necessariamente infusa dallo Spirito Santo.
E cosa provoca questa deviazione? Provoca che del primo comandamento, il più importante, si parla poco. Sembra quasi non esistere. La cartina al tornasole è questa: pochi se non pochissimi dedicano un tempo quotidiano al rapporto personale con Dio, fatto di preghiera rivolta direttamente a Dio, e di meditazione della scrittura. Più facilmente si trovano attivisti, che danno il loro tempo ad opere di volontariato, credendo che questo da solo, sia sufficiente per il loro cammino spirituale. Come vedremo, qualcosa è, che diamine, ma ben poco rispetto al necessario. Soprattutto si tende a perdere una fede Cristocentrica. E questo prelude all’ostacolo successivo.
8 – L’interpretazione ideologica della fede.
Secondo Massimo il Confessore che riassume il pensiero dei Padri della Chiesa che lo hanno preceduto, “La fede è una conoscenza non dimostrabile. Ma se è conoscenza non dimostrabile, allora la fede è una relazione soprannaturale mediante la quale, in un modo che oltrepassa la conoscenza, ci uniamo a Dio in una Unione che supera l’intellezione” (Massimo il Confessore, Capitoli vari, II centuria, 12. Filocalia Ed. Gribaudi vol. II).
Dunque il santo è molto chiaro: la fede non è una “intellezione”, cioè una comprensione. Piuttosto è una relazione, una relazione soprannaturale, in cui l’anima si unisce a Dio. La fede per i Padri è dunque una esperienza e non una convinzione. Una esperienza che nasce da un rapporto personale, da una intima relazione. E’ evidente come allora, la preghiera diventi centrale nello sviluppo spirituale del cristiano. Ma nel momento in cui, come accennato nel paragrafo precedente, la spiritualità viene sintetizzata nello spirito di servizio e nel volontariato, ecco che anche la stessa preghiera finisce per svuotarsi. Si intende per preghiera, la recitazione a voce alta di formule prestabilite, o l’accensione di una candela. Sfugge l’idea stessa di parlare con l’invisibile, che è l’anima stessa della orazione. Il rito prende il sopravvento sulla “Divina Presenza”. In ambito cattolico la preghiera viene spesso identificata con il rosario. Una cosa bellissima che avvicina alla intercessione di Maria. Certamente è cosa buona e giusta, che va ripetuta spesso. Ma in quelle occasioni si “parla” con Maria. Non con la Trinità. Non con il Padre. Non con lo Spirito Santo. Meditare la vita di Gesù, contemplandone i misteri, non equivale a “parlare” con Lui. Non è la stessa cosa. Talvolta non si concepisce nemmeno l’idea di preghiera spontanea. Non si pensa che sia possibile esprimersi con parole proprie, dettate dal cuore. Si vede la cosa come balzana o strana. In definitiva si crede di avere un “rapporto personale col Signore”, ma non è poi tanto vero. Si indulge piuttosto nel “religioso”, nel rito, in ciò che alla fine, è più una “idea di Dio”, che fede. Ecco che prende allora il sopravvento, la dottrina. La Chiesa intesa come sistema di concetti. Un approccio a Dio che anche nei più semplici, assume l’aspetto di una ideologia, non molto diversa da quella di un partito. Si è dalla parte della Chiesa. Se ne accetta il magistero morale. Si slitta, senza avvedersene, verso una forma di legalismo che è lontano dalla vera fede, e si nutre di giudizi, sulla perversità dei tempi. E i più accaniti sono quelli che credono di avere una fede autentica, basata sui sacramenti e sulla preghiera. Ma diciamocelo chiaramente: siamo tutti un po’ così. Cerchiamo di rendercene conto. Almeno un po’ lo siamo davvero tutti: l’importante è rendersene conto e tentare almeno di provvedere.
9 – L’idolatria.
Nel momento in cui il primo comandamento viene svuotato, ecco che si affaccia il demone della idolatria. Non si è difesi. La forma più comune consiste nel credere fermamente a teorie di vario tipo. Qualsiasi ricercatore scientifico sa che ciò che raggiunge con ni suoi sforzi, non è la verità assoluta. E’ piuttosto un avvicinarsi verso la Verità. Fare dei passi avanti. La prova sta nel fatto che di dieci anni in dieci anni le teorie cambiano. Ciò che supportava sperimentalmente certe credenze scientifiche, viene diversamente interpretato, a vantaggio di una visione della natura ancora nuova. Ma la cosiddetta “divulgazione scientifica” si guarda bene dal descrivere cosa è davvero la scienza, come si forma e quali sono i suoi limiti. La scienza viene identificata con la Verità con la V maiuscola. Ecco allora che il cristiano meno attento al primo comandamento, può cadere facilmente preda dell’idolatria. Si comincia a credere nella Verità di questa o quella teoria. Tutto sembra reale. Non ci si accorge nemmeno delle più evidenti contraddizioni con la fede. Si “crede” ciecamente e guai a essere contraddetti. Evitiamo in questo paragrafo di fare esempi, perché proprio per questo motivo, siamo certi di offendere qualcuno. Succede appunto per l’idolatria. Abbiamo messo una teoria al posto di Dio, quindi….guai a chi contraddice. Meglio passare da un’altra strada. In seguito faremo proposte costruttive, che se seguite, provvederanno da sole ad aprire gli occhi ai più ingenui. Seguendo questa stessa falsariga, potremmo riferirci nello stesso modo, alla storia ed alla sua interpretazione, alla letteratura, all’arte ed alla cultura in generale. Alla filosofia, ed ai valori trasmessi da certi film. E’ drammatico! Non ce ne rendiamo conto, ma crediamo a tutto, fuorché a Dio. Lo scalziamo dal Suo trono e ci mettiamo l’ultima teoria che ci è piaciuta. Inutile constatare il grave danno che ne consegue, al cammino spirituale. Poi magari recitiamo una preghiera, e quello certificherebbe il nostro rapporto personale con Dio. Se non fosse una condizione triste, ci sarebbe da fare dell’umorismo.
Concludiamo qui questa carrellata di ostacoli al nostro sviluppo spirituale. Siamo tuttavia certi che il lettore sarà capace di trovarne di nuovi, magari più profondi. Non abbiamo infatti la presunzione, di aver esaurito l’argomento. Rimane comunque il suggerimento di riflettere su questi 9 ostacoli. Non è necessario superarli in scioltezza tutti immediatamente. Per agire in profondità, ci vorrà tempo. L’importante è cominciare. Rendersi conto del loro peso nella nostra vita, ed iniziare il cammino del loro superamento. Chi cerca, alla fine trova.
Passiamo ora a ciò che possiamo fare, per contemplare e realizzare il progetto che Dio ha stabilito per noi dall’eternità.
Partire dal pentimento e dall’umiltà
San Paissios dell’ Athos ricordava spesso che due sono i punti di partenza, per un vero cammino cristiano: il pentimento e l’umiltà. Essi sono un dono, che sarebbe bene chiedere insistentemente. I due aspetti infatti, sono profondamente legati. Pentirsi, e pentirsi veramente, significa conoscere sè stessi. Noi crediamo di conoscerci. Si certo. Ricordiamo tanti errori. Ci vergogniamo magari di qualche brutta trasgressione commessa in gioventù. Tutto questo va bene. Ma pentirsi veramente significa rendersi conto di quanto le passioni distorte ed egocentriche che ci attanagliano, siano intimamente connesse con tutto quello che facciamo. Anche con le cose che crediamo buone. Anche in ciò che crediamo essere un servizio. Si tratta di ciò che sopra abbiamo definito come temperamento. Cioè il complesso dei nostri comportamenti, che è espressione della nostra o delle nostre passioni dominanti. Se davvero viviamo questa conversione, essa ci apparirà come un risveglio. Un risveglio doloroso ed umiliante, in cui a prima vista, la nostra personalità ci apparirà come una nullità. E’ il momento della umiltà. Se riusciamo ad intravedere in noi qualcosa di autenticamente buono, esso appare palesemente generato da una grazia, che misteriosamente è riuscita a forzare le mura del nostro egoismo. Sapere chi veramente siamo e di cosa siamo capaci e renderci conto che tutto quanto c’è di buono dipende da Dio. Tutto. Ecco la radice dell’umiltà. Ecco perché pentimento ed umiltà sono una cosa sola. Cominciamo dunque questo percorso di pentimento e di conoscenza di noi stessi, mettendo a fuoco le nostre passioni, il nostro temperamento, ed i suoi lati egocentrici.
Conoscere le passioni dell’anima
Se consultiamo un testo ascetico tradizionale, come “La scala del Paradiso” di San Giovanni Climaco, troviamo alcuni capitoli dedicati alla conoscenza delle passioni. Stessa cosa se affrontiamo le conferenze spirituali di Cassiano. L’esigenza di conoscere noi stessi passa senz’altro, come raccomandano i santi Padri, prima di tutto dalla conoscenza delle passioni e poi dalla individuazione, tra queste, di quelle in noi dominanti. Quelle cioè che caratterizzano il nostro temperamento. Ma i testi venerabili dei Padri tendono a mancare di qualcosa. Per rendersene conto bisogna avere il coraggio di essere quei nani che saltano sulle spalle dei giganti. E come? Ma è semplice. Guardando la realtà. Prendiamo per esempio il vizio della gola. I Padri giustamente si limitavano al desiderio di cibo ed alle varianti della sua anomalia. Ma oggi esiste una serie infinita di altri stimoli piacevoli, che il goloso generalmente non si lascia sfuggire: musica facilmente riprodotta, film, video, libri, radio, televisione, smartphone, social, computer. E questo è solo un piccolo scampolo. Se 1500 anni fa un goloso cercava il piacere nel cibo, oggi si trova a scegliere tra mille possibili stimoli eccitanti e divertenti. Molta parte del piacere oggi è di tipo mentale, e non più solo fisico, legato cioè meramente ai sensi. Molte riflessioni monastiche antiche e medioevali, volte “all’abbandono del mondo sensibile a favore di quello cosiddetto intellegibile o spirituale”, sembrano non fotografare la realtà. Sembrano mancare nella individuazione di buona parte del problema della modernità: l’aggiunta al piacere procurato dagli stimoli sensibili tradizionali (cibo, sesso etc.), pur presenti in abbondanza, anche del piacere procurato da stimoli che pur passando da vista ed udito, generano piacere da una elaborazione mentale. Potremmo chiamare questo piacere “piacere mentale”, pur sapendo che dipende comunque da vista e udito. Il piacere mentale è frutto di una elaborazione, come nel caso della musica, quando, per esempio, riconosciamo un motivo orecchiabile e lo canticchiamo. Così i film ci piacciono se la storia narrata ci avvince, e non soltanto per le immagini in sé. Oppure sono le stesse condizioni di vita cambiate che evidenziano certi aspetti meno esplorati in passato. Per esempio la maggiore presenza di vita sociale, causata da una costante migrazione verso le città, mette più in evidenza di quanto si notasse prima, che l’avaro non è soltanto trattenuto nello spendere soldi, ma anche nel dare amicizia. Ma anche nel partecipare alle gioie ed ai dolori degli altri. In poche parole: l’uomo, nei suoi caratteri fondamentali è rimasto lo stesso, ma la società è cambiata.
In che modo affrontare le passioni?
Lo capiamo guardando alla Bibbia, ancora una volta. Adamo ed Eva, prima della trasgressione, avevano confidenza con Dio. Ci parlavano. La parte superiore del loro cuore, quella che i Padri chiamavano Nous, era libera da intralci, immacolata, e poteva godere della percezione spirituale della presenza di Dio. Con la caduta, con il peccato ancestrale, il cuore dell’uomo si chiuse e non poté più avvertire la Divina presenza. L’uomo divenne spiritualmente cieco, perché la punta sensibile del suo spirito, si era oscurata. L’anima, nelle sue tre parti, andò incontro ad una condizione innaturale, che i teologi hanno chiamato “peccato ancestrale”. L’anima “concupiscibile”, cioè quella deputata al desiderio di Dio e del Bene, si trovò senza il suo fine, senza ciò che per natura avrebbe dovuto desiderare. Perché? Perché non lo vedeva più. L’occhio dell’anima, il nous, la punta dello spirito umano, era diventata cieca. Il cuore divenne solo, e si rivolse allora all’uomo. Che cominciò ad amare sé stesso. Era la Philautia, cioè l’amore distorto ed innaturale per sé stessi. Il desiderio, invece di rivolgersi, come da natura, a Dio, si cominciò a rivolgere verso il cibo, generando il vizio della gola, verso la sessualità, generando la lussuria, e quando questi ed altri beni apparivano negati, ecco la tristezza invadere in modo eccessivo la vita dell’uomo. Passioni dunque in sé buone se orientate verso Dio. Compreso la tristezza, che dovrebbe comparire quando ci allontaniamo da Dio, non quando non possiamo fare una abbuffata. Queste le tre passioni distorte dell’anima desiderante. La seconda parte dell’anima, cosiddetta irascibile, ovvero quella parte di noi che ha il compito di allontanare il male per favorire l’orientamento al bene, divenne fuori controllo. Invece di combattere ciò che allontana da Dio, si mise a combattere contro tutti quelli che ostacolavano la ricerca del piacere fine a sé stesso. Quindi ecco la collera, la paura irrazionale, l’avarizia. Litigare contro chi ci si oppone, temere catastrofi senza ragione, accumulare soldi per il timore irrazionale di rimanerne senza. Questi i frutti della distorsione di una potenza dell’anima in sé buona e utile, ma indirizzata male a causa della cecità spirituale. Infine fu colpita anche la terza parte dell’anima: l’intelletto. Originariamente deputato a governare le prime due parti, il desiderio e l’ira, si rivolse a servire innaturalmente i vizi dell’uomo. Nacque la superbia, l’orgoglio, la vanagloria o vanità e l’accidia (o pigrizia spirituale). I Padri descrissero dieci passioni, chi mettendone a fuoco 8, chi 7, chi sdoppiando la gola in follia del ventre o desiderio di pancia piena e follia della lingua o desiderio di sapori eccellenti. Insomma tutto ciò che nella nostra anima ci guida a scelte sbagliate ed egoistiche. Da qui dunque dobbiamo partire, alla ricerca della nostra vera vocazione e del nostro vero progetto divino. E cioè da questo punto fondamentale: non si tratta di eliminare le passioni, ma di riorientarle, di distoglierle dall’obbiettivo sbagliato (noi stessi) per reindirizzarle verso il loro obiettivo naturale, cioè Dio. Non si tratta di eliminare le passioni, ma di controllarle in modo che il progetto divino in noi possa emergere, e prendere la guida della nostra vita.
Questo è importante: la eliminazione delle passioni o “Apateia o Apatia”, non è un obbiettivo cristiano, ma stoico. E’ un obbiettivo dei filosofi, non dei credenti. Infatti gli stoici disprezzavano la misericordia, mentre i cristiani l’amavano. Inoltre San Paolo invita a partecipare, a piangere con chi piange e gioire con chi gioisce (Romani 12,15), non così, ovviamente, i filosofi.
Perché se non conosciamo le nostre passioni, rimaniamo ingannati e ci blocchiamo nel nostro sviluppo spirituale?
In effetti molti assegnano poco interesse alla conoscenza del proprio temperamento e delle passioni dell’anima. In parte questo è dovuto, come già detto, al cambiamento, forse è meglio dire alla sostituzione, del significato della parola carità. Se la spiritualità consiste nel fare del volontariato, o semplicemente essere gentili ed accoglienti, perché affannarsi dietro a questi argomenti così poco frequentati? Nel tentativo di destare almeno un qualche allarme, nei lettori più legati a questa visione della fede, proviamo qui ad esaminare alcuni inganni del temperamento, cioè circostanze o comportamenti, che possono attirare le lodi degli altri, mentre sono a nostro (e spesso anche altrui) danno.
- La costruzione di una falsa immagine di sé
- Il goloso tende a rendere anche mentale, il piacere che cerca nel cibo, per cui sviluppa una buona capacità di ideazione. Una maggiore capacità di maneggiare concetti mentali determina, in alcuni, una maggiore abilità nel parlare. Dunque il goloso, sa parlare e soprattutto sa spiegare bene. Sarà un ottimo catechista, e sarà lodato per la sua capacità di parlare intorno alla fede. Qualcuno dirà “è un carisma!”. Ma non è così. E’ solo passione, e passione distorta. Certo potrà essere utile per un certo tempo, utilizzare per il bene il proprio temperamento, d’accordo. Ma prima o poi si dovrà andare oltre. Ma come si procederà oltre se tutti lodano ed incoraggiano a continuare? Il goloso finirà per sentirsi buono. E allora addio cammino.
- L’avaro tende a trattenersi. Non vuole “spendere” non solo i soldi, ma anche i propri sentimenti. Cercherà la solitudine ed alla compagnia preferirà lo studio. Celibe per temperamento (e non per specifica vocazione), sarà un monaco perfetto. Sarà richiesto come padre spirituale, o se laico, come saggio consigliere. Ma tutto ciò è volgare passione, e non il frutto dello Spirito. L’avaro se in un cammino autentico, prima o poi se ne accorgerà, e ciò le insegnerà l’umiltà. E se questo “poi”, non arriva?
- Il pauroso, l’insicuro, il pusillanime, cercherà la comunità ed un Padre Spirituale. L’obbedienza sarà il suo vanto, come la sua capacità di collaborare con gli altri. Si sentirà in gamba e buon cristiano. Ma è ingannato dalla sua paura. Lo potrebbe salvare la vita con le sue circostanze avverse. Allora sarà costretto a prendersi le proprie responsabilità. Sempre che acquisisca coscienza del suo problema. Altrimenti continuerà a sfuggire a sé stesso.
- L’orgoglioso, tenderà col tempo, anche lui a trasferire in una sfera di bontà la sua passione. Il perfezionismo sarà il suo pane quotidiano. Il bello è che c’è un intero filone di “spiritualità”, che identifica la santità del lavoro, con la cura dei particolari. Sarà dunque anche lui lodato. Cosa c’è di meglio che fare bene il proprio lavoro? E invece anche questo è un inganno. Una buca in cui cieco, cade guidato da un altro cieco. Riuscirà a risalire e ad andare oltre la sua iper-precisione?
- Il lussurioso, potrebbe anche fermarsi nei rapporti, alla propria moglie. O contenersi. Ma senza rendersene conto, finirà per vivere ciò che è al fondo della lussuria: il possesso dei corpi. E come? Con il comando. Leader naturale diventerà un grande organizzatore e sarà capace di prendersi senza timore, grandi responsabilità. Ma girerà sempre intorno a sé stesso, senza accorgersene. Fino a che un fallimento od uno scossone della vita, gli aprirà gli occhi. Se accetterà con umiltà…..ma non è detto che questo avvenga.
- Il pigro e l’accidioso, saranno lodati per la capacità di evitare conflitti. Non si lotta con sé stessi e quindi nemmeno con gli altri. Lo dice anche il Vangelo: beati i portatori di pace. Convinto di essere così un buon cristiano, l’accidioso si accorgerà, dopo anni, di essere rimasto sempre lo stesso. Nessun cambiamento. Sempre con gli stessi difetti. Sempre con gli stessi peccati. Riuscirà a rialzarsi?
- Il Superbo smusserà col tempo certe euforie giovanili sulle proprie potenzialità. Succederà quando scoprirà quanto è bello aiutare gli altri, “sentendo” che alcune persone hanno bisogno di lui. Che gioia sentirsi indispensabili per gli altri. Poter “dare” con condiscendenza, ciò che si ha e gli altri non hanno. Qualcuno però potrebbe scocciarsi, rompere il giocattolo e non essere riconoscente…..
- Il vanaglorioso è un campione di capacità ed organizzazione. Sa tenere in modo efficace i rapporti con gli altri ed è un formidabile perseverante. Una persona a cui si affidano volentieri responsabilità. Una persona seria. Ma la gloria tanto lodata perfino dagli spirituali più sprovveduti, un bel giorno si può scontrare con una malattia….
- Il malinconico appare profondo e capace di cogliere le ragioni psicologiche di certi comportamenti degli altri. Difensore della tradizione, a causa della passione della nostalgia che lo domina, finisce per incistarsi nei suoi sentimenti, in cui la tristezza pare ai suoi occhi fonte di grande sapienza. Ce la farà a rendersi conto del suo autoinganno?
- Il collerico, tenderà a trasferire nella mente gli scoppi di collera. Potrebbe anche diventare mansueto. Il suo “spirito di servizio”, sarà quello di far notare agli altri i propri errori. Per lui tutto ciò non rappresenta una critica, ma un aiuto. Non è forse un servizio aiutare gli altri a migliorarsi?
Concludiamo qui questa carrellata, ma sottolineiamo, che ciò che abbiamo descritto è solo un accenno, un esempio fra i tanti che si potrebbero raccontare, per descrivere gli inganni del nostro temperamento.
- Una seconda conseguenza delle passioni, consiste nella fissazione nella immaginazione, di queste false consapevolezze di sé, e la conseguente costruzione di un percorso di fede immaginario
In pratica si ritorna al problema che abbiamo descritto tra gli ostacoli, e cioè, il dominio eccessivo della immaginazione. Abbiamo visto sopra, come le emozioni in genere piacevoli, tendono a “fissare” le immagini nell’anima, dando vita ad un modo di vedere la realtà, immaginario. L’immaginazione così costruita, sull’edificio delle nostre passioni, ci impedisce di interpretare lucidamente e di capire la realtà. Diventa per noi, più vera la fantasia degli stessi fatti. Finiamo cioè, per guardarci in uno specchio, vedendo sempre noi stessi e non quello che realmente rappresenta ciò che ci circonda, come ricordava San Giacomo, nella sua lettera. Ne conseguono a cascata, alcuni degli altri ostacoli di cui abbiamo parlato: visione eroica e fantasiosa della santità, eccessiva fiducia a padri spirituali inadatti, ma scelti per la loro “immagine”, svalutazione conseguente, delle possibilità di sviluppo spirituale del laico.
Cominciamo dunque a conoscere la distorsione delle varie passioni.
Le Anomalie del Desiderio: gola, lussuria e tristezza
Per queste tre passioni andare direttamente a questo link. I rimandi ad altri articoli ivi presenti non vanno presi in considerazione, perché trattano argomenti già svolti in questo articolo.
https://adoratori.com/le-anomalie-del-desiderio-gola-lussuria-e-tristezza/
Le anomalie della potenza irascibile o ira: la paura, la collera e l’avarizia
Per queste tre passioni andare direttamente a questo link. I rimandi ad altri articoli ivi presenti non vanno presi in considerazione, perché trattano argomenti già svolti in questo articolo.
https://adoratori.com/le-anomalie-della-potenza-irascibile-o-ira/
Le anomalie dell’intelletto: vanagloria, superbia, orgoglio e accidia
https://adoratori.com/le-anomalie-dellintelletto-vanagloria-superbia-orgoglio-e-accidia/
In tutte queste esposizioni abbiamo preferito una trattazione che può essere sentita come schematica. Tuttavia abbiamo visto che riassumere le varie caratteristiche delle singole passioni, tratteggiando un personaggio che le riassuma, comporta dei seri rischi. Generalmente viene tutto recepito come una sorta di macchietta o peggio, come una sorta di segno zodiacale. Il tutto in modo rigido e poco riflessivo. Meglio lasciare il lettore a riflettere su quali gruppi di comportamenti potersi orientare, per conoscere meglio sé stessi.
Ma non ci fermiamo qui. Proponiamo, per facilitare tale riflessione, anche degli strumenti, descritti qui di seguito. Si possono saltare di questo articolo, i 5 righi iniziali (per accedere….etc.), perché il contenuto dell’articolo a cui si rimanda, è già stato esposto più sopra. Inoltre, il questionario e l’intervista che proponiamo, andrebbero compilati con calma ed in più tempi. Veramente cruciale è il punteggio che si assegna alle domande. Spesso infatti, assegniamo un punteggio basso, a domande che richiederebbero come risposta, un punteggio più alto, o viceversa. Per ovviare a questo inconveniente, può essere d’aiuto compilare il materiale proposto, alla presenza di uno o più familiari o amici stretti. Nonostante queste accortezze, e l’estensione delle domande, spesso ci si ritrova con due o tre passioni con alto punteggio. Allora, un altro piccolo trucco può aumentare l’attendibilità del risultato. Si tratta di guardare a ciò che si era nella adolescenza, nella prima giovinezza o perfino nella infanzia. In quelle età infatti, i meccanismi correttivi dati dalla educazione familiare, dal sistema scolastico, dal lavoro e dal matrimonio, non hanno ancora dispiegato appieno il loro effetto benefico. Vi è quindi un doppio beneficio: quello di capire meglio il nostro temperamento, e quello di apprenderne i fattori correttivi, cosa che come vedremo in seguito, risulterà molto importante. Quando anche in questo modo, due passioni rimangono più rappresentate, allora bisogna considerare l’eventualità non infrequente, della coesistenza di entrambe queste spinte emozionali, nel quadro complessivo del nostro temperamento.
Ecco il questionario e l’intervista.
Iniziamo il percorso di guarigione
“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Marco 1, 14-15). In questa sezione seguiremo questo consiglio evangelico. Ci dedicheremo quindi all’ascèsi come sostanza della conversione. Essa infatti, quando correttamente intesa, si identifica con un cambiamento nello stile di vita.
L’ascèsi si distingue in due parti: ascesi attiva ed ascèsi passiva. Quella attiva consiste in provvedimenti decisi dalla persona: digiuni, veglie, voti etc.
Quella passiva invece, consiste nell’accettare di buon grado, le tribolazioni che ci riserva la vita. Cominciamo ad esaminare l’ascèsi attiva, di quella passiva ne parleremo più tardi.
- L’ascèsi attiva
Prima di sviluppare questa parte, ricordiamo che iniziare, almeno iniziare, a rimuovere i 9 ostacoli sopra segnalati, fa senz’altro parte della base di ogni ascési. Possiamo poi dire, che molti nel mondo seguono percorsi ascetici, yogi, monaci buddisti, etc. Non vogliamo qui porre delle differenze, ma semplicemente sottolineare, che l’ ascèsi cristiana nasce dal pentimento. Si tratta di un ritornello che si sentirà ripetere un po’ in tutti i monasteri, là dove l’ascèsi attiva riveste una certa importanza. Ne abbiamo già parlato ricordando San Paissios dell’Athos, appunto. Tuttavia, fino ad ora ci siamo occupati solo della prima parte del pentimento, quella cioè che consiste nel conoscere sé stessi, il proprio temperamento e le proprie passioni. Questo è il punto di partenza, è vero. Ma per cambiare vita, è necessaria anche qualcosa in più: rendersi appieno conto dell’errore e delle sue conseguenze sugli altri. Per essere più precisi, peccato in greco si dice “Amartia”, che deriva da un verbo che significa sbagliare, commettere un errore. In Ebraico si va ancora più a fondo. Il verbo “hattà” ,da cui deriva la parola peccato, significa mancare il bersaglio (in genere quando si tira con l’arco). Non controllare le passioni che danno vita al nostro temperamento, significa sbagliare mira e commettere un errore. Si crede di operare per la propria felicità, ma la freccia scorre fuori bersaglio. In realtà infatti, non operiamo per la nostra completezza, ma ci creiamo quell’ansia e quella tristezza, che molto ingenuamente, attribuiamo alle “cause esterne”, alle nostre condizioni di vita, agli avvenimenti. Non sono le nostre passioni, ma il nostro “Progetto”, il nostro logos, come ci insegnano i Padri, a darci un senso di centratura, di pace e di gioia. Si perché la santità non è affatto dolore, sofferenza e sopportazione, ma pace e gioia nello Spirito Santo. Perché lo dico? Ma perché lo dice San Paolo: ” Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14,17). Purtroppo quando scriviamo queste cose, sappiamo di andare controvento. Secoli di dolorismo, hanno seppellito le parole di San Paolo, sotto una spessa coltre di terribili “prove”, di digiuni e di “esercizi ascetici”. Sicuramente c’è chi è stato chiamato a percorrere questa strada, ma non è il caso di farne una regola universale. Fra l’altro è testimonianza diretta di chi scrive, il vedere persone afflitte da gravi ed inguaribili malattie, affrontare il proprio progetto di vita così definito, nella pace e nella gioia. Come vedremo in seguito infatti, il cuore ha una struttura più complessa, di quanto si crede comunemente. La parte superficiale può accadere che sia rattristata, ma al fondo, chi vive nel logos, sente ed esprime pace e gioia. Dunque in un primo momento si muove dentro di noi il rammarico. Quando veramente impariamo a conoscerci, si sente davvero l’amarezza di aver “perso il tram”. All’inizio ci si chiede chi davvero alla fine siamo. Ci siamo talmente identificati col nostro temperamento, che una volta scoperto che quello non siamo noi, ci sembra che nulla rimanga nelle nostre mani. E purtroppo non è finita. La seconda fase del vero pentimento è ancora più dolorosa. Ad un certo punto ci rendiamo conto di aver fatto del male agli altri. Abbiamo ferito tante persone con le nostre critiche, con il nostro spirito di vendetta, offendendole, usandone i corpi, passandogli davanti nella carriera con una raccomandazione, provocando incidenti stradali per la nostra superficialità. Il catalogo è infinito. I nostri errori non fanno solo male a noi, ma anche agli altri. A questo punto, se ad operare è la grazia, non può mancare il dolore. E quando la sensibilità del cuore è matura, anche le lacrime. Per le conseguenze dei nostri errori, altri hanno sofferto. Fisicamente o psicologicamente. Questo non ci può non toccare. E da qui nasce l’autentico desiderio di cambiare vita. Di “convertirsi”, come dice il Vangelo. E in che modo? Come? L’ ascèsi attiva è una risposta a questa domanda. Non si tratta di fare severi digiuni e veglie interminabili. Il rimedio non è uguale per tutti. Se un moderato digiuno può far bene al goloso, esso risulta fin troppo facile all’avaro. A questi sarebbe meglio consigliare di fare nuove amicizie, e di usare nel rapporto umano, la propria capacità di ascolto. E’ inutile fare qui ancora una volta un catalogo di possibilità. Possiamo tuttavia fornire qualche esempio che può essere valido per molti, prendendo spunto dal “Pedagogo” ,di Clemente Alessandrino. Certamente è consigliabile condurre una vita modesta, ricorda Clemente. Evitare vestiti di lusso e decorazioni sgargianti. In genere non è consigliabile che le donne esagerino con il trucco e con i monili d’oro. A tavola i cibi sarebbe meglio fossero semplici e frugali, anche se talvolta ben cucinati. Potremmo aggiungere che oggi un cristiano dovrebbe evitare l’acquisto di macchine di lusso o comunque molto dispendiose, a meno che non servano per lavorare. I viaggi sono consigliabili perché è sempre utile conoscere altre culture, ed è inoltre giusto riposarsi in ferie. Ma si può viaggiare senza andare in alberghi dispendiosi, e senza andare sempre al ristorante. Specialmente per le famiglie può risultare economico affittare un appartamento, avendo cura di cucinare a casa in modo frugale un pasto, e di consumare l’altro in qualche mensa a basso costo. Tutti consigli questi, che in media le famiglie già praticano, dal momento che non molti navigano nell’oro. Va poi ricordato il pericolo di un certo consumismo, in merito per esempio, ad oggettistica varia, tra cui il rincorrere sempre l’ultima novità tecnologica che piò riguardare smartphone, computer ed elettrodomestici in generale. Infine, suggeriamo caldamente per tutti, ma veramente per tutti, una seria moderazione in merito a musica, video, film, fumetti, videogiochi ed attività al computer in genere. Ne abbiamo illustrato le robuste ragioni, quando abbiamo parlato, delle trappole della immaginazione. A queste si aggiunge la martellante propaganda della informazione. Essa non solo spinge verso l’idolatria della scienza, come abbiamo già visto, ma anche verso visioni della realtà politica nazionale ed internazionale, che sono del tutto interessate, e non di rado contrarie al pensiero cristiano. Parliamo per esempio della spinta costante verso forti contrapposizioni, con sottili quanto efficaci messaggi d’odio. L’importante comunque, è prendere coscienza che una ascèsi che nasce da un vero pentimento, va assolutamente personalizzata, e non è uguale per tutti. Ciascuno, avendo imparato a conoscersi, saprà in coscienza, cosa fare per cambiare condotta. Semmai, quello che si può raccomandare, almeno all’inizio, è l’accortezza di evitare misure estreme. In questa fase è sufficiente “smussare” gli angoli del nostro temperamento. Con delicatezza, e nulla di più. Sarà un altro il processo di vera trasformazione. Questa infatti è più un “lasciarsi fare”, che un agire.
Infine vi è un suggerimento che crediamo efficace e utile da proporre. Abbiamo descritto sopra, con qualche esempio, il modo con cui il nostro temperamento può ingannarci, e farci credere di avere attività positive, mentre in realtà queste non sono altro che il sottile frutto della nostra o delle nostre passioni dominanti. Come comportarsi in queste circostanze? Beh, il punto centrale sta nella consapevolezza. L’inganno infatti esiste quanto siamo del tutto inconsapevoli. Ma quando i giochi emergono alla luce del sole, e noi diventiamo consapevoli dei forti limiti di quanto andiamo facendo, in nome del “bene”, tutto cambia. Infatti un modo “iniziale” di prendere il controllo del nostro temperamento, è proprio quello di volgerlo al bene. Quindi se già stiamo usando il nostro temperamento per un servizio, continuiamo pure, purché sia chiaro che non è un carisma. Se non lo abbiamo ancora fatto, orientiamoci pure verso un contributo alla Chiesa o un’opera di Misericordia. Meglio dare una mano agli altri che danneggiarli. Quindi che lo si sia fatto spontaneamente ed incoscientemente, o che lo si inizi con chiara coscienza, un segreto per cominciare a tenere a bada le nostre passioni, è proprio quello di orientarle al bene, consapevolmente. Questo all’inizio, eviterà forzature ed eccessi ascetici.
Deve essere chiaro, che quella che i Padri della Chiesa chiamano Divinizzazione, non è affatto “lavorare su sé stessi”. Ma come abbiamo già detto, un lasciarsi fare. Vedremo nella parte successiva più da vicino questo processo.
2. La fede passa dal cuore
Passiamo ora alla seconda parte del versetto evangelico. Dopo il “convertitevi”, c’è il “credete al Vangelo”. Questetre parole, racchiudono un mondo. Riguarda un intero stile di vita. Urge allora coglierne l’essenza. Come procediamo? Proviamo a vedere se il Vangelo stesso ci aiuta.
“Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» “(Luca 11,11-13). Sappiamo che il Sacrificio di Gesù ha permesso che i credenti potessero accedere allo Spirito Santo. E qui, il Vangelo ci ricorda un fatto fondamentale:
per avere il dono dello Spirito basta chiederlo
E questa non è cosa da poco. Non sono necessari duri esercizi ascetici, non è necessario vivere in una grotta, per avere il dono dello Spirito Santo. E cioè quella fiamma che sola è in grado di trasformare le nostre vite e di condurci alla realizzazione della volontà di Dio in noi. Basta chiedere. In altre parole:
La preghiera è il segreto della santità.
Dunque la preghiera prima di tutto. Riservare 45-60 minuti al nostro rapporto personale con Dio, prima di fare colazione ed andare al lavoro, non è impossibile. Si può cominciare con dieci minuti, aumentando poi gradualmente. Ma una cosa deve essere chiara (e vedremo presto il perché): un cammino cristiano, senza la preghiera quotidiana è una illusione. La fede infatti è rapporto. Tutti i protagonisti importanti della bibbia, Abramo, Mosè, Elia, Eliseo, Giobbe etc. parlavano con Dio. La Bibbia dunque insegna che fede è rapporto con un Dio vivo, sia individualmente che come popolo. Per insegnare questo, e per paragonare questo rapporto a quello matrimoniale, Dio fa sposare il Profeta Osea con una prostituta (Osea 1,2). Egli infatti non vuole un rapporto in coabitazione con altri, come nel caso della prostituta. Piuttosto vuole un rapporto stretto e intenso. Tutta questa precisazione si rende necessaria, per chiarire bene la parte del versetto di cui ci stiamo occupando: …e credete al Vangelo. A differenza del vocabolo Carità, che ha cambiato col tempo significato, il verbo credere è stato interpretato riferendosi soltanto ad una parte del suo senso acquisito. In certo suo uso infatti, riguarda situazioni che trattano questa parola, alla stregua di una certa convinzione: credere ad una testimonianza, ad un messaggio, ad una versione dei fatti, ad una teoria politica. Ma il credere evangelico è un’altra cosa. Esso fa riferimento, alla Fede come Virtù che ci fa conoscere Dio (per i dotti teologale). E non si tratta di una conoscenza scolastica o filosofica, fatta di concetti. Ma di una esperienza spirituale. Ne abbiamo già parlato in questi termini, parlando dell’ostacolo della ideologia. Abbiamo in quella sede ricordato il bel passo di San Massimo il Confessore, che definisce la fede, come unione con Dio. Non staremo qui a ripetere tutto, ma semplicemente lo ricordiamo, e lo approfondiamo. Ci manca infatti da dare una risposta, a questa inevitabile domanda: come avviene questa “Unione con Dio?
Avviene attraverso la “percezione” della Sua Presenza, che si realizza nel cuore. Più esattamente nella parte superiore e più nobile del cuore che i Padri chiamavano “Nous”. Nous è una parola il cui uso patristico è intraducibile. Non è tanto un intelletto che ragiona, ma l’occhio spirituale dell’anima, capace di percepire la Divina Presenza. E’ ciò che succede quando preghiamo intensamente. Questa intensità è data dalla “sensazione” di essere davvero davanti a Lui, che è invisibile. Non lo vediamo, ma ci comportiamo come se lo vedessimo. Perché? Perché non ce ne accorgiamo, ma il nostro Nous, cioè la parte più alta e più nobile del cuore, o se vogliamo, la punta dello Spirito, percepisce misteriosamente la Sua Presenza, la Sua luce. In questo modo si realizza appunto, l’unione che San Massimo il Confessore chiama Fede.
3. Impostare al meglio il nostro rapporto con Dio.
Ma non stavamo parlando di come controllare le passioni? Di Progetto Divino in noi, di trasformazione? Come da questo “….e credete al Vangelo”, si passa alla divinizzazione? Ciò avviene appunto, per la parola ”….al vangelo”. Vediamo appunto cosa ci dice proprio il Vangelo:
“La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!” (Matteo6,22-23).
Il corpo sarà luminoso: ecco la divinizzazione. Ma l’occhio in cosa consiste? Notare l’uso del singolare. Non dice occhi. Dice l’occhio. E cosa è questo occhio se non il Nous di cui abbiamo parlato. Esso è l’occhio che percepisce la luce Divina che, come dice il prologo del Vangelo di Giovanni, è Cristo stesso. Cristo è la luce che illumina tutti gli uomini. E questa luce arriverà a santificare l’anima ed il corpo, solo se l’occhio, il Nous che è la parte più spirituale del cuore, che la riceve, è semplice. Dunque, in questa fase della nostra ricerca, è la semplicità dell’occhio che ci può interessare. Ma alla fine, come possiamo vivere questa parola del Vangelo? La possiamo vivere nel rapporto. Nel rapporto con Dio. Nel momento giornaliero di preghiera, possiamo sviluppare la semplicità del nostro cuore. L’inizio di un cammino di preghiera, infatti, dovrebbe contemplare l’apprendimento della preghiera spontanea. Prima della preghiera di Gesù, prima della preghiera del cuore, prima della preghiera contemplativa, è importante smettere almeno per un po’ di recitare preghiere, e piuttosto imparare a pregare con spontaneità. Si tratta di porsi davanti a Dio come bambini. A questo mira la preghiera spontanea. Stabilire un rapporto filiale, sincero, spontaneo con Dio. Tutta la prima parte del Pedagogo, di Clemente Alessandrino, è appunto dedicata a curare in modo scrupoloso questo atteggiamento. A curare che la fede sia rapporto e non convinzione, ed ad insistere che questo rapporto sia filiale, ingenuo, spontaneo, come quello dei bambini. Dice infatti il Vangelo:” In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli” (Matteo 18,1-4). Vi sono due aspetti in questo passo, che scuotono le fondamenta, di un cristianesimo superficiale:
A – Gesù non dice, che ci sarà qualcuno che diventerà come un bambino. C’è invece un monito molto duro. Non entrerete nel regno. E’ terribile. Non entrerete proprio. Eppure c’è tutto un ridurre questa conversione all’infanzia, come una sorta di spiritualità. “L’infanzia spirituale”, corredata di piccole mortificazioni quotidiane adtte ai bambini. Come fosse un tipo di cammino facoltativo. Da qualcuno vissuto, con un atteggiamento di giocosità immatura, e non di rado irresponsabile. Tutti giochini per ,eludere la dura categoricità di Gesù: “non entrerete”, tutti, non qualcuno. Ecco perché il nostro Clemente si affanna tanto a mettere questo atteggiamento come premessa a tutto.
B – Il secondo aspetto è la critica a quell’atteggiamento umano, troppo umano, di trovare sempre chi è il più bravo, il più importante. Una ossessione che avrebbe del ridicolo se non fosse drammaticamente triste. C’è chi si propone come modello agli altri (non ci crederei se non l’avessi visto di persona), e chi vanta grandi responsabilità nella Chiesa. E i più, dimentichi della severità di questo passo, ci cascano. Ci aspetta una brutta sorpresa. Il più piccolo sarà il più grande, quello che avevamo considerato un uomo da nulla. E la cosa più ironica è che c’è chi questo passo del Vangelo lo conosce e se lo ripete pure. Lo declama. Per poi non farne di nulla. Arrotolato e messo nel cassetto. No. Per non finire così non c’è che una via; curare con seria attenzione il nostro rapporto con il Signore. E farlo nella preghiera, convertendosi alla spontaneità della preghiera del bambino. Chiedere. Chiedere per tutto. Con sincerità. Parlando al Signore come fosse lì. Presente ed attento ad ascoltare. Con la fiducia dei bimbi. Se questo da subito non riesce, provare ad aiutarsi ripetendo in breve salmo, ed immedesimandosi nel salmista. Credere di essere lui e ripetere con convinzione, lentamente. Con sentimento, ogni versetto. Con concentrazione e lentamente. Per un salmo di 10 versetti ci dobbiamo mettere 5 minuti. E dopo un po’ provare di nuovo la preghiera spontanea. Solo se questa riesce si può passare a recitare qualcosa. Poco e lentamente anche questo. Gesù stesso ci dice, che non saremo ascoltati se ci imbarchiamo a recitare lunghe preghiere (Matteo 6,7).
Quando saremo sicuri di aver ben impostato il nostro modo di rivolgerci a Dio, allora potremo iniziare una preghiera vocale ripetuta, come la “Preghiera di Gesù”.
4. Il cuore al centro della trasformazione
Una volta corretto e ben impostato il nostro atteggiamento generale verso Dio, proviamo a fare un passo avanti nella comprensione, di ciò che in un laico può significare il termine divinizzazione. Torniamo al Vangelo.
“Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20). E ancora “Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito” (Luca 12,36).
Dunque, un punto importante è questo: è Lui che bussa! Troppe leggende intorno a santi asceti, fanno credere che tutto dipenda da noi. Purtroppo, questa convinzione è una eresia. Una vera e propria eresia condannata dalla Chiesa. La santità è una grazia, non un trofeo per i bravi. L’iniziativa è del Signore. È Lui che bussa. Non ce lo dimentichiamo! E bussa a tutti. Si certo, a tutti! Sì, va bene direte, ma che vuol dire? Dove bussa? E in che senso bussare? Sembra difficile vero? Prima di tutto dobbiamo pensare, che un primo ed importante modo di “bussare”, da parte del Signore, consiste nell’offrirci in pasto oltre che nella fede, come abbiamo già detto, anche nel Suo corpo e nel Suo sangue. Ecco allora che la nostra unione con Dio, già si realizza, nella Fede e nella Eucarestia. Una comunione frequente, ben preparata da opportune confessioni, e rinforzata dalla meditazione della parola proclamata nella liturgia, rappresenta sicuramente il punto di partenza. Ma qualcuno dirà: ”Già lo facciamo!” E’ vero. Ma nonostante questo, qualcosa sembra mancare. Sentiamo di dover “coltivare” il dono ricevuto durante la settimana, ma spesso non abbiamo chiaro come. Riflettiamo bene. Il Signore bussa alla porta. E quale è la nostra porta? Ma è il cuore! Che diamine! In particolare, la porta è l’occhio del cuore. Quello che i Padri chiamano “Nous”, e di cui abbiamo già parlato sopra. Sembra tutto complicato, vero? Rilassiamoci. Niente paura. Facciamo un esempio pratico, così capiamo tutti. Dunque, il Signore bussa al cuore. E che dobbiamo fare noi? Semplice. Riflettere. Se mentre qualcuno bussa alla porta della nostra casa, noi siamo a tavola nel bel mezzo di un banchetto chiassoso in cui tutti ridono e parlano, ci sta che non si senta nulla. E non si apra. La nostra vita è come questo banchetto. La testa ronza sempre.
Nei tempi moderni infatti è iper-stimolata, da radio, TV, computer, film, musica etc. Questi continui stimoli che a noi paiono piacevoli, ci spingono a “vivere nella testa”. Ragioniamo, pensiamo. A volte discutiamo. Tutto nella “testa”. Come faremo ad accorgerci che il Signore bussa? Impossibile! Ecco perché il versetto dell’Apocalisse, che abbiamo riportato, ci sembra astruso. Incomprensibile. È così perché non fa parte della nostra esperienza. In pratica le cose sarebbero semplici, ma siamo noi a complicarle, perché viviamo in modo non equilibrato, e quel che è peggio, non lo riconosciamo. Ecco allora, che queste righe suggeriscono l’umiltà di disporci alla guarigione. Al riequilibrio. Come? Cosa possiamo fare? Si tratta di invertire la rotta. Se anche la nostra testa fa chiasso, cominciamo semplicemente a far caso alla porta. Si tratta di imparare con pazienza, a vivere con il cuore. Semplicemente tenendo presente, che c’è anche lui. Vediamo. Se anche nella vita, ci capita di fare una festa, e ad un certo punto ancora non tutti gli invitati sono arrivati, che facciamo? Semplice. Ogni tanto diamo un’occhiata alla porta, tante volte qualcuno bussasse o suonasse. Ecco allora la cura: cominciamo a fare attenzione. E cioè, portiamo la nostra attenzione sul cuore. Proprio così. Senza grandi sforzi. Semplicemente facciamoci caso. Per coloro che fanno una vita cristiana normale, con fedeltà alla liturgia ed ai sacramenti, questo gesto di “prestare attenzione”, può già dire qualcosa. Alcuni infatti segnalano la nascita nel cuore, di un sentimento di amore per Dio. Molto lieve, ma significativo. È il Signore che bussa. Alla luce di queste considerazioni, appare chiaro, che portare l’attenzione sul cuore, non è una tecnica, come qualcuno crede, ma un rientrare in noi stessi. E’ una cura. Dopo un po’ infatti, sarà automatico il nostro vivere sentendo il cuore, semplicemente perché si tratta della normalità. Nelle culture non occidentalizzate e considerate primitive, vivere con il cuore è assolutamente la normalità. Siamo noi che vivendo una condizione anomala, di eccessiva iperstimolazione mentale, finiamo per perdere il nostro centro, come spiegato qualche rigo sopra. La cosa è aggravata dal nostro cedere alle passioni, alle avidità, ai risentimenti. I nostri errori contribuiscono in modo massiccio, ad accentuare la tendenza ad abitare soprattutto nella testa. E se il cuore entra in gioco, lo fa con sentimenti di solito, piuttosto superficiali. Fare attenzione al cuore consiste dunque, nel tornare sui nostri passi. E’ una conversione, non una tecnica. Ce lo racconta il figliol prodigo: “Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!(Luca 15,14-17). Vedete? Allora ritornò in sé. Ci siamo pentiti d’accordo, ma ci manca ancora qualcosa: ritornare in noi stessi! Imparare ad abitare nel cuore, significa appunto ritornare in noi stessi.
Tuttavia, questa esperienza non sembra possibile a tutti, in modo facile e diretto. O perlomeno, alcuni provano molta difficoltà. Niente paura. La tradizione ci consegna una “medicina del cuore”: la preghiera i Gesù. Come è fatta questa preghiera? Si tratta di pregare ripetendo una frase. Una semplice preghiera. Erroneamente qualcuno vede la preghiera di Gesù, come la “preghiera dell’oriente cristiano”. E’ vero fino ad un certo punto. Meditare ripetendo spesso una frase, era pratica comune tra i filosofi greci. Il monachesimo cristiano, si è sviluppato intorno ad Alessandria d’Egitto, a quell’epoca la vera patria della cultura greca, vista la caduta e la distruzione di Atene. Probabilmente ci fu un passaggio verso i padri del deserto di questa pratica, che essi naturalmente reinterpretarono in senso cristiano. Per questo essi ripetevano un versetto di un salmo. Molto diffuso fu “O dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto”. Non sappiamo poi come, ma fu trovato importante inserire il nome di Gesù. Dunque più che dell’”Oriente cristiano”, potremmo parlare del cristianesimo indiviso del primo millennio. Oggi comunque, la preghiera di Gesù è abbondantemente recitata anche in occidente. Secondo qualcuno, anche più che nelle chiese orientali. Come facciamo allora a vivere questa preghiera?
Si comincia a recitare la Preghiera di Gesù, con la frase che si è scelta. Essa deve contenere comunque il nome di Gesù. La prima parte della preghiera, dovrebbe essere collegata all’inspirazione, e la seconda all’espirazione. Ad esempio, “Signore Gesù Cristo” (Inspirazione recitando queste parole), “Abbi pietà di me” (Espirando mentre si pronunciano le parole). E’ una mossa utile, perché poi la respirazione “ricorderà” la preghiera nei momenti più impensati, durante le nostre attività. C’è chi la collega ai battiti del cuore, come Teofane il Recluso. Naturalmente va benissimo. In questo momento comunque la preghiera è VOCALE, come nei “Racconti del Pellegrino Russo”. Tutte le forme di preghiera suggerite fino ad ora sono vocali. Questa esperienza, arricchirà il momento di raccoglimento e di preghiera quotidiana, che abbiamo già sopra raccomandato. Meglio se questo momento si situa al mattino, prima di colazione o del lavoro. Meglio se preceduta da un periodo di approfondimento della preghiera spontanea, come abbiamo già suggerito.
In un secondo momento, si prova a ripetere sottovoce, bisbigliando, la preghiera durante spostamenti in autobus o in altre condizioni favorevoli. E’ una prima tappa importante. E’ infatti opportuno cominciare a pregare durante le normali attività, iniziando là dove è più facile. Bisbigliare rappresenta una prima tappa verso la mentalizzazione, ed è allora consigliabile NON usare mezzi per contare.
Esaminiamo adesso un punto importante, che può rappresentare il frutto della Preghiera. Esso risponde all’esigenza di soccorrere coloro che hanno difficoltà nel portare l’attenzione sul cuore, come abbiamo spiegato sopra. Stiamo parlando del “Calore del Cuore”. La Tradizione ci dice, che la Preghiera di Gesù sviluppa un certo “calore del Cuore”. In cosa consiste? Vi sono due possibilità. Nella prima, la più frequente, si intende per “calore del Cuore” un senso di fervore e di Amore per Dio che si avverte, mano a mano che si prega. In effetti lo si avverte proprio nella regione del Cuore, anche se qui non ci riferiamo tanto alla anatomia quanto all’anima. Questo è un elemento importante, che certifica la bontà della Preghiera e la sua autenticità, soprattutto se sentiamo chiaramente, che il Cuore ama il Signore. Il suo sviluppo porterà alla Preghiera del Cuore. E sta proprio qui la facilitazione di cui alcuni hanno bisogno. Questo calore fervoroso, ci aiuta a portare l’attenzione sul cuore. E’ un po’ come se il cuore, sull’onda della preghiera, “reclamasse l’attenzione dovuta”. Come dicesse “ci sono anche io!”. Alcuni riportano un calore, più che altro fisico nella regione del petto (In Caritone di Valamo, “L’ Arte della Preghiera” , Ed. Gribaudi). Teofane il Recluso non attribuisce a questo né un valore negativo né positivo. Se incentiva la Preghiera è positivo, se incentiva l’orgoglio e la soddisfazione di sé, è un elemento negativo. In ogni caso è molto più importante e decisivo quel “calore spirituale”, pieno di Amore per Dio, cioè di Carità, di cui abbiamo parlato sopra. Naturalmente i tempi non sono uguali per tutti. Tuttavia per tutti valgono due principi: pazienza e perseveranza. Ma quando l’amore per Dio, finalmente si presenta, ecco: il Signore è entrato. Abbiamo aperto la porta ed il Signore è entrato. Quell’amore, infatti, non siamo noi a produrlo, ma Lui. È il segno che Lui sta cenando con noi. Ma è bellissimo, non vi pare? La scrittura si avvera. Diventa qualcosa di concreto, di sperimentato! La luce di Cristo è entrata nel nostro cuore e per mezzo di essa, per mezzo del Cristo e del Suo sacrificio, otteniamo il dono dello Spirito Santo: la fiammella che arde in noi e grida “Abbà, Padre!
“Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!» (Romani 8, 14-15). E ancora subito dopo San Paolo dice:
“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Romani 8, 26-27).
Quella fiammella amorosa è la manifestazione dello Spirito Santo, della
nostra unione con Dio nella Carità. Una unione che agisce trasformando. Deificando. E non dobbiamo avere timori sul nostro sentimento. Da questo segno capiamo che sono coinvolte, le parti più profonde e spirituali del nostro cuore: il desiderio, il sentimento comune, umano, si rivolge sempre a qualcuno che si vede, si conosce, si ascolta, si ricorda. La ragazzina che si innamora dell’attore bello, vede i suoi film, ed attacca il suo poster al muro. Amare Dio significa invece, amare qualcuno che non si vede e non si è mai visto. Non si ascoltano i suoni delle sue parole, non si ricorda. L’amore per Dio è una fiamma spirituale che ci urge nel petto, , una luce che attira a sé le potenze dell’anima: ragione, desiderio e ira.
Questo processo di guarigione e riorientamento delle passioni verso Dio, ci viene confermato da Massimo il confessore:
“La carità dunque genera il raccogliersi e l’unificarsi insieme, intorno alle cose divine, delle potenze dell’anima, cioè della potenza razionale, irascibile e concupiscibile”.(San Massimo il confessore, Capitoli vari, seconda centuria, n° 72, Filocalia vol. secondo, Gribaudi).
Circa il desiderio, abbiamo già detto che il cuore manifesta amore. Amore per un Dio che il cuore non vede, non immagina, non ricorda e non ode. Non si tratta di un amore umano, ma è lo Spirito che ri-orienta il nostro desiderio, conducendolo verso il suo vero obbiettivo. Verso il suo obbiettivo naturale: Dio. L’egocentrismo, pur permanendo, piano piano si riduce. L’ira, cioè la collera, subisce una trasformazione lenta, ma sorprendente. L’irritabilità rimane, certo, ma si appanna piano piano. Il tempo dell’azione divina è pacifico. Calmo, non impetuoso. È un vento leggero. Ed ecco che l’ira prende la sua vera forma. Non più critiche. Non più discussioni. Non più pressioni sugli altri per convincere. Si costruisce. Ecco il vero scopo per cui il Signore ha fatto l’ira. Per allontanare il male dal nostro comportamento sì, ma anche dal creato. L’uomo ispirato da Dio cerca di rendere il mondo, più trasparente alle energie divine. Un netturbino che fa bene il suo lavoro, rende la città dell’uomo, un po’ più somigliante alla Gerusalemme celeste. Così l’impiegato dell’anagrafe, che fornisce i certificati mancanti. Tutti i lavori, attraverso un’ira correttamente orientata, partecipano alla creazione Divina di Nuovi Cieli e Nuove Terre. Così anche le madri che educano i figli, ed i padri che vivono con senso di responsabilità la famiglia. Co-creare con Dio vuol dire in una parola correggere il mondo, allontanando il male per mezzo di un’ira correttamente orientata e pacifica. La stessa creatività è un’opera di correzione al meglio. Se ci pensiamo bene, tutto il bene che possiamo trovare nella Società dell’uomo, è generato da:
- Un desiderio che ama Dio e lo cerca nelle proprie azioni
- Un’ira che tende a costruire correggendo il mondo
- Una ragione che discerne le ispirazioni divine, e che regola le precedenti due potenze dell’anima, ed orienta la creatività.
Dal nuovo orientamento dell’anima discende ovviamente un maggiore controllo delle proprie azioni. Quello che conta è il controllo, non l’eliminazione. Uno spunto di desiderio o di arrabbiatura egocentrici può “scappare”, l’importante è accorgercene e fare subito marcia indietro. Quello che conta è il tempo di retromarcia rispetto agli obbiettivi egoistici, che deve essere significativamente breve. Dio non ci chiede infatti di eliminare le passioni, ma di regolarle. Piuttosto avverrà che qualcuno ci faccia notare di essere diventati più calmi. La pace infatti consente di misurae molto più facilmente gli eccessi della nostra istintività, e di controllarla più facilmente.
5. Dalla preghiera del cuore alla contemplazione
Molti dopo le prime esperienze con la preghiera di Gesù, vorrebbero che questa diventasse incessante, come nei racconti del pellegrino russo. Diciamo subito che per esperienze estreme, come quelle del pellegrino, che recitava la preghiera tutto il giorno, rinchiuso in un capanno, è davvero necessario un discernimento. In questi casi ci vuole un padre spirituale, che sappia individuare da quale parte venga questa idea. Noi nel nostro piccolo, suggeriamo un percorso meno eclatante, ma dotato di una sua autenticità. Come abbiamo visto, San Paolo ci insegna che il nocciolo della preghiera, è un gemito del cuore. E’ il gemito dello Spirito che volendo, noi possiamo rivestire di parole. Ma la preghiera resta una mozione del cuore. E il cuore non parla. Appunto geme. Senza forse nemmeno accorgercene, siamo arrivati alla preghiera del cuore. Sì perché la preghiera del cuore consiste appunto in un impulso del cuore. Un impulso amoroso come quello che abbiamo descritto. E’ un sentimento di amore per Dio, che non necessita di essere “rivestito” da parole. E sta appunto qui la preghiera incessante. Può succedere, più o meno frequentemente, di accompagnare questo gemito del cuore con la ripetizione mentale della preghiera di Gesù ma ciò non è sempre indispensabile. Quello che cvonts è un atteggiamento continuo di amore per Dio del nostro cuore. La mente, la testa, formula parole e frasi. Il cuore geme. Al massimo ci viene da rivestire questo impulso con una sola parola: Padre, come dice l’Apostolo, oppure Gesù. Ma si tratta pur sempre della “testa” che interpreta il cuore. Chi scrive, non interpreterebbe come dono, una voce che ripete nella sua mente in continuazione, la preghiera di Gesù. Magari per tutto il giorno. C’è chi lo descrive come frutto della Grazia, e ne rispettiamo qui le opinioni. E’ però d’obbligo osservare, che la mente non è il cuore. Ci sembra più aderente alla realtà e più sicuro, anche per l’equilibrio mentale del fedele, quello che suggeriva Agostino d’Ippona. Egli interpretava la preghiera incessante, come una costante attitudine del cuore. Come farebbe sennò un impiegato, un contabile, un medico, un insegnante, tutti presi da un lavoro essenzialmente mentale, a pregare incessantemente. La mente non si può occupare di due cose insieme. Mentre se il cuore prega con gemiti inesprimibili di amore, la mente può fare calcoli, scrivere, parlare. E’ il frutto della costanza a vivere nel cuore, a soffiare sulla fiammella dello spirito mettendo il cuore di essere presente nella nostra vita. E’ il frutto della “cura della attenzione”, di cui abbiamo parlato. Ci vuole tempo, è vero, ma ci si arriva. Dapprima scopriremo che in alcuni momenti della giornata, al di fuori del tempo di preghiera individuale, il cuore si fa vivo, e reclama la sua presenza, con il suo sottile amore per Dio. Poi piano piano questi momenti si faranno sempre più frequenti. Quando ci scopriremo a studiare, leggere o far di conto, mentre il cuore prega con il suo gemito, ci renderemo conto della futilità di tutte le discussioni sulle distrazioni. C’è chi invoca “la benedizione dello staretz”, perché convinto così, di non avere distrazioni. Ma chi para così, non sa cosa sia la preghiera del cuore. In tutta evidenza il cuore non si distrae. Se uno si lamenta delle distrazioni, vuol dire che prega con la “testa”, là dove appunto sono le distrazioni. Chi sente nel cuore ardere la fiamma dello spirito, se necessario scaccia le distrazioni come si fa con le zanzare, ben sapendo che è una tribolazione necessaria. I padri del deserto, su questo insistono: è bene avere tribolazioni nella preghiera. Sono tentazioni. Tentazioni paradossalmente utili, perché ci spingono ad affidarci al gemito del cuore, che è la vera preghiera. Per certi aspetti, quando siamo stanchi, possiamo far scorrere via le distrazioni, senza farci troppo caso, portando invece, per difenderci, l’attenzione sul cuore.
Abbiamo descritto questo “viaggio nel cuore”, perché lo abbiamo vissuto e riteniamo che sia una strada praticabile da molti laici. Non dubitiamo però, che altre possono essere le strade, che possono aprire l’uomo alla azione dello Spirito. Una di queste è sicuramente l’ascési radicale, quella praticata in molti monasteri. Teofane il Recluso infatti, distingue due strade per la purificazione: quella della preghiera, la nostra, e quella della ascési radicale, più adatta ai monaci. Ma non vogliamo mettere limiti alla provvidenza. Forse ce ne sono altre ancora. Lo Spirito è come “il vento, soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va (Giovanni 3,8).
Molti per esempio, dopo aver pregato a lungo vocalmente, soprattutto in modo spontaneo e libero, ad un certo punto sentono mancare le parole. E’ una strada che converge con la preghiera del cuore. La Divina Presenza si comincia ad avvertire in modo così forte, da rendere inutile anche una sillaba. Ci si arrende al silenzio. Ci si sente piccoli davanti a Chi sa tutto e non necessita di discorsi. Sono i momenti in cui si comprende davvero, che la Verità è una Persona. Una Persona Divina e non dei concetti. L’Igumeno Emilianos del Monastero Athonita di Simonos Petras, descrive il silenzio contemplativo, come un momento “sponsale” tra l’anima e Dio. Una vera e propria “unione trasformante”, deificante. Oppure, l’esperienza forte della Divina Presenza, può manifestarsi durante una veglia liturgica, e ripetersi al momento in cui una comunità monastica si riunisce per cantare e lodi del Signore. Dunque tante strade battute dallo Spirito Santo, per guarire e trasformare la nostra anima. Come non essere meravigliati per tanta varietà e fantasia!
6. L’ascesi passiva e la contemplazione del progetto
Abbiamo impiegato molto spazio, per descrivere il percorso di trasformazione attivato dalla preghiera, e dal rapporto personale con Dio. Vedremo adesso, che questo era indispensabile, non solo per renderci recettivi alla attività dello Spirito, ma anche per educarci al discernimento. La fase che qui infatti, abbiamo chiamato contemplazione del progetto, comporta una lettura spirituale della nostra vita. Essa non può fare a meno del supporto della grazia, per poter distinguere con esattezza, cosa negli anni di noi è emerso, che possa effettivamente rappresentare la nostra essenza profonda. In pratica, e questo va sottolineato, la “vita nel cuore”, come la contemplazione, ci aiuta a sviluppare nel tempo, le virtù divine del nostro progetto. Proprio come una pianta che cresce innaffiata dalla nostra preghiera. Ma come riconoscere questa bella pianticella, tra molti rovi? Vediamo. Prima di tutto, dobbiamo ricordare che le nostre passioni giovanili possono andare incontro ad un autoregolazione. Infatti, sulla spinta della nostra passione dominante, qualsiasi essa sia, non è raro commettere all’inizio della nostra vita qualche sciocchezza. Sono i classici errori giovanili, che in qualche caso sono facilmente risolvibili e in altri purtroppo un po’ meno. Il risultato in genere, nelle persone di buona volontà, è quello di una certa moderazione della spinta passionale che ha portato all’errore. Se manca un cammino spirituale, però, può essere presente una tendenza alla ripetizione dell’errore. Fatta questa necessaria premessa, procediamo. Forse la guida più sicura per affrontare quest’ultima, decisiva e delicata fase della nostra ricerca, può essere rappresentata dall’associazione tra il Vangelo e la Sapienza dei Padri della Chiesa, unitamente alla possibilità di un buon padre spirituale, esperto nel discernimento. Dice infatti il Vangelo di Marco:” Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra» (Marco 4,26-32). Tale è anche la realizzazione lungo la vita, del nostro Logos, del nostro progetto. Si tratta di un seme che è cresciuto dall’infanzia all’età nostra attuale, confrontandosi con due grandi fattori: il nostro temperamento e l’ambiente esterno, culturale, educativo, storico etc. Per ora il concetto fondamentale da condividere è che questo seme, come dice il Vangelo, cresce da sé. Vediamo ora i Padri:
“Dio che nel modo che lui ha voluto, ha determinato prima dei secoli la vita di ciascuno, conduce ciascuno, giusto o ingiusto, al fine proprio della sua vita” (San Massimo il Confessore, Capitoli vari seconda centuria, n°22, Filocalia, vol. 2, Gribaudi).
Dunque Massimo il Confessore ribadisce declinandola per le singole vite, la parabola del seme descritta da Gesù. Dunque primo punto fondamentale: abbiamo la necessità di partire, come il bandolo di una matassa, dalla attività dello Spirito nella nostra vita. Come fare? Continuiamo ad ascoltare i Padri:
“Sforzati di entrare nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai quel tesoro che è in cielo. Questo e quello, infatti, sono uno solo e per una sola porta li vedrai entrambi. La scala di quel Regno è nascosta dentro di te, nella tua anima. Tu sprofondati in te, lontano dal peccato, e là troverai i gradini per i quali salire” (Isacco di Ninive, “Discorsi Ascetici” Ed. Città Nuova, Discorso II, pag. 52).
Dunque, prima di tutto dobbiamo ricordare ciò che abbiamo detto all’inizio. Il nostro Logos o progetto interiore, è caratterizzato da un insieme di virtù, che sviluppate ci potranno rendere somiglianti al primogenito Gesù. Somiglianti per alcuni aspetti, come di solito succede tra fratelli. Queste virtù saranno declinate in modo unico ed individuale, dalla nostra vita, poiché sbocceranno e si manifesteranno, in una certa nazione e città, in un certo contesto culturale, in una certa famiglia, etc.
Come facciamo a scoprire le Virtù che rappresentano la nostra vocazione specifica? Per scoprirlo Sant’Isacco ci suggerisce:” Guarda dentro di te”, cioè cerca di conoscerti. Per gli antichi conoscere sé stesso poteva anche voler dire: ascolta quello che gli altri ti dicono di te. A volte, infatti, gli altri, quando ci vogliono bene e sono in buona fede, ci danno suggerimenti inaspettati. Sanno “far scoprire Noi stessi a Noi stessi”. Possono farci notare che siamo pazienti o misericordiosi, quando noi stessi nemmeno lo sospettavamo. E poi, continua ancora Sant’Isacco: “Sforzati di entrare nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai”… ma per farlo …” sprofondati in te, lontano dal peccato”. Cioè, non farti condizionare dalle tue passioni, che stanno alla superficie della tua personalità. Nel tuo temperamento, come abbiamo già visto. Vai nel profondo, nel cuore e troverai…. Infatti se spesso non conosciamo il nostro Logos, la nostra vocazione spirituale, questo si verifica perché siamo troppo occupati ad assecondare le emozioni più forti e chiassose. Le nostre Passioni. Cioè il nostro peccato, come dice Sant’Isacco. Se non ne stiamo lontani, cioè se non pratichiamo un minimo di controllo sulle nostre passioni e pecchiamo, ecco che tutto si confonde. Dunque dobbiamo riuscire a distinguere il piccolo virgulto delle nostre virtù abbozzate, dal nostro temperamento che cerca di soffocarlo. Stiamo quindi lontani dal peccato e scopriremo. Cosa vedremo? Continua Isacco: “Sforzati di entrare nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai quel tesoro che è in cielo. Questo e quello, infatti, sono uno solo e per una sola porta li vedrai entrambi”. Ecco il punto fondamentale che conferma ciò che avevamo detto prima, circa l’Immagine del Figlio Paolina. Attenzione, ripetiamo: “…nella cella del tesoro che è dentro di te e vedrai quel tesoro che è in cielo”. Cioè è sia dentro di te sia in Cielo. E cosa dentro di noi ha un valore Eterno? Appunto gli attributi Divini, le Virtù del Figlio che il Signore specificamente a noi chiede di interpretare, per essere immagini del Figlio suo. Dunque la Sapienza, la Prudenza, la Fortezza, la Temperanza etc….Quei doni che la Grazia dello Spirito Santo, ci trova più preparati di altri ad interpretare. Dice ancora Isacco: “…e per una sola porta li vedrai entrambi”. Qui possiamo dire due cose. “Per una sola porta”, potrebbe essere una forma poetica che conferma quanto già detto: ciò che dentro di noi ha un valore eterno è anche in Cielo, proprio perché appunto ha un valore eterno. Ma forse si capisce tutto meglio se assumiamo che “Porta” il Vangelo di Giovanni ci dice che è il Salvatore stesso: “Io sono la Porta…” in Giovanni 10,9 (ma tutta la parabola chiarisce il termine “Porta”, Gv 10,1-21). E sappiamo che Isacco era un grande amante del Vangelo. Con tutta probabilità Sant’Isacco alludeva quindi, alla Porta del Vangelo di Giovanni, cioè al Cristo. Dunque agli attributi ed alle Virtù che sono in noi, ma che sono anche in Cielo perché attributi del Signore Gesù. Torniamo quindi ancora al passo paolino dei fratelli fatti ad immagine del Figlio. A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare che non è bene cercare di conoscere le proprie virtù. Vi è grandissimo il rischio dell’orgoglio. Meglio fissare lo sguardo sulle proprie miserie per non montare in superbia. Per questa validissima obbiezione c’è la ancora la risposta di Sant’Isacco, che conclude”… e là troverai i gradini per i quali salire”. Altro punto fondamentale ed essenziale da meditare. Là troverai i gradini… Il Santo è ben consapevole che tutti noi partiamo da zero. Ci sono dei gradini di una scala da salire….altro che orgoglio! Certo, si può comprendere, per esempio, che la nostra vocazione è la Misericordia. Ma la luce dello Spirito non mancherà, prima o poi, di farci vedere, che nel praticarla ci sentiamo buoni. Che nel praticarla trattiamo i beneficiati con condiscendenza e superiorità. Purtroppo diventare coscienti di una vocazione non vuol dire essere già “arrivati”. Troviamo infatti dei gradini che DOBBIAMO SALIRE. Ogni Virtù infatti è una torre che arriva fino al Cielo. I gradini non si contano. Gli attributi divini sono un mare che una vita dedicata al Signore non basta ad esplorare. Quindi consapevolezza delle Virtù a cui siamo chiamati, è anche consapevolezza che ancora a questa chiamata abbiamo risposto debolmente. Troppo debolmente.
Questo il piano generale proposto dai Padri e dalla Scrittura. Abbiamo voluto ribadire questo piano, in parte già esposto, per sottolineare, che quanto andiamo dicendo, è ben fondato nella migliore tradizione cristiana. Adesso vogliamo migliorare la sua declinazione pratica. Per ragioni espositive, abbiamo infatti trattato in modo sintetico, l’aspetto cruciale toccato dal Santo e di cui abbiamo già parlato: il conoscere sé stessi. Abbiamo, nel corso della esposizione del pensiero di Isacco, un po’ sbrigativamente accennato, al contributo che ci possono dare gli altri, parenti ed amici. Ma la cosa non può essere esaurita così. Occorre riprenderla un po’ più estesamente. Per sbrogliare questo punto importante, teniamo presente un triangolo con tre fattori decisivi:
- Il nostro temperamento
- Il progetto divino
- Il contesto familiare, educativo, culturale, lavorativo e storico in cui viviamo ed in cui il nostro percorso riceve la sua individualità ed unicità.
Vediamo allora, che certe circostanze o un certo clima culturale e familiare, possono avversare il nostro temperamento. Colui che desidera in modo ossessivo il piacere, tende ad essere indisciplinato. Tuttavia ’educazione scolastica, prima o poi, tenderà ad averne ragione con le sue regole. Esperienze concrete di vita, per esempio, ci hanno mostrato giovani scapestrati all’età del liceo, imparare un minimo di disciplina, di fronte all’esigenza di preparare esami difficili, all’università. Ma può succedere al contrario, che un ragazzo insicuro e pignolo, ligio alla disciplina in una prima fase della vita, si trovi una fidanzata che lo sblocchi, e lo renda un po’ meno ossessivo. Il gioco delle circostanze è fondamentale. In esso si ravvisa la verità profonda affermata sopra da San Massimo il confessore. Dio, per mezzo della provvidenza, agisce su tutti, giusti o ingiusti, facendo lentamente emergere la spiga del Logos, grazie a circostanze che mitigano l’influenza negativa del temperamento. Questo può accadere o volgendo al bene le caratteristiche passionali, oppure contrastandole. Possiamo qui testimoniare il caso di un ragazzo, che affrontava la vita come un banchetto, non lesinando sesso droga e cibo a volontà. Fu obbligato dal padre, per ragioni puramente culturali, a studiare da infermiere. Cominciato il lavoro si trovò tutti i giorni a confrontarsi con ciò che aveva fino a quel momento scansato scrupolosamente: il dolore, ed il dolore degli altri. Ovviamente all’inizio insorsero difficoltà. Tuttavia col tempo, il germoglio del suo Logos cominciò a crescere, e ciò che apparentemente poteva ripugnare, si rivelò interessante, importante, ed alla fine coinvolgente. Era sbocciata in lui la virtù della misericordia. Può succedere che un ragazzo avaro e misantropo per tutta l’adolescenza, al momento di trovare lavoro vinca un concorso alle poste. Una volta allo sportello, sarà spinto ad aiutare persone anziane o disabili a completare i moduli necessari. Potrebbe scoprire che questa dimensione del suo lavoro, lo può arricchire e migliorare nell’intimo. Il collerico, sempre spinto dal proprio temperamento, alla critica di tutto e di tutti, può trovarsi in un contesto lavorativo, dove è centrale il lavoro di squadra, cosa impossibile se si sta tutto il tempo a criticare. Ma non c’è solo il lavoro. Ci sono gli amici, c’è il coniuge, c’è la famiglia. L’unione tra due persone, spesso riesce proprio per la diversità dei temperamenti. Non solo, ma l’innamoramento scatta di solito, quando l’altro è in grado di offrire ciò che nell’intimo si desidera realizzare in noi stessi. La casistica è infinita e non è quindi possibile esaurirla in questa sede. L’importante è inquadrare il modo di operare delle circostanze della vita. Anche quando investiamo certe nostre caratteristiche temperamentali a fin di bene, alcuni avvenimenti apparentemente sgradevoli, possono aiutarci, a tenere saldo il timone verso il nostro centro. E’ il caso di coloro che, presi dall’entusiasmo di un lavoro svolto con passione, si trovano a fronteggiare la salutare “invidia” dei colleghi. Naturalmente non tutte le circostanze della vita sono costruttive, e per questo è necessaria molta meditazione ed un buon discernimento. Ci sono avvenimenti catastrofici, come la morte improvvisa di un familiare stretto, incidenti gravi etc., in cui la ragione interpretativa, sia pure ispirata, deve cedere il passo alla pura fede.
Riassumendo quindi, possiamo chiamare “ascési passiva”, quella ascési che non è scelta dall’uomo, ma determinata dagli eventi della vita. E’ attraverso di essa che possiamo cominciare a trovare il “virgulto” del Logos, quel seme che cresce da solo e che noi possiamo coltivare, migliorare, accudire, perché cresca sano e forte nella nostra vita. Qui si svolge nel modo migliore il nostro ruolo paradossalmente attivo. Si perché una volta individuata la strada grazie alla ascési passiva, noi possiamo cominciare ad agire in modo mirato ed efficace. Prima di tutto non ostacolando le circostanze della vita ribellandoci. Smettendo di lamentarci, per il fatto che esse non assecondano il nostro temperamento. Aspetto questo molto importante, perché soprattutto da giovani, si è portati a ribellarci contro tutti i provvedimenti divini, che attraverso circostanze, cultura, famiglia o storia, avversano la nostra passione dominante. Possiamo invece agire, promuovendo attivamente la crescita della nostra vocazione spirituale. Cogliere le nostre virtù “sepolte”, dà un senso di pace, di gioia profonda, e di centratura. Quindi sì, è bene smussare un poco il nostro temperamento e, quando è utile volgerlo al bene per controllarlo. Ma il grosso della nostra scoperta di ciò che siamo veramente, non corrisponde ad una dolorosa lotta. Non consiste in una sofferta rinuncia a noi stessi. Piuttosto corrisponde alla gioia ed alla pace, di far fruttificare in noi l’opera dello Spirito, collaborando attivamente alla sua trasformazione. Si tratta di seguire il consiglio di Sant’ Isacco: trovare le virtù che corrispondono alla nostra vocazione, e coltivarle con dolcezza, salendo i gradini che il santo ci ha indicato. In pratica, vorremmo sottolineare, che non sempre l’opera della nostra divinizzazione, corrisponde ad un atto eroico della volontà. Esistono questi casi, e noi li rispettiamo. Ma non dimentichiamoci che, come dice San Paolo, “il regno di Dio non è questione di cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo”.
Un ultimo punto: come interpretare la terza età? Quella in cui “si va in pensione”? Quando si cambia lavoro? La risposta è semplice e quasi inutile. La nostra vocazione corrisponde ad un insieme di virtù, non ad una specifica attività materiale. Quindi si può andare in pensione o cambiare lavoro, ma noi possiamo lo stesso coltivare e promuovere la nostra vocazione spirituale attraverso altre attività. Poiché non conta l’attività in sé, ma le virtù necessarie ad espletarla. Virtù che possono essere coltivate lo stesso, anche con altre attività.
Conclusione
Ciò che qui abbiamo delineato, è una traccia generale di percorso spirituale, praticabile da tutti i laici. Il passo successivo sta nel declinare questo cammino, nel lavoro, nell’amore coniugale, nella famiglia, nella cultura, nelle amicizie e nella società in cui viviamo. Questi passi, ognuno con una sua complessità, saranno svolti in altri contesti. Tutto ciò che abbiamo esposto fino ad ora tuttavia, ne rappresenterà il filo conduttore.